Giovedì, 17 agosto 2017 - ore 17.41

L’EcoPolitica Crema Il ballottaggio? Lo famo strano!

Per autodefinizione e ratio, che ne giustificherebbero la mission, il ballottaggio dovrebbe costituire quel supplemento istruttorio, che, orientato ed assistito da intenti di armonizzazione e di convergenza, dovrebbe completare il percorso, incardinato ma non esaurito, dal primo turno.

| Scritto da Redazione
L’EcoPolitica  Crema Il ballottaggio? Lo famo strano!

Discendendo dai piani alti delle definizioni di principio per esemplificare, gli elettori si aspetterebbero che i bacini di raccolta, usciti non definitivamente laureati dalla pugna ma rimasti in corsa, affrontassero (e non solo per vincere) il rush finale con intenti virtuosi.

Di cui l’”apparentamento” costituisce il lato tecnico-elettorale; pur non esaurendo il più complesso under ground di confronti e di intenti. Che avrebbero come scopo principale il perseguimento dello sforzo di affinamento di programmi e di assetti gestionali con i players usciti dalla competizione. Ma pur sempre rappresentativi delle aspettative e dei consensi delle fasce elettorali che li avevano votati al primo turno.

Ci si mette attorno a quel tavolo, cui ci si è rifiutati di sedere agli albori del rinnovo del mandato. Si entra nel merito dei programmi e si vede  su quale baricentro si possa convergere.

Già, “dovrebbe” essere così. Ma, quasi universalmente, così non é.

Tanta e tale è l’ansia dei dueblocchi rimasti in lizza di, come diceva il proverbiale ciclista intervistato dopo il traguardo, “arrivare uno” (non prima del prammatico “ciao mama!”).

Nel migliore dei casi la sollecitudine pel risultato (ovviamente di vincere), che fa premio sul rastrellamento dei voti necessari, viene ammantata da imbellettamenti politico-programmatici. Ma il più delle volte si tratta di un’ipocrisia, dettata da residuo senso di pudicizia.

Una sorta di embrassons nous pour la victoire e quanto a governare (nell’interesse supremo della comunità) si vedrà in corso d’opera.

La miglior legge elettorale (“del Sindaco”, sospirata da tutti quanti, con o senza coerenza, sono attorno al tavolo operatorio per leggi che garantiscano governabilità e rappresentanza), congegnata nei primi anni della seconda repubblica allo scopo di assorbire le conseguenze di un proporzionale ritenuto evasivo, consente di sapere chi vince, ma è poco rigorosa del rispetto del mandato a governare.

Non è un caso che il pericolo di ingovernabilità esorcizzato, uscito dalla porta col doppio turno elettorale, è, grazie ai cattivi impulsi della politica, rientrato dalla finestra: si vince unendo i voti; ma, nel migliore dei casi, avendo sottovalutato la priorità degli impegni programmatici, si sfibra la coesione della maggioranza degli eletti.

Sotto tale punto di vista, a sommesso parere del sottoscritto, garantisce di più il maggioritario secco vigente nei piccoli comuni (trasposizione della formula francese).

Chiusa la digressione di ordine generale, il nostro approccio allo scenario conseguente al primo turno delle comunali di Crema sembra caratterizzato da premesse ed intenti non esattamente in linea con un excursus virtuoso dell’ultima tappa.

Manifestamente griffata dalla totale reciproca indifferenza dei due maggiori aggregati (testimoniato dalla un po’ tranchante esternazione del segretario provinciale del PD: “Se solo avessimo potuto conoscere l’idea di città e di territorio che hanno Zucchi ed il centro-destra”) e, a quanto parrebbe, financo dall’indifferenza dei medesimi nei confronti degli aggregati minori.

Con cui, ammesso che se ne volesse acquisire il bottino elettorale per impinguare il proprio in vista dell’autosufficienza, bisognerebbe aprire un canale di interlocuzione che mirasse ad una convergenza in vista dell’ultima e definitiva chiamata ai seggi.

Ma, come ha riferito la pagina cremasca del quotidiano provinciale, è sfumato l’accordo col Partito della Famiglia. Ma non, come rileviamo noi, con il candidato-sindaco del Partito della Famiglia che, a riprova degli scollamenti insiti negli attuali contesti politico-elettorali, ha traghettato motu proprio i consensi dell’11 giugno al candidato del centro-destra.

Sull’opposto versante nulla si può rilevare sul terreno di iniziative canonicamente coerenti a procedure di apparentamento.

A dire il vero, nell’imminenza della conclusione del battage del primo turno, la candidata Bonaldi si era manifestata per un sostegno alla rovescia nei confronti del concorrente pentastellato, in quel momento ancora, almeno in teoria, in corsa per il primo posto.

Andreotti ci esorterebbe a peccare pur di indovinare; perché quell’endorsement al contrario ed in largo anticipo avrebbe potuto anche integrare una richiesta di scambio a futura memoria.

Non che il gesto non sia sconveniente. Ma, da un lato, sarebbe poco trasparente e, dall’altro, incardinerebbe, localmente, la filiera dello streaming bersaniano del 2013.

C’è un ultimo versante per il repechage di consensi utili. Riguarda il candidato che Zucchi aveva definito “libera ed indomabile”, la porta bandiera della lista civica “Cambiare si può”.

Bonaldi, che, a caldo della “pappina” suscettibile di attenuare le immancabili certezze della vittoria al primo turno, evidentemente consigliata da temperamenti meno scossi e/o da affidamenti conficcati nelle viscere di lavorii meno politicamente corretti ma concreti (insomma, da lavoro “sporco”), sorprendentemente dichiara: “Sono amareggiata, ma la sovranità appartiene al popolo”. Le dichiarazioni di Ajello sono coerenti con quelle rilasciate durante la campagna elettorale e non posso che apprezzare in un contesto si sbanda dalla mattina alla sera, secondo le convenienze. Meglio la neutralità che un appoggio forzato o per convenienza”.

Un profilo di inaspettato fair play, se si considerano le propensioni gladiatorie e scarsamente improntate da senso di tolleranza in capo al sindaco uscente. Ovvero una captatio benevolentiae sul filo di lana del traguardo o un gesto di politicamente corretto suggerito dalla sicumera di far comunque cassa per effetto di accordi sotto traccia  o di perfetta conoscenza della psicologia (da sindrome di Stoccolma) della sinistra della sinistra. Che, come ancora una volta dimostrano gli sviluppi del voto dell’11 giugno, non sa sottrarsi al grido della foresta. Qui non saremmo esattamente di fronte ad uno dei suoi cardini dogmatici (mai contro la sinistra, anche se annacquata nella versione renziana) tout court.

Forse siamo di fronte a qualcosa di più sofisticato (o sgangherato). Una sorta, da una parte, di battere il nemico del mio antagonista e, dall’altra, stare lontani rigorosamente dalle conseguenze insite nell’eventuale sconfitta della sinistra di governo.

Non perché sia realisticamente possibile riannodare i lembi di una convergenza su contenuti di programma, che mai c’è stata né nell’ultimo tratto della sindacatura (Rifondazione era rappresentata nella maggioranza e nella Giunta), che mai si è potuta testare, nelle prime battute della formazione dei programmi e delle lista, sul terreno di pur generiche disponibilità a cammini comuni (tipo: marciare separati e colpire uniti), che è apparsa in tutta la sua evidenza durante il confronto (sic) elettorale.

D’altro lato, era implicito nelle cose che, se verifichi come fattuali tutte le considerazioni sopraesposte, il “ballottaggio” non avrebbe potuto integrare uno sforzo di armonizzazione e convergenza tra aggregati che, come abbiamo anticipato e ribadiamo sino alla noia, hanno dimostrato di non avere in comune alcun progetto comune. Né tanto meno il desiderio di annusarsi almeno.

D’altro lato, il Sindaco uscente si ripresentava postulando sostegni ad una riconferma “per completare il lavoro dei primi cinque anni”.

Ajello si presentava come capofila del convincimento che “cambiare si può”. Da leggere, dalle premesse e dalla testimonianza durante tutta la campagna elettorale, più che come una possibilità in campo, come un ineludibile dovere.

Cosa avrebbe potuto, anche su un piano di mera simulazione speculativa, accadere per rendere impossibile un’inversione di tendenza di due blocchi che più incompatibili di così non si possono immaginare?

Da un lato, infatti, c’è l’offerta/richiesta di continuità di una gestione (di cui, al di là dell’esito delle urne, tutto si può dire tranne che sia improntata da eccessi strategici) che fa rimpiangere la DC degli anni sessanta. Dall’altro, un’aggregazione variegata (per punti di partenza e presumibilmente, se si fosse usato un setaccio a rete più stretta, anche per programmi) che ha un approccio inequivocabile: bisogna andare nella direzione opposta a quella indicata da Bonaldi, il PD e quella accozzaglia di cespuglietti (molto simili ai supporters satellitari del PCUS).

Non ci avrebbe stupito, in questo senso, un’eventuale certificazione bipartisan che suonasse pressappoco così. 1)non abbiamo cercato convergenze al 59° minuto della 24° ora per pieno convincimento della testimonianza che abbiamo condotto ( e che continueremo, al di là di quel che saranno i risultati, a condurre durante ed oltre il prossimo mandato amministrativo. 2) Rebus sic stanti bus, per un dovere di rispetto nei confronti del corpo elettorale (inteso sia universalmente che per la parte che ci ha votato), non chiediamo né promettiamo voti. 3) Come suggerirebbero von Clausewitz e Decoubertin (a reti unificate) ci siamo lealmente misurati nell’interesse superiore della comunità (che intendiamo servire) e continueremo a proporre idee, in altre forme, pur in coerenza con gli enunciati donde ci siamo proposti.

Termine in cui è ravvisabile, per quanto fosse preferibile un endorsement più esplicito, una condizione da nazione più favorita.

La “squadra” di centro-sinistra (impegnata da sempre maggiormente sul fronte intendenziale che su quello progettuale) ha fatto bene i conti (non già quelli, un po’ così, della finanza comunale, ma quelli dei potenziali consensi). Per quanto si riferisce al plafond della “immancabile vittoria” al primo turno, mancherebbe qualcosa tra un 8 ed un 10%. Pazienza. A peggiorare quel delta negativo c’è la circostanza che, con sigle e siglette, la Bonaldi avrebbe fatto, come direbbe Mike Bongiorno, l’en plein del potenziale bacino di consensi. Mentre il maggior antagonista, tal Zucchi, quanto ad ambiti espansivi sarebbe in teoria messo meglio. Se non fosse che dalla sua scesa in campo il centro-sinistra, quanto a delegittimazione a mezzo screditamento, non si è fatto mancar niente. Con attacchi che, se fossero stati diretti nell’opposta direzione, la signora Bonaldi sarebbe ricorsa oltre che a decine di querele anche alla diretta condanna.

Insomma non si può certamente dire che le batterie ad alzo zero schierate dal fronte di centro-sinistra e dal coté degli embeddedes più o meno disinteressati, abbiano sparato a salve o mancato l’obiettivo.

Sul che si potrebbe scrive la sceneggiatura del film intitolato “Come ti polverizzo l’avversario nuovo di zecca che dal nulla è riuscito a coagulare un vasto fronte”.

Sul capo (anche sui capelli?) di tale candidato è sempre aleggiato, sin dall’inizio, lo spettro, come si diceva, della delegittimazione preventiva. Dal 1962, anno di prima tessera PSI, ed in largo anticipo rispetto all’aforisma di tal Rino Formica, ci eravamo fatti convinti che “la politica è sangue e merda”. Noi che abbiamo percepito non rari esempi di buona politica, aggiungiamo un “anche”. Fortunatamente è mancato il sangue. Ma non possiamo negare che i supporters della Bonaldi non si son fatti mancare dritti,  rovesci,  servizi, volée, aces in una particolare interminabile partita del gioco a smerda contro l’avversario.

Intendiamoci, il candidato Zucchi, le cui sorti sono del tutte estranee alle nostre ansie, su tutto ciò ha detto poco, non ha battuto ciglio. Il che sia sul piano della sua onorabilità personale e sui riflessi della fase più delicata del voto non costituisce un fatto irrilevante.

Perché ha ingenerato l’impressione (o il convincimento che in campo, sul terreno delle virtù civiche e personali) non c’è partita .

Cogliendo fior da fiore, non ci è sfuggita la dichiarazione del deputato cremasco Bordo (cui riconosciamo il merito dell’iniziativa che ha riaperto la pratica dell’affaire “don Mercedes”), che non si può certamente inquadrare nella tipologia bagatellare. “Personalmente farò di tutto per evitare che la città finisca nelle mani di avventurieri amanti dei poteri forti e poco trasparenti”.

Stilisticamente più fine la dichiarazione del vero maitre à penser della “ditta” di centro-sinistra e della cellula che siede in Comune. Piloni, infatti, si limita a registrare “due persone completamente diverse, due modi completamente di fare diversi, due stili differenti”. Sia pure aggiungendo “Contiamo che l’elettorato a sinistra, vicino a Rifondazione Comunista, esattamente come l’altra volta, decida di sostenere Bonaldi”. Mentre scende a calcare la curva finale un testimonial d’eccezione. Sorprendentemente, infatti, quel Beppe Severgnini di origini e di residenza elettorale cremasche, approdato nel corso degli anni a vertici professionali siderali (in quella testata auto-fregiantesi della greca di “giornale indipendente” che vorrebbe essere il Corriere), ha assunto nelle ultimissime giornate di campagna le vesti del promoter ultraconvinto. Staccata la spina del lavoro di abbassamento della qualità (a gusto personale) di quel bel settimanale che è stato fino a poche settimane addietro Sette, Severgnini è tornato sulle sponde del Serio. Più che per sponsorizzare direttamente Bonaldi (cosa più che legittima), per sostenerla a mezzo delegittimazione, potenziata dall’evocazione di suggestioni millenaristiche, dell’avversario (“Ho il timore che Zucchi non sia adeguato. Non saprebbe tener lontani grossi calabroni e formiconi. E’ simpatico, ma non basta per fare il sindaco”.

Concludiamo  con la campagna acquisti nei confronti del “tesoretto” del battitore libero, Ajello, che situata senza ombra di dubbio sul terreno della totale indifferenza a calcoli di potere è stata definita dall’avversario Zucchi una sorta di cavallo libero ed indomabile.

Una definizione non si sa quanto adatto ad una giovane signora; ma di cui dovrebbero andar fieri tutti i candidati a rendere un servizio alla comunità.

Non si può dire che il livello di voti sia stato congruo rispetto a ciò che ha rappresentato in termini di freschezza e di novità.

Per pochi voti non potrà testare in concreto la possibilità di innestare sull’attività amministrativa questo format.

Le possibilità che il messaggio lanciato possa, al di là della mancata elezione, radicarsi nella vita politica cremasca appaiono sospesa alla tenuta delle fasce elastiche di una convergenza tra forze rivelatisi poco coese rispetto alla dorsale di discontinuità del progetto civico.

Paradossalmente i contraenti il patto della lista Ajello, animati dal desiderio di rovesciare il tavolo dell’ordinarietà, refluiranno nel lavoro usato dell’obbedienza alla consuetudine.

In tal senso può essere percepito quell’apparentamento morganatico con la Bonaldi, deciso dal troncone di Rifondazione Comunista che l’aveva abbandonata.

Se Bonaldi risalirà la china sarà non perché ha fatto autocritica ed ha aperto alla sinistra non omologata. Ma perché quella sinistra sarà colta da una fase acuta di sindrome da Stoccolma e di psicosi del “soccorso rosso”.

Che, come è noto, ha un fondamento nell’impulso a non favorire l’avversario della sinistra di governo o, semplicemente, a non intestarsi le recriminazioni postume di aver concorso alla sua sconfitta.

Da tale punto di vista, registriamo la dichiarazione di Ajello (che la fa cadere in piedi): “Sono delusa. La libertà di voto non significa annunciare la propria scelta, soprattutto se si è segretari di un partito. Come del resto era stato concordato nella riunione di lista tenuta lunedì sera”.

La bella testimonianza di “cambiare si può” arrischia di soccombere alla solita logica di real politik, che pervade anche(o soprattutto?) la sinistra, di lotta o di governo che sia.

Nella più favorevoli delle interpretazioni, escludenti l’intenzionalità manovriera, lo scenario degli ultimi giorni di campagna elettorale a Crema si arricchisce di una motivazione suscettibile di diventare un alibi: una sinistra tutta preoccupata per la “grande politica” (e non per le sorti della città per la quale il corpo elettorale viene chiamato ad esprimersi).

Quanto alla voce socialista non si può dire che sia univoca. Il vertice della Comunità cremasca (come stabilisce il comunicato che pubblichiamo integralmente) ringrazia Ajello, ma chiede “un gesto di generosità politica, per non compromettere la riunificazione delle forze”.

Quasi in sintonia con il Ministro Martina, braccio destro di Renzi, giunto dalla sua bergamasca a sostenere Bonaldi prefigurando vertiginosi agganci tra i destini elettorali del candidato di centro-sinistra ed auspicabili “sviluppi  nazionali di un’esperienza larga, civica e aperta” (che ne penserebbe l’altra metà del ticket Renzi?).

Considerando che, all’opposto, il segretario provinciale del PSI, convinto sostenitore della lista Ajello, ha invitato alla piena libertà di voto (che integrerebbe anche il non voto alla Bonaldi), più che un assist sarebbe un sussurro di rivendicazione, a futura memoria, del diritto di tribuna nei giochi a sinistra.

 

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Comunità Socialista cremasco – cremonese

 

Risoluzione del dibattito dell’assemblea del 17 giugno 2017

 

 

La Comunità Socialista, riunitasi in data 16 giugno 2017, ha espresso piena condivisione sull’orientamento, tenuto da Mimma Aiello, a nome della Lista Cambiare si può!, contrario ad ogni forma di apparentamento, nonché  sulla indicazione  di lasciare  libertà di voto ai propri elettori.

Con rammarico, ha invece valutato, le tensioni conseguenti, in quanto facilmente evitabili con il rispetto delle diverse sensibilità esistenti, sia a livello personale che di gruppo, seriamente e coerentemente interpretate.

Ciò premesso, a dimostrazione della propria linearità, la Comunità Socialista, :

Richiama, la propria deliberazione, assunta, a fine marzo, contestualmente  alla decisione di schierarsi nel confronto amministrativo, esplicitamente a  sostegno, in caso di ballottaggio, del candidato di centro – sinistra, e quindi oggi di Stefania Bonaldi,  in alternativa a quello del centro - destra.

Conferma tale indirizzo, senza tuttavia alcuna censura nei confronti di nostri aderenti che avessero maturato, nel corso della campagna elettorale, una opinione diversa,

Motiva, le considerazioni esposte, come un atto di generosità politica generosamente tesa a non compromettere irreparabilmente il progetto di ricomposizione delle forze di ispirazione socialista, ambientalista e civica, maldestramente divise anche Crema, per cui scarsamente incisive nelle scelte territoriali, dettate egemonicamente dal  PD.

Ringrazia pubblicamente Mimma Aiello, per la valorizzazione che ha dato al contributo programmatico e politico dell’area socialista, alla sua proposta amministrativa, che sarebbe un peccato disperdere.

 

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