Venerdì, 22 settembre 2017 - ore 08.15

Racconto 9 settembre 1943 La battaglia della caserma Manfredini Cremona di Ennio Serventi

La battaglia alla porta centrale della caserma Manfredini vista attraverso gli occhi di un bambino. Ennio Serventi era un bambino ed abitava a Cremona in Via Bissolati,11 ed ha visto quello che è successo il 9 settembre dopo la firma dell’armistizio. Venerdì 9 l’ANPI organizza la rievocazione storica con un gruppo di artisti cremonesi.

| Scritto da Redazione
Racconto  9 settembre 1943 La battaglia della caserma Manfredini Cremona di Ennio Serventi

Cremona 9 settembre 1943 ...... la notizia della firma dell'armistizio, data alla radio il giorno prima insieme a quell'ambiguo messaggio, all'apparenza non influiva sull'andamento della giornata. Alla sera molta gente si era radunata spontaneamente ai giardini pubblici di piazza Roma. Via Curzia ed il largo incrocio davanti al palazzo delle poste vecchie erano stati affollati fino a tarda ora. C'era preoccupazione in città. La domanda alla quale ognuno cercava di dare una risposta era quella che riguardava il comportamento dei soldati tedeschi presenti in città: cosa avrebbero fatto i tedeschi? Come avrebbero reagito alla rottura di quell'alleanza? Un rumore di macchina sovrastò e spense per un attimo il brusio della folla. Una motocarrozzetta con a bordo dei militari germanici, proveniente da corso Campi, passò velocemente all'incrocio puntando oltre il palazzo delle poste ed il cinema ENIC. Ricordo bene il commento della sarta a quel passaggio: ''vengono a controllare, a vedere cosa succede in città, ci tengono d'occhio''. Non si levarono grida ostili, ma il suo passare fu seguito da molti sguardi interrogativi e dal rinfocolarsi delle domande sul domani. I tedeschi sono da tempo a Cremona, accampati a Migliaro. Una loro piccola unità è presente nel vecchio centro cittadino.

È acquartierata in una porzione, quella a lato di via Capra, dello storico palazzo sede dell'Istituto della Beata Vergine. Ragazzotti dai pantaloncini corti e calzettoni risvoltati sui bordi degli scarponi. Si racconta che le suore, incontrandoli casualmente in uno dei pochi passaggi rimasti comuni, distolgano lo sguardo, si coprano gli occhi con le mani ed accelerino il passo e che loro, i nibelunghi, gli rifacciano bonariamente il verso, tramutino il loro passo marziale in altrettanti corti e rapidi passetti, si coprano scherzosamente gli occhi. Tutto sommato una coabitazione ed una presenza discreta. Il Comando è da sempre installato nella villa padronale della cascina S. Maria, appena fuori della città. Da qualche tempo però in città corrono voci, portate dai reduci italiani, sul loro comportamento in Russia ed in Jugoslavia.

Sommessamente, con estrema circospezione e cautela, si racconta di case bruciate e di civili massacrati e nella ritirata dal Don di soldati italiani ai quali veniva negato il trasporto e lasciati morire nella neve. Più tardi avemmo anche i nostri morti: i militari alla caserma, Edda Sacchi, i due ferrovieri travolti dal crollo del ponte di Marcaria, e i partigiani massacrati a Bramaiano di Bettola e in molti altri posti. Il pensiero di molti dei presenti va ai soldati nelle caserme cittadine. Se sarà necessario combatteranno contro i tedeschi o consegneranno loro le armi? Nella casa, ormai completamente sveglia, tutto sembrava andare come sempre. Ma i pensieri preoccupati albergavano nelle menti degli uomini. La prima ad accorgersi che c'era qualcosa di diverso e che quella mattina stava accadendo qualche cosa d'insolito fu la ragazzina con le trecce. La punta del naso schiacciata contro il vetro della finestra, osservava la strada insolitamente silenziosa. Non capiva cosa mancasse. Guardò verso Porta Po e la piazzetta di S. Lucia. Inquadrò la solita visione: le case erano al loro posto e le finestre, come sempre a quell'ora, erano quasi tutte aperte. Ma quando girò la testa, volgendo lo sguardo alla grande caserma, improvvisamente capì. L'altissimo portone, sovrastato dall'asta portabandiera, era chiuso. La garitta e la pedana per la sentinella erano deserte. Ecco spiegato il perché di tanto silenzio: mancava il rimbombo della possente battuta con la quale la sentinella accompagnava il saluto con l'arma. Noi ragazzi eravamo abituati a scherzare con la sentinella che, suo malgrado, veniva a fare parte del nostro ingenuo gioco. Gli passavamo e ripassavamo ripetutamente davanti, guardandola e portandoci una mano alla fronte, mimando il saluto militare. Seria, rispondeva al nostro saluto, portando il fucile, che teneva incrociato sul corpo nella classica posizione di ''riposo'' in posizione verticale parallela al corpo, nella posizione di ''attenti''. Contemporaneamente batteva forte il piede sinistro sulla pedana. Il suo rimbombo riempiva la strada con nostro diletto e con le imprecazioni di qualche ritardatario dormiglione. Ma quella mattina la sentinella non c'era. Nessuno entrava od usciva dalla  caserma. Il portone era stato chiuso e la sentinella esterna ritirata. La caserma, da sempre punta centrale della nostra strada, si richiudeva su se stessa quasi a difesa da un pericolo che poteva venire dall'esterno. Ma quale pericolo avrebbe potuto venire da quella contrada amica che anche nel suo toponimo più antico ricordava la propria origine militare? Dall'antica via Vaccina, già presente sulla carta del Campi (via Vachìna per gli abitanti della zona) fino alla via Tombino (in Tumbéen) era tutto un susseguirsi di caserme; Manfredini, Pagliari, Goito, Sagramoso e S. Martino. Noi abitanti di questa strada, che fu centrale dell'antica ''cittadella'' fortificata, con i soldati convivevamo da sempre. Venivano nei nostri cortili e vi portavano le loro divise da rattoppare, le camicie da stirare, si fermavano a parlare dei loro paesi lontani, collocati in un'Italia ai più sconosciuta. Solo alle ragazze veniva raccomandato di non fermarsi troppo a lungo da sole con loro, per non alimentare maldicenze e rimetterci in reputazione. I ritmi della caserma finivano per regolare anche quelli della gente. Così, più che gli orologi, erano gli squilli della tromba ad indicarci quando era tempo di coricarci, si svegliarci o di mangiare. All'ora dei pasti, una piccola folla di poveri (ed indigenti) armati di cucchiaio e di indecenti contenitori ricavati da vecchi barattoli per le conserve di pomodoro, ai quali ingegnosamente era stato applicato un manico fatto con un fil di ferro raccattato chissà dove, si radunavano sull'altro lato della strada, di fronte alla grande porta. All'apparire nel vano della porta degli addetti alla corvée, si avvicinavano attraversando la strada. Si mettevano in fila indiana ed in silenzio sfilavano davanti a quell'enorme marmitta tendendo le loro gavette, nelle quali l'addetto alla distribuzione faceva scivolare un grosso mestolo di minestra o di pasta asciutta. Era il rito quotidiano della ''minestra dei suldàat'' che si ripeteva tutti i giorni,negli orari del pranzo e della cena, moderna versione del miracolo della distribuzione dei pani e dei pesci. No, alla gente di quella strada già ''Cannone'' che l'amministrazione del sindaco Pozzoli decretò ''si chiamasse via Spartaco, poiché a questo ribelle si ispirarono coloro che in Germania si opposero al militarismo'' (molti di loro vennero uccisi durante i ''moti berlinesi'' e con essi Karl e Rosa2), non poteva venire nessun pericolo. Inaspettatamente ed insolitamente la signorina stava tornando dall'ufficio. La vide sua mamma dalla finestra e già si affrettava a scendere le scale per andarle incontro, preoccupata per quell'anticipato rientro. Furono una di fronte all'altra sul pianerottolo del primo piano. La signorina Gina non diede il tempo alla mamma di articolare la sua domanda che pure aveva già preparata.

Fu quasi l'esplosione di un urlo liberatorio che ebbe come primo effetto quello di popolare le due logge, che  circondavano sovrapposte il cortile: ''i suldàat, i suldàat!''. Raccontò che giunta alla fine di via Cavallotti, girato l'angolo, aveva visto che la scalinata del palazzo delle poste era occupata da soldati italiani. Anche il terrazzo, al di là delle balaustre, era presidiato. Alcuni soldati stavano armeggiando attorno ad uno strano congegno, forse una mitragliatrice. Un soldato, probabilmente il comandante, l'aveva avvicinata per chiederle dove andasse, ma non le aveva concesso il tempo per rispondere e con fare di comando le aveva ordinato di tornare subito a casa. ''Dica alla gente di non uscire! Raccomandi, soprattutto agli uomini, di starsene rinchiusi; sembra che i tedeschi li stiano rastrellando''. Ci fu qualche parola di commento, subito tacitato da un rombo. Sembrava un tuono e molti guardarono in alto, ma il cielo era sgombro e sereno. Qualcuno aveva intuito la direzione di provenienza e stava scendendo velocemente le scale. Quasi tutti li seguirono e si ritrovarono in strada. Gli occhi si rivolsero dalla parte dove sorgeva la grande caserma. Notai che dall'asta sovrastante l'enorme portone sventolava la bandiera italiana. Era una cosa insolita. La bandiera veniva esposta sono nelle ricorrenze ufficiali o per la visita di qualche autorità. Più sotto, il portone era stato aperto. Poco oltre il marciapiede alcuni soldati si davano da fare intorno ad un piccolo cannone. Sparò il cannone, ma non vidi contro chi, in direzione del vicolo Ferrario. Ormai tutto si stava chiarendo. I tedeschi davano l'assalto alla caserma ed i soldati nostri si apprestavano alla difesa. Le armi non sarebbero state consegnate se non dopo un'eventuale sconfitta militare. Fui spinto dentro il vano della porta e tutti ci ritrovammo in cortile. Il luogo più sicuro dove ripararci venne individuato nelle due stanzette al piano terreno, dove abitava il vecchio Giovanni. Erano le più interne e lontane dalla strada.

Avevano tre piccole finestre che guardavano verso il cortile ed il loro muro più interno era anche quello che ci divideva dai rustici della strada parallela, via Ruggero Manna. Non ricordo un particolare stato d'eccitazione. Tutti percepivano che ormai le cose si andavano definitivamente chiarendo; i nostri soldati stavano combattendo contro i tedeschi, noi stavamo con i soldati. I tedeschi erano i nemici. Poco più tardi  solo i fascisti li spalleggiarono. I più irrequieti erano i ragazzi che venivano continuamente richiamati. Ma la curiosità e la voglia di vedere lo svolgersi della battaglia era tanta, più forte di una qualsiasi reprimenda.

A volte il cannone taceva per lunghi minuti e si aveva l'impressione che tutto fosse finito. Era in quei momenti, mentre tutti tendevano le orecchie per captare ogni possibile suono che rivelasse quello che stava succedendo nella strada, che l'attenzione nei confronti di noi ragazzi si allentava. Complice il signor Gino ci avventuravamo fuori. Leggermente chinati in avanti, come avevamo visto fare in tanti film di guerra, ci spingevamo oltre il marciapiede. Le case in quel punto disegnavano una leggera rientranza. Per poter vedere la porta della caserma era necessario spingersi in avanti fino a superare la successiva sporgenza. Il cannone non sempre era nella medesima posizione, veniva spinto un po' più in avanti o ritirato di qualche passo. Anche la direzione del puntamento non era sempre la stessa, o verso il vicolo Ferrario e piazza S. Paolo o in direzione della antica osteria ''Citadéla'', dove la strada si restringeva. Non vidi l'effetto dello sparo ma ancora una volta ne sentii il rombo. Tutti rientrammo precipitosamente nel cortile. Qui volò qualche scapaccione e per l'adulto ci furono rimbrotti. Improvvisamente avemmo tutti la sensazione che il cannone fosse silenzioso da troppo tempo, che il ritmo della battaglia fosse cambiato. La pausa si prolungava troppo. Il signor Gino andò a vedere, noi fummo tenuti a freno. Ci chiamò dalla strada ed uscimmo. Il cannone non era più all'incrocio davanti al portone della caserma. La strada era vuota e silenziosa. Dall'asta portabandiera il tricolore era stato tolto ed al suo posto penzolava un lenzuolo bianco.

Diventato, esso stesso bandiera: bandiera bianca. Quante volte, nelle illustrazioni dei libri di lettura della scuola elementare, avevo visto quel drappo sventolare issato sulle trincee del nemico travolte dai nostri, inferiori di numero ed in armamenti, ma sempre vittoriosi. ''Il soldato italiano muore ma non si arrende''. Quella umana bandiera bianca faceva giustizia di tutto questo. Ebbi timore per i nostri e chiesi se fossero tutti morti. ''No, sono dentro nella caserma, prigionieri'', mi rispose il sig. Gino. Nello scontro alcuni soldati italiani morirono, lo seppi a guerra finita. La drammaticità di quella giornata ebbe anche, così parve a me, un risvolto divertente. La Nina del secondo piano si affacciò alla loggia gridando; ''La bomba! La bomba'', allarmando tutti. Aveva scoperto, sopra il suo letto, un oggetto scuro non facente parte delle sue cose domestiche. Dato il clima della giornata, non poteva essere che una bomba. Chiese aiuto ai vicini, ma nessuno si offrì di andare a vedere. Nessuno di noi era pratico di simili ordigni. Corse nella strada e s'imbatté in soldati tedeschi. Ritornò in casa con due di loro. Poi raccontò: non era proprio una bomba ma una scheggia di 3 Alla porta carraia morirono il sottotenente Mario Flores ed il caporale allievo ufficiale Dante Cesaretti di Spoleto.

Davanti al Palazzo Ala Ponzone morì il sottotenente Francesco Vitali. Una stima dei caduti e dei feriti fa concludere che l'attacco tedesco a Cremona ha causato trentuno caduti fra militari  e civili colpiti da armi da fuoco in azioni di guerra e trentaquattro feriti. proiettile d'artiglieria. Aveva rotto le imposte di legno di una finestra e finito la sua corsa sul cuscino. Era quello dove appoggiava la testa suo marito il signor Angelo. Arrivarono notizie dalle altre caserme di via Bissolati. Alla ''Pagliari'' c'era stata resistenza. I soldati italiani, dall'interno di quello che era stato il convento di S. Benedetto, avevano sparato colpi di fucile contro i tedeschi. Alcuni di loro, feriti, erano rimasti sull'acciottolato di quella stradina leggermente in salita e fiancheggiata dai platani che ancora esiste. La fucileria dei nostri impediva il recupero di quegli uomini. Così i tedeschi rastrellarono nei pressi di S. Bassano e dell'osteria alcune persone, le spinsero davanti a loro su per il sentiero della caserma, minacciandole con le loro armi. In questo modo riuscirono a recuperare i loro camerati. Non so chi si accorse della loro presenza. Forse furono visti mentre scavalcavano i tetti, passaggio obbligato per raggiungere quel posto. Io non so quanti fossero o da dove venissero. Certamente non dalla caserma Manfredini che aveva sostenuto l'attacco. Forse, dalle caserme di via Chiara Novella e Carnevali Piccio che erano venute a trovarsi sulla linea d'attacco tedesca prima della Manfredini. Forse si sbandarono prima che arrivassero i tedeschi, oppure potevano aver fatto parte del piccolo presidio al distretto, luogo di uffici e furieri. Certamente entrarono in quell'intricato labirinto passando per il portone dell'asilo, prima che come tutte le porte che davano sulla strada, venisse chiuso. Oppure gli venne aperto dal custode. Ma queste furono le domande del poi. Finita la battaglia della caserma i tedeschi rastrellarono gli interni delle case comprese fra la via R. Manna e la via Bissolati. Un basso muretto, ancora visibile, separava il cortile della casa contrassegnata con il n. 15 dal giardinetto della  case del n. 13 nel cui ''curtilet'' si erano rifugiati i soldati in cerca di salvezza. Dal cortile del n. 15 nel corso del rastrellamento alcuni tedeschi si affacciarono a quel muretto senza scavalcarlo. Si limitarono a guardare al di là nel giardinetto degli Uggeri. Solo la bassa costruzione della lavanderia (oggi al suo posto vi è una costruzione abitativa fatta negli anni cinquanta) impedì loro di guardare nel ''curtilet'' dove i nostri si erano rifugiati. Nel giardinetto degli Uggeri, vicino alla pianta di prugne, venne scavata una buca nella quale si sotterrarono le divise e le armi dei soldati italiani.  

Fu ancora una volta il signor Gino a capire al volo la situazione e, dal suo scarso guardaroba, cominciò a portare ogni genere di indumenti necessari al travestimento di quei soldati rifugiatesi nel ''cortiletto''Anche gli altri uomini del cortile si diedero da fare. Con l'aiuto di un attrezzo la rete metallica venne divelta e dalla ''finestrìna'' furono fatti passare camicie, scarpe, giacche e calzoni. Nel cortile in quel tardo pomeriggio non si parlò che di loro, di come avrebbero fatto ad uscire e di dove sarebbero andati. Verso sera, mentre con altri ero sulla porta che dava sulla strada, vidi di spalle un uomo che si allontanava velocemente, rasentando il muro. Indossava un paio di pantaloni che non arrivavano a coprirgli le caviglie. Qualcuno disse che era uno di ''loro'' e che probabilmente questo sarebbe riuscito a salvarsi. Era cremonese ed abitava in via del Giordano. Né di lui né degli altri sapemmo più niente. Comparve improvviso nel piccolo varco che immetteva nel cortile. Capelli folti e neri, coperto di stracci. Disse di chiamarsi Sebastiano, di essere un soldato. Non aveva partecipato alla difesa della caserma perché da alcuni giorni la squadra della quale faceva parte era stata comandata alla guardia della vecchie carceri di via Jacini, dove alcuni militari erano detenuti. Avuta notizia dell'attacco tedesco alle caserme e della successiva resa di queste, avevano deciso, per sfuggire al prevedibile rastrellamento degli uomini soggetti alla leva e dei militari fuggiaschi, di cercare rifugio da qualche parte. Liberati i soldati carcerati ed indossati gli abiti di altri detenuti, si sbandarono. Lui scavalcando tetti, si era rifugiato in alcuni cortili delle case di via dei Tribunali. Poi nel pomeriggio spinto dalla necessità di trovare un rifugio più sicuro, aveva superato le poche centinaia di metri che lo separavano dalla nostra strada. Conosceva una famiglia che abitava nella casa della Zore, ma la porta verso la strada era chiusa. Si guardò attorno: la nostra era l'unica rimasta aperta e così giunse nel cortile. Aveva paura ed era bisognoso di ogni aiuto. Quella sera mangiò il cibo del cortile e dormì nella camera della ''finestrìna'' nel letto di uno dei ragazzi. La sarta del secondo piano con i due figli si strinsero nel letto matrimoniale. Per una decina di giorni fu così protetto, segreto ospite inatteso della sarta, dei suoi due figli e del cortile. La cosa non poteva durare a lungo. Era necessario trovare una sistemazione di lunga durata che garantisse, nel possibile, la sicurezza. settembre 1943 si trovava dallo zio Uggeri nella casa di via Bissolati 13, dove molto spesso soggiornava per gli impegni di lavoro dei genitori.

Ennio Serventi (Cremona) 

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