Sabato, 22 febbraio 2020 - ore 20.17

Giorgio Bertin trasforma in intensa narrativa, a tratti epica, la sua esperienza di vita nelle aree marginali americane …

Vita, arte, sogno, visione del futuro si rincorrono per le pagine e approdano a un’umanità rinnovata.

| Scritto da Redazione
Giorgio Bertin trasforma in intensa narrativa, a tratti epica, la sua esperienza di vita nelle aree marginali americane …

Giorgio Bertin trasforma in intensa narrativa, a tratti epica, la sua esperienza di vita nelle aree marginali americane …

Giorgio Bertin trasforma in intensa narrativa, a tratti epica, la sua esperienza di vita nelle aree marginali americane a contatto con un’umanità derelitta. Un viaggio che potrebbe apparire come la discesa nell’inferno delle sconfinate discariche a cielo aperto della società del consumismo, ma sorprendentemente capace di esprimere una nuova visione del mondo in tempi come i nostri, dove la questione della salvaguardia dell’ambiente terrestre è il problema dei problemi. Vita, arte, sogno, visione del futuro si rincorrono per le pagine e approdano a un’umanità rinnovata.

“Il viaggio di Grobo era partito verso tutte le frontiere della sua vita, verso le aree marginali, per tutti i campi dove avrebbe vissuto, e la baracca-officina che a distanza di oltre cinquant’anni ci ha fatto incontrare: lui per raccontare, io per ascoltare. Non avrebbe più rivisto il quartiere, sua madre, suo padre. Lo ricordava sempre circondato di alberi, di animali che fiutavano l’acqua, di cascate e di fiumi senza rive che cercavano il loro mare. Grobo cercava di impadronirsi di tutta quell’alba troppo grande, senza case, costruzioni. Cercava di immagazzinarla tutta, di stiparsela nella dispensa della sua giovane vita. Tutti quegli alberi che invadevano la luce dei fari sulla strada, che si insinuava nel sonno della campagna. Non gli bastavano gli occhi, ogni fibra del suo corpo era in vibrazione, in ogni angolo del suo sentire”.

Giorgio Bertin, padovano, vive e lavora a Firenze. Artista e poeta. Negli anni Ottanta del Novecento è stato esponente dell’espressionismo metropolitano newyorkese, partecipando più volte con i suoi lavori al progetto TAEx (total artistic exibition): grande esibizione artistica clandestina proposta in vaste aree periferiche della metropoli presso edifici abbandonati. Tra il 1981 e il 1982 realizza il progetto Spasmo-Plus, una ricerca fotografica-poetica portata a termine con l’appoggio del Dipartimento della sanità di New York, allo scopo di documentare l’espulsione dei rifiuti verso gli inceneritori e le discariche di Brooklyn e Staten Island. Prendendo spunto da questa prima esperienza, continua il suo lavoro di documentazione fotografico-artistica e di ricerca in realtà marginali semi abbandonate di altre grandi città. Si avvicina così alle comunità di artisti-riciclatori che le popolano: pittori, scultori, musicisti e gente di spettacolo. Pittore e scultore, l’artista ha coniato il termine Garbart (da garbage: rifiuto, immondizia) per definire la propria produzione artistica, il quale ha dato il titolo alla sua esposizione del 1988 in Palazzo Vecchio a Firenze. Partecipa alla Mostra internazionale d’arte Caos e Bellezza organizzata a Genova in occasione delle Colombiadi (1991). Nel 1993 è tra i cinque poeti scelti per l’assegnazione del Premio «Laura Nobile» (Siena) con la raccolta Anni di Cellophane. 

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