Lunedì, 22 gennaio 2018 - ore 03.01

L’EcoStoria La Costituzione compie settant’anni

Non foss’altro che per la quasi coetaneità non ci poteva sfuggire l’anniversario a cifra tonda della promulgazione della Carta Costituzionale.

| Scritto da Redazione
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L’EcoStoria La Costituzione compie settant’anni

Non foss’altro che per la quasi coetaneità non ci poteva sfuggire l’anniversario a cifra tonda della promulgazione della Carta Costituzionale.

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La conclusione di un impegnativo e lungo procedimento politico ed istituzionale, incardinato il 2 giugno con l’opzione repubblicana ed avviato dai lavori dell’Assemblea Costituente veniva sancita dall’approvazione dell'Assemblea Costituente il 22 dicembre 1947 e la promulgazione da parte del capo provvisorio dello Stato De Nicola il 27 dicembre. Il testo sarebbe stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 298, edizione straordinaria, dello stesso giorno, per entrare in vigore il 1º gennaio 1948.

Per dare una sia pur sommaria idea dell’impegno performante dell’Assemblea basterà considerare che in poco meno di un anno e mezzo il Parlamento che potremmo definire a tempo e a tema riuscì a completare, pur applicandosi all’attività legislativa corrente, un lavoro imponente. Non fu tutto scontato né semplice come una certa vulgata della solidarietà ciellenista darebbe per scontato. L’arco “costituzionale” era, sin dai blocchi di partenza, meno coeso e granitico di quanto alcuni stereotipi tramandati lascerebbero intendere. Il sciogliete le righe della convergenza antifascista, che avrebbe preso velocità due anni dopo alla vigilia della scelta dell’appartenza al campo internazionale, si era mostrato in tutta la sua evidenza già a partire dal referendum istituzionale. Infatti, il detentore della golden share, la DC, aveva manifestamente fornito un apporto a minimo sindacale, come verrebbe da dire, alla causa repubblicana. Ne sono dimostrazione la gestione politica della campagna referendaria e la modesta scansione dei risultati conseguiti da due fronti contrapposti.

Sia dall’insediamento dell’Assemblea plenaria che dall’avvio della Commissione redigente dei 75 divenne ben presto palese la difficoltà di far convergere sull’intelaiatura e, soprattutto, sulle parti programmatiche distintive una maggioranza congrua per il valore di un passaggio cruciale per la nuova Italia.

Se sul profilo programmatico proiettato verso una socialità suscettibile di invertire le tendenze del passato, su altri punti fermi, come il rapporti tra l’Italia ed il Vaticano, tra i diritti di cittadinanza e l’esercizio delle prerogative della fede, nulla appariva scontato. Come il lavoro legislativo si sarebbe dimostrato di dimostrare.

Al netto delle solite interessate retoriche, andrebbe concluso che, per la tempestività ed il risultato qualitativo, che, tra luci ed ombre, avrebbe garantito il conseguimento di molti dei valori espressi dalla Liberazione e, con essi, un lungo periodo contraddistinto da una ampia e forte partecipazione democratica alla vita pubblica, nessun successivo ciclo della vita repubblicana si sarebbe rivelato così performante.

Non ci sentirete, dopo che abbiamo appena tessuto le lodi del senso complessivo della Carta e della testimonianza di valore dei padri costituenti, mai e poi mai parlare della “più bella Costituzione del mondo”.

Da decenni andiamo sostenendo che, se la sua intelaiatura mantiene tutta la sua attualità sul terreno valoriale, la meccanica ordinamentale va assolutamente sottoposta ad un lavoro di revisione, capace di porre la macchina istituzionale dello Stato al passo dei tempi. Che hanno profondamente mutato i contesti in cui la formulazione aveva preso le mosse.

Se le precauzioni di difesa delle prerogative democratiche avevano un senso in un ciclo in cui i rapporti di forza non apparivano definitivi, a settant’anni di distanza occorre trarre qualche edificante conclusione dalla condizione di stallo della vita democratica. Che arrischia di riverberarsi nella tenuta del modello Italia.

Del che, al netto dell’interessata retorica ad usum delphini, sembra di essere tutti d’accordo; salvo poi assistere al fallimento di tutti i tentativi di innovazione della parte della Costituzione che riguarda il funzionamento dello Stato.

Celebriamo l’importante anniversario con l’auspicio che da essa scaturisca non già un profluvio retorico, ma il rafforzamento della consapevolezza che l’Italia democratica del terzo millennio sappia ritrovare il senso della testimonianza civile ed il prevalente profilo riformatore dei padri Costituenti.

A dimostrazione dell’importanza della ricorrenza, che auspichiamo occasione più che celebrativa di riflessione, segnaliamo alcune importanti iniziative rievocative.

Mercoledì 27 dicembre, giorno del settantesimo compleanno della firma della Carta Costituzionale, la Sala in cui avvenne lo storico atto – a Palazzo Giustiniani – si apre agli Italiani con una cerimonia, l’esposizione di documenti dell’epoca e la proiezione di un video appositamente realizzato dal Senato della Repubblica. Sarà proprio il Presidente del Senato, Pietro Grasso, a dare il via all’iniziativa alle ore 17, ricordando la firma della Carta Costituzionale a pochi passi dalla stessa scrivania su cui avvenne lo storico atto, ricoperta da un drappo rosso identico a quello che la rivestiva settant’anni fa. Accanto, la celebre foto – forse la più importante della storia repubblicana – che ritrae il Capo dello Stato Enrico De Nicola che appone la propria firma e in piedi, ai due lati, il Presidente del Consiglio dei Ministri Alcide De Gasperi, il Guardasigilli,Giuseppe Grassi e il Presidente dell’Assemblea Costituente Umberto Terracini.

Nell’adiacente Salone degli Specchi verrà allestita una mostra di documenti storici e saranno esposti il Foglio Filatelico e le monete realizzate dall’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato per la ricorrenza. In particolare, la moneta da 5 euro per collezionisti che riporta, su un lato, l’immagine centrale del soffitto della Sala Maccari, a Palazzo Madama, che simboleggia l’Italia libera e trionfante. Nell’occasione saranno presentate le pubblicazioni curate dal Senato della Repubblica: la traduzione in 7 lingue del testo vigente (inglese, francese, tedesco, spagnolo, portoghese, cinese e arabo), l’edizione della Costituzione italiana in sistema Braille e l’ebook “La storia della nostra Costituzione” che offre una sintesi dell’elaborazione del testo durante i lavori dell’Assemblea Costituente e delle modifiche apportate nel tempo. Infine, sarà proiettato il video realizzato dal Senato, dal titolo “Di sani principi”, con la collaborazione di protagonisti italiani dello sport, dell’università, della scienza, dell’arte e della cultura nati il 27 dicembre.

L’Eco del Popolo celebra l’anniversario ricordando i due socialisti cremonesi, Ernesto Caporali e Piero Pressinotti, eletti ed operanti all’Assemblea Costituente.

Dall’insediamento avvenuto il 25 giugno 1946 avrebbero operato (come peraltro gli altri tre eletti nel territorio) fattivamente e nello spirito del mandato riformatore e progressista ricevuto da un vasto consenso.

Di quel ciclo pubblichiamo una scheda redatta da Giuseppe Azzoni.

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La forza, i meriti e il travaglio del PSIUP  Quel 1946 della Repubblica e della Costituente di Giuseppe Azzoni

Nel 1946 quello socialista si chiamava Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (PSIUP). Questo dal 1943, quando il fuoco incombente della Resistenza aveva indotto ad unificarsi il PSI di Nenni, il MUP (che definirei “proletario luxemburghiano”) di Lelio Basso ed i riformisti di Romita. La continuità, pur con nuova denominazione, col vecchio partito appare simbolicamente evidenziata dal numero d’ordine del Congresso nazionale che si tiene a Firenze nell’aprile 1946: XXIVmo congresso socialista.

In Italia e nella nostra provincia il 1946 vede un PSIUP molto forte, estremamente attivo ed impegnato. Ma anche in preda  ad un travaglio interno che – dopo il ricompattamento del 1943 – lo porterà alla scissione socialdemocratica nel gennaio 1947. In questo frangente il partito riprenderà a chiamarsi PSI.

Per sommi capi accenniamo qui a ciascuno di questi tre aspetti del PSIUP cremonese nel 1946, avvalendoci molto della ricca documentazione contenuta nel volume di Enrico Vidali: “Il socialismo di Patecchio”.

La forza. A poche settimane dalla Liberazione i compagni che, durante la guerra, avevano rimesso in attività il partito nella clandestinità, convocano una prima assemblea congressuale provinciale a Cremona per il 18 luglio 1945. Si riuniscono 110 delegati in rappresentanza dei partigiani matteottini dell’ANPI, di capilega dirigenti ed attivisti della Camera del Lavoro, dei CLN e delle giunte comunali, Sindaci ed altre autorità dai CLN nominati, dei giovani, delle organizzazioni della città e della provincia…  Relatore Piero Pressinotti, che fungeva da segretario già nel periodo clandestino. Per la dirigenza nazionale è presente Lelio Basso. Si tracciano le linee fondamentali per l’attività in provincia per i mesi precedenti al congresso nazionale del successivo aprile.

Il relativo congresso provinciale si tiene a Cremona il 2 e 3 marzo 1946. La Federazione annuncia il conseguimento di ben 21.000 iscritti (14.000 uomini, 5.000 donne e 2.000 giovani). Relatore è ancora Pressinotti, così come è ancora Lelio Basso a rappresentare la Direzione nazionale ed a concludere i lavori. Tra gli esponenti del partito si annoverano Ernesto Caporali, Gino Rossini, Emilio Zanoni, Comunardo Boldori, Arturo Verzeletti, Angelo Majori, Stefano Corbari, Severina Rossi, Bruno Calatroni, Carlo Ricca, Antonio Stagnati, Regina Ramponi, Delvaro Rossi, Arideo Fezzi, Mario Coppetti… i nomi sono davvero molti disponendo il partito di un grande numero di aderenti attivi e di quadri. Pressinotti sarà ancora segretario provinciale fino alla sua elezione alla Costituente. Poi la guida della Federazione fino al congresso successivo è affidata ad Angelo Majori, prestigioso dirigente delle “Matteotti” nella Resistenza, dopo l’arresto del comandante Corbari.

Il PSIUP consegue un forte risultato nelle elezioni comunali del ’46, elezioni tenutesi a turni prima e dopo il 2 giugno. I due partiti della sinistra, con propria lista nei centri maggiori o con unica lista socialcomunista nei paesi, sono maggioranza in quasi tutti i comuni della provincia salvo che nella zona cremasca (ma anche a Crema città), ben 60 sono i Sindaci socialisti, a partire da Gino Rossini nel capoluogo, dove il PSIUP consegue 14 consiglieri su 40 ed è il primo partito. Nel voto del 2 giugno per l’Assemblea Costituente il PSIUP ha in provincia il 30,6% con 67.646 voti (La DC 36,4% e 80.395 voti, il PCI 22,7% e 50.164). Al congresso successivo (straordinario) che si terrà in dicembre la Federazione dichiara 24.000 iscritti.

Le scelte e l’impegno. Leggiamo nei documenti congressuali e negli articoli de “L’Eco del popolo” chiari punti programmatici essenziali. A partire dall’impegno fortissimo per la Repubblica nel referendum. Cancellare ogni sopravvivenza del fascismo è dovere morale della democrazia ed anche condizione perché i lavoratori possano affermare i loro diritti. Dura la polemica rispetto ai passi indietro sul terreno dell’epurazione e degli “eccessi di indulgenza” ottenuti strumentalizzando una amnistia fatta per la riconciliazione nazionale ma non come colpo di spugna per i criminali. Il PSIUP rivendica riforme radicali, a partire da quella agraria. Lavoro, anche con opere pubbliche e con imponibile di mano d’opera, casa e scuola sono titoli coniugati in dettagliati programmi per territori e per settori.

Rimane la carenza di generi di prima necessità, la conseguente speculazione del mercato nero, i prezzi impossibili (un prezzo 100 del 1938 è diventato 4.000 nel 1946 ma le entrate per i lavoratori sono ben lontane da questo aumento). Il partito opera perché i Comuni facciano sì da assicurare approvvigionamenti essenziali per la gente e da imporre un ragionevole calmiere. Cose assai difficili ma ci si impegna al massimo. Così per i medicinali che mancano o hanno prezzi proibitivi. Il PSIUP, come il PCI, mette persino a disposizione prestazioni gratuite e volontarie di compagni “medici del popolo” mentre si opera per un adeguamento del servizio sanitario pubblico. Massima l’attenzione per la scuola, dagli asili in su, particolarmente per gli edifici, le attrezzature, il sostegno al conseguimento del titolo di studio per i figli dei ceti popolari meritevoli.

Assai combattiva la linea della sinistra socialcomunista in tema di imposte e tasse comunali: il Comune deve avere entrate sufficienti, per l’enorme fabbisogno di assistenza e servizi basilari, e le deve esigere dai ceti più abbienti e non con balzelli, dazi e torchiatura del reddito da lavoro.

Il partito è schierato nettamente dalla parte dei lavoratori che rivendicano adeguamento delle paghe, condizioni di lavoro umane, dignità e diritti elementari che erano stati azzerati dal blocco tra fascisti e padronato agrario nel “ventennio”. Con un nuovo patto colonico ed i consigli di gestione il lavoro vuole avere voce in capitolo nelle scelte aziendali perché si assicurino produzioni utili ed il massimo possibile di posti di lavoro. Licenziamenti e conseguenti disdette dall’abitazione devono avere un giustificato motivo e non essere arbitrio e discriminazione padronale. Tutti temi allora ben presenti, anche se nel 1946 lo scontro sociale su di essi è ancora agli inizi ed il padronato ancora piuttosto prudente. Ma rapidamente la contrapposizione si acutizza e diventerà drammatica particolarmente nella nostra provincia nel 1948 e ’49. L’effetto sarà dirompente anche sul piano politico, con una DC assai sensibile alle ragioni degli imprenditori agrari affittuari o proprietari. Su questo terreno la posizione del PSIUP unitamente al PCI nella CGIL è nettissima.

Il travaglio politico. Sorgono e si sviluppano divergenze “tradizionali” e nuove all’interno del partito. Riformismo o lotta rivoluzionaria, in quali modi la lotta di classe, come schierarsi nel delinearsi della guerra fredda, come giudicare quanto sta avvenendo in URSS e Paesi dell’est europeo, come coniugare la democrazia col leninismo, l’eredità di Turati e Matteotti, la libertà e la semina dei Rosselli, il “libertarismo”… e nel partito fino a che punto le correnti o il centralismo…. Non è certo possibile in questa sede entrare nel merito dei tanti nevralgici temi che agitano il PSIUP nel 1946 e oltre con interne aggregazioni e divergenze notevoli. Appare certo che quasi tutti vanno a confluire su un nodo dirimente: il rapporto col PCI.  Un rapporto che si era ricostruito, dopo la scissione del ’21 e le tremende guerre intestine (e le responsabilità staliniste) degli anni ’30, nel fuoco della Resistenza e con visioni comuni su tanti problemi dell’immediato dopoguerra. Tanto che nel ’45 e ’46 si discute di fusione tra PSIUP e PCI (proposta PCI condivisa da parecchi nel PSIUP specie alla base), ovvero di più o meno stretta unità d’azione tra i due partiti pur distinti, o ancora di forme di collaborazione meno vincolanti e che non indebolissero una piena autonomia del PSIUP vuoi sul lato “riformista” vuoi su un versante critico “da sinistra” del PCI.

A Cremona prevale una linea che vuole una intensa unità coi comunisti senza però mettere in discussione l’esistenza e l’autonomia del partito socialista. Nel 1946 la base per l’unità a sinistra è solida: antifascismo ed esiti della lotta partigiana, unità di classe ed in fondamentali organizzazioni di massa, scelta repubblicana, volontà di proseguire positivi rapporti tra le forze del CLN. Per un certo periodo anche condivisione di sentimenti di simpatia con l’URSS della rivoluzione d’ottobre e di Stalingrado. Ma le situazioni, internazionale ed interna evolvono, si pongono esigenze e scelte nuove su tutti questi terreni ed all’interno ci si scontra, ci si divide, ci si allea. Il congresso del marzo 1946 mantiene l’unità del PSIUP su una linea che privilegia “l’unità dei proletari” cui consegue il “mantenere stretti vincoli fraterni col PCI”. Nessuna fusione dunque, ma funziona una “giunta d’intesa” tra le federazioni comunista e socialista che si riunisce periodicamente e concorda stringenti programmi di lavoro e comuni posizioni sui problemi emergenti. Il congresso stabilisce anche di “cercare cordiali rapporti con la DC”.

Tutto questo regge sino alla fine del ’46, con tensioni però sempre maggiori a livello nazionale, meno pare a livello provinciale. Si convoca in questo periodo un congresso straordinario che si terrà a Roma all’inizio di gennaio, quello preparatorio di Cremona si tiene a fine dicembre ’46 e vi prevale ancora un sentimento di unità del partito. Le diversità tra le diverse mozioni congressuali, scrive Zanoni su “Fronte democratico” del 29 dicembre (“Il travaglio socialista”)  concernono non il fine del socialismo ma “il mezzo per giungervi”, le idee di fondo sono comuni anche se spesso “le parole e gli atti vanno oltre le intenzioni”… dunque si può e si deve mantenere il partito unito.

Il congresso di Roma però vede la scissione di Palazzo Barberini, si forma il PSLI che inciderà in modo consistente soprattutto nei gruppi dirigenti: escono dal PSIUP (ora ridivenuto PSI) ben 52 deputati su 115 della Costituente, a Cremona 5 consiglieri comunali su 14. In questa primissima fase a Cremona come in Italia le adesioni al PSLI avverranno in maggior parte con motivazioni “riformiste” ma sono presenti anche quelle autonomiste – libertarie – di sinistra… Queste ultime abbastanza presto rientreranno nel PSI. A Cremona per esempio aderisce al PSLI anche Emilio Zanoni ma rientra nel PSI dopo poche settimane. Mario Coppetti rientrerà 8 anni dopo, quando giudicherà che il PSI non è più “subalterno” o comunque troppo vincolato al PCI.  Importanti passaggi al PSLI (poi PSDI), oltre ai due citati, furono Ernesto Caporali, costituente e storico dirigente socialista, Arideo e Piero Fezzi, Dismo Maggi, Bruno Calatroni… I consiglieri comunali di Cremona passati al PSLI non fecero però cadere la giunta di sinistra mantenendo la maggioranza per il sindaco Rossini.

 

 

 

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