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    <title>Dai Continenti</title>
    <description><![CDATA[Dai Continenti]]></description>
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    <pubDate>Thu, 23 Apr 2026 22:18:09 +0200</pubDate>
    <item>
      <title>Creare un futuro nature positive: investire in aree protette e conservate efficaci</title>
      <description><![CDATA[E’ essenziale per proteggere la natura, attraverso la conservazione della biodiversità e la mitigazione dei cambiamenti climatici

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      <pubDate>Wed, 24 Nov 2021 15:45:00 +0100</pubDate>
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    <item>
      <title>Lotta alla desertificazione: invertire il degrado del suolo per combattere il cambiamento climatico</title>
      <description><![CDATA[Desertificazione e siccità destabilizzano il benessere di 3,2 miliardi di persone

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      <pubDate>Thu, 17 Jun 2021 13:28:00 +0200</pubDate>
    </item>
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      <title>Save the children: ''La crisi climatica è la più grande minaccia per i minori''</title>
      <description><![CDATA[In 710 milioni vivono in 45 Paesi ad alto rischio. ''I bambini sono coloro che hanno contribuito meno alla crisi che stiamo affrontando, ma pagheranno il prezzo più alto'']]></description>
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      <pubDate>Tue, 20 Apr 2021 03:08:00 +0200</pubDate>
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    <item>
      <title>Estrarre metano carbon neutral dai laghi. Potrebbe soddisfare il fabbisogno energetico mondiale</title>
      <description><![CDATA[Il metano emesso dai laghi e dai bacini idrici costituisce circa il 20% delle emissioni globali di metano naturale

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      <pubDate>Fri, 02 Apr 2021 10:41:00 +0200</pubDate>
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      <title>Giornata dello spreco alimentare: l’Italia s’è desta. Durante la pandemia meno spreco nelle case</title>
      <description><![CDATA[Coldiretti: dal taglio del 25% dello spreco cibo per 4 milioni di poveri

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      <pubDate>Sun, 07 Feb 2021 18:57:00 +0100</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>AMNESTY OMOFOBIA E OSTILITÀ CONTRO LE ATTIVISTE E GLI ATTIVISTI LGBTI  IN RUSSIA</title>
      <description><![CDATA[In un rapporto intitolato "Meno uguali: i difensori dei diritti delle persone Lgbti in Armenia, Bielorussia, Kazakistan e Kirghizistan", Amnesty International ha denunciato il clima sempre più discriminatorio in cui agiscono i gruppi per la difesa dei diritti umani delle persone lesbiche, gay, bisessuali, transgender e intersessuate (Lgbti).]]></description>
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      <pubDate>Tue, 26 Dec 2017 21:14:00 +0100</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>Presentato la settimana scorsa il disegno di un tempio cambogiano</title>
      <description><![CDATA[Mentre il sole sorgeva su Battambang il 17 luglio, melodie di preghiera hanno riempito l’aria del mattino, in uno spirito di riverenza, esultanza e ringraziamento]]></description>
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      <pubDate>Thu, 23 Jul 2015 18:57:00 +0200</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>Amnesty International: ‘I leader del mondo abbandonano i rifugiati al loro destino’</title>
      <description><![CDATA[«Stiamo assistendo alla peggiore crisi dei rifugiati dei nostri tempi»]]></description>
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      <pubDate>Tue, 16 Jun 2015 11:45:00 +0200</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>Progetto contro la malnutrizione, tanti ‘Braccialetti verdi’ per i bimbi eritrei</title>
      <description><![CDATA[La Fondazione Mission Bambini invita a sostenere il suo progetto contro la malnutrizione infantile votando online su www.braccialettiverdi.it entro il 16 giugno]]></description>
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      <pubDate>Wed, 10 Jun 2015 18:21:00 +0200</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>Sulle pendici delle Ande la luce sale e ispira</title>
      <description><![CDATA[È disponibile un servizio sulla costruzione della casa di culto baha’i per il Sud America. Link al video: http://vimeo.com/114051891]]></description>
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      <pubDate>Tue, 23 Dec 2014 17:56:34 +0100</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>GLI USA DEVONO RISPONDERE DELLE UCCISIONI CAUSATE DAI DRONI IN PAKISTAN </title>
      <description><![CDATA[<p>GLI USA DEVONO RISPONDERE DELLE UCCISIONI CAUSATE DAI DRONI IN PAKISTAN <br /> Amnesty International ha diffuso uno dei piu’ completi studi, dalla prospettiva dei diritti umani, sul programma statunitense relativo all’impiego dei droni. <br /> Il rapporto dell’organizzazione per i diritti umani, intitolato ‘Saro’ io il prossimo? Gli attacchi statunitensi coi droni in Pakistan’, contiene nuove prove sulle uccisioni illegali causate nelle aree tribali del Pakistan nordoccidentale dagli attacchi coi droni - alcuni dei quali possono essere considerati persino crimini di guerra - e la pressoche’ totale assenza di trasparenza del programma statunitense.</p>
<p>‘Grazie alla segretezza che avvolge il programma sui droni, l’amministrazione Usa ha licenza di uccidere senza controllo giudiziario e in violazione degli standard basilari sui diritti umani. E’ giunto il momento che gli Usa rendano noto il programma e chiamino a rispondere i responsabili delle violazioni dei diritti umani’ – ha dichiarato Mustafa Qadri, ricercatore di Amnesty International sul Pakistan.</p>
<p>‘Che speranza di compensazione possono avere le vittime degli attacchi coi droni e le loro famiglie se gli Usa non ammettono neanche la responsabilita’ di determinati attacchi?’ – ha chiesto Qadri.</p>
<p>Amnesty International ha esaminato i 45 attacchi conosciuti tra gennaio 2012 e agosto 2013 nel Nord Waziristan, la regione del Pakistan piu’ colpita dai droni.</p>
<p>L’organizzazione per i diritti umani ha condotto dettagliate ricerche sul campo riguardanti nove dei 45 attacchi. Il rapporto che ne e’ derivato solleva forti interrogativi su violazioni del diritto internazionale che potrebbero costituire esecuzioni extragiudiziali o crimini di guerra.</p>
<p>Nell’ottobre 2012 Mamana Bibi, una donna di 68 anni, e’ rimasta uccisa in un doppio attacco, portato a termine apparentemente con un missile Hellfire, mentre raccoglieva ortaggi nel terreno di famiglia, circondata dai nipoti.</p>
<p>Nel luglio 2012 18 braccianti, tra cui un ragazzo di 14 anni, sono stati uccisi in un attacco multiplo contro un povero villaggio situato nei pressi della frontiera con l’Afghanistan. Stavano per cenare, al termine di una dura giornata di lavoro.</p>
<p>Nonostante secondo la versione ufficiale si trattasse di ‘terroristi’, le ricerche di Amnesty International indicano che le vittime non erano coinvolte in combattimenti ne’ ponevano alcuna minaccia alla vita altrui.</p>
<p>‘Non puo’ esserci alcuna giustificazione per questi omicidi. Nella regione vi sono pericoli reali per gli Usa e i loro alleati e, in alcune circostanze, gli attacchi coi droni possono essere legali. Ma e’ difficile credere che un gruppo di braccianti o un’anziana donna circondata dai nipoti stessero mettendo in pericolo qualcuno, per non parlare di un’imminente minaccia contro gli Usa’ – ha commentato Qadri.</p>
<p>Il diritto internazionale vieta le uccisioni arbitrarie e limita l’uso legittimo della forza letale intenzionale a situazioni eccezionali. Nei conflitti armati, solo i combattenti e coloro che prendono direttamente parte alle ostilita’ possono essere colpiti. Al di fuori dei conflitti armati, la forza letale intenzionale e’ legittima solo quanto strettamente inevitabile al fine di proteggere contro un’imminente minaccia alla vita. In alcune circostanze, un’uccisione arbitraria puo’ costituire un crimine di guerra o un’esecuzione extragiudiziale, che sono crimini internazionali.</p>
<p> </p>
<p>Amnesty International ha anche documentato casi di cosiddetti ‘attacchi ai soccorritori’, in cui coloro che erano corsi in aiuto alle vittime del primo drone sono stati colpiti da un secondo rapido attacco. Se puo’ esserci la presunzione che i soccorritori fossero membri del gruppo preso di mira, e’ difficile capire come possa essere fatta una distinzione del genere nel caos immediato che segue a un attacco missilistico.</p>
<p>Gli Usa continuano a basarsi sulla dottrina della ‘guerra  globale’ per cercare di giustificare una guerra senza frontiere con al-Qaeda, i talebani e altri gruppi ritenuti loro alleati.</p>
<p>La promessa di incrementare la trasparenza sui droni, fatta dal presidente Obama in un importante discorso politico del maggio 2013, deve ancora diventare realta’: gli Usa continuano a rifiutare di rendere note persino le informazioni essenziali, fattuali o di tipo legale.</p>
<p>La segretezza ha consentito agli Usa di agire con impunita’ e ha impedito alle vittime di ricevere giustizia o compensazione. Secondo quanto e’ noto ad Amnesty International, nessun funzionario statunitense e’ mai stato chiamato a rispondere di attacchi illegali coi droni in Pakistan.</p>
<p>Oltre alla minaccia dei droni Usa, la popolazione del Nord Waziristan finisce spesso in mezzo agli scontri tra gruppi armati ed esercito pakistano e vive nel costante timore di una violenza da cui non si puo’ fuggire e che arriva da tutte le parti. Il programma Usa sui droni ha cosi’ portato altra sofferenza nella regione, dove si vive giorno e notte nel terrore della morte in arrivo da un drone in volo nei cieli pakistani.</p>
<p>‘Quello che e’ tragico e’ che i droni Usa stanno istillando nella popolazione delle aree tribali lo stesso tipo di paura che in precedenza era associata ad al-Qaeda e ai talebani’ – ha sottolineato Qadri.</p>
<p>Come documentato dal rapporto di Amnesty International, la gente del posto non riesce a fare molto rispetto alla presenza di gruppi come i talebani o al-Qaeda nei villaggi e nei distretti.</p>
<p>I gruppi legati ad al-Qaeda hanno ucciso decine di abitanti dei villaggi accusati di spiare per conto dei droni Usa. Gli abitanti di Mir Ali hanno riferito ad Amnesty International che ai bordi delle strade vengono regolarmente ritrovati corpi con su scritto che chiunque sia sospettato di fare la spia per gli Usa subira’ la stessa sorte. Hanno aggiunto che, per timore di ritorsioni, non possono denunciare alle autorita’ locali le azioni dei gruppi armati. Alcune persone che avevano avuto il coraggio di parlare hanno iniziato a subire minacce.</p>
<p>Mentre il governo pakistano afferma di opporsi al programma Usa sui droni, Amnesty International e’ preoccupata per il fatto che alcuni funzionari e istituzioni, nello stesso Pakistan e in altri paesi tra cui Australia, Germania e Regno Unito, possano collaborare con gli Usa nel portare a termine attacchi coi droni che costituiscono violazioni dei diritti umani.</p>
<p>‘Il Pakistan deve favorire l’accesso alla giustizia e ad altri rimedi giudiziari per le vittime dei droni Usa. Le autorita’ in Pakistan, Australia, Germania e Regno Unito devono indagare su tutti i funzionari e le istituzioni sospettati di essere coinvolti negli attacchi Usa coi droni o in altri abusi commessi nelle aree tribali che possano costituire violazioni dei diritti umani’ - ha sottolineato Qadri. ‘Le autorita’ pakistane devono rendere note le informazioni in loro possesso su tutti gli attacchi Usa coi droni e dichiarare quali misure sono state o saranno prese per assistere le vittime di quegli attacchi’.</p>
<p>Il rapporto documenta infine come lo stato pakistano non protegga i diritti umani della popolazione del Nord Waziristan: dai civili feriti, morti o costretti a lasciare le loro terre a causa dei bombardamenti, all’assenza di meccanismi giudiziari e di adeguata assistenza medica.</p>
<p> </p>
<p>Le autorita’ pakistane hanno fatto ben poco per portare in giudizio, attraverso processi equi e senza ricorso alla pena di morte, i talebani e i membri di al-Qaeda e di altri gruppi armati responsabili di abusi commessi nella regione.</p>
<p>Amnesty International e Human Rights Watch hanno sollecitato il congresso Usa a indagare a fondo sui casi documentati dalle due organizzazioni e su altre possibili morti illegali e a rendere note all’opinione pubblica tutte le prove di violazioni dei diritti umani.</p>
<p>Le richieste di Amnesty International:</p>
<p>Alle autorita’ degli Stati Uniti:</p>
<p>-rendere pubblici gli elementi fattuali e le basi legali degli attacchi coi droni portati a termine in Pakistan e le informazioni relative a eventuali indagini avviate sulle uccisioni compiute dai droni;</p>
<p>-assicurare indagini rapide, esaurienti, indipendenti e imparziali su tutti i casi in cui vi siano ragionevoli motivi per ritenere che gli attacchi coi droni abbiano causato uccisioni illegali;</p>
<p>-portare i responsabili degli attacchi illegali coi droni di fronte alla giustizia, mediante processi pubblici ed equi, senza ricorso alla pena di morte;</p>
<p>-assicurare che le vittime degli attacchi illegali coi droni, comprese le famiglie delle vittime di uccisioni illegali, abbiano effettivo accesso alla giustizia, alla compensazione e ad altri rimedi giudiziari.</p>
<p>Alle autorita’ del Pakistan:</p>
<p>-prevedere un adeguato accesso alla giustizia e alla riparazione per le vittime degli attacchi Usa coi droni e di quelli commessi dalle forze armate pakistane, e chiedere alle autorita’ Usa riparazione e altri rimedi giudiziari per gli attacchi coi droni;</p>
<p>-portare di fronte alla giustizia, mediante processi equi e senza ricorso alla pena di morte, i responsabili delle uccisioni illegali e di altre violazioni dei diritti umani nel Nord Waziristan: attacchi Usa coi droni, attacchi delle forze armate pakistane e di gruppi quali i talebani e al-Qaeda.</p>
<p>-rendere pubbliche le informazioni su tutti gli attacchi Usa coi droni di cui siano a conoscenza, comprese le vittime causate, e su tutta l’assistenza prestata a queste ultime.</p>
<p>Alla comunita’ internazionale:</p>
<p>-prendere posizione contro gli attacchi statunitensi coi droni e altre uccisioni che violano il diritto internazionale e sollecitare Usa e Pakistan a fare altrettanto. Gli stati dovrebbero esprimere una protesta ufficiale e seguire la strada dei rimedi giudiziari di diritto internazionale ogni volta che venga usata illegalmente la forza letale, da parte degli Usa o di altri stati.</p>
<p>-non prendere parte in alcun modo agli attacchi Usa coi droni che violino il diritto internazionale, evitando anche di condividere strutture o informazioni d’intelligence.</p>
<p>Roma, 22 ottobre 2013</p>]]></description>
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      <pubDate>Fri, 01 Nov 2013 18:11:27 +0100</pubDate>
    </item>
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      <title>Guerra in Mali. La situaizone si aggrava | UISP</title>
      <description><![CDATA[<p>GUERRA IN MALI, SULLE STRADE DEL SILENZIOSO TOUR DELLA SOLIDARIETA'. UISP E PEACE GAMES: "SI RIATTIVI LA DIPLOMAZIA". Interventi di D. Borghi e C. Balestri <br />L'aggravarsi della situazione in Mali purtroppo apre scenari tutt'altro che positivi per tutta la regione dell'Africa Occidentale. Con il via libera alla guerra, è difficile dare spazio a chi nella società, lì e qui, si batte per nuove relazioni di cooperazione e scambio. Ma noi non dobbiamo cedere. Dobbiamo continuare a provare. Come abbiamo sempre fatto in tanti contesti difficili. Dal Libano ai Territori Palestinesi, dal Sahara Occidentale alla ex Jugoslavia. Per la pace - attraverso lo sport per tutti - sempre e a ogni latitudine.<br />"Provo una sensazione di disagio - dice Daniele Borghi, presidente Peace Games Uisp - di disaccordo con la posizione italiana. La nostra Costituzione non prevede questo tipo di intervento. Non siamo di fronte a un attacco al territorio né ai nostri interessi e quindi non si capisce per quale motivo ancora una volta la diplomazia abbia dovuto cedere il posto alle armi. Per quanto riguarda i motivi del conflitto, è evidente come, da parte della Francia, ci sia il tentativo di tenere il suo controllo nella regione e soprattutto sulle risorse come petrolio, uranio etc. Credo vada espressa con forza la nostra solidarietà nei confronti delle vittime di questo conflitto, penso ai civili, agli ostaggi e ai loro familiari.<br />Ascolta Daniele Borghi intervistato dal Giornale Radio Sociale di oggi, venerdì 18 gennaio (AUDIO).</p>
<p>"Purtroppo queste situazioni sono il frutto di politiche coloniali che hanno prodotto nei decenni conseguenze nefaste da molti punti di vista - aggiunge Carlo Balestri, responsabile Dipartimento internazionale Uisp - Ora è decisivo rimettere tutto al più presto nelle mani di chi può costruire condizioni per il dialogo. Fare di tutto per costruire concreti e duraturi percorsi di pace. Perchè la violenza può solo generare altra violenza".</p>
<p>Nel giro di pochi mesi, un paese relativamente mite come il Mali, è sprofondato in una dimanica distruttiva. L'Uisp ha percorso le sue strade, da Bamako a Dakar in Senegal con le biciclette del Tour silezioso della solidarietà, per tre anni consecutivi fino al febbraio del 2011 quando i ciclisti del Tour silenzioso hanno aperto la carovana del Forum sociale Mondiale che si celebrava proprio nella capitale senegalese. L'Uisp ha intessuto importanti relazioni di solidarietà e scambio sia in Mali che in Senegal, costruendo un campo sportivo polivalente intitolato a Gianmario Missaglia nel villaggio rurale di Mbam nel distretto di Foundiougne, portando attrezzature sportive e realizzando corsi di formazione con i tecnici delle Leghe Uisp - attività subacquee, calcio, nuoto e vela - per l a realizzazione di attività di formazione su acquaticità e sport per tutti, dedicando particolare attenzione al tema della sicurezza in acqua e nello sport in generale.<br />Da allora tante cose sono successe. Non tutte negative. C'è stato il cambio dello scenario politico in Senegal dove il vecchio presidente Wade è stato sostituito con elezioni democratice e partecipate. Di questo cambio sono stati protagonisti i movimenti sociali che organizzarono il Forum Solciale Mondiale 2011. Poi sono venuti i giorni della speranza delle primavere arabe di cui oggi sono ancora molto in forse esiti concreti sia sul fronte sociale che su quello dei diritti umani e delle donne in particolare.</p>
<p>Ora, anche se l'intervento militare francese dovesse concludersi in breve tempo - poiché sostituito dalle forze interafricane sotto l'egida delle Nazioni Unite - una prospettiva carica di conflitti è a questo punto molto probabile.<br />Il mondo, in particolare il nostro occidente "sviluppato" preso dalla sua crisi economica, si occupa sempre meno delle crisi umanitarie di cui il caso siriano è l'esempio più eclatante, e sempre più sceglie la scorciatoia (che tale non è mai sul piano umanitario) dell'intervento bellico. A fronte di tentativi di costruzione di condizioni indispensabili per il dialogo e una soluzione pacifica attraverso il negoziato, l'utilizzo di forze di interposizione, si opta per la via armata. Una via che porta con se tutte le conseguenze di sangue, non solo per i terroristi ma inevitabilmente anche per i civili costringendoli alla fuga per mettersi al riparo quando non diventano vittime essi stessi dei colpi delle armi.<br />Come dice Prodi, che in questi mesi è stato il protagonista del tentativo politico e diplomatico di negoziato per conto della Comunità internazionale, nella veste di inviato speciale dell'ONU per il Sahel, l'Unione Europea e l'Italia "si deve curare dell'Africa" e non limitarsi a vederla "come un campo di battaglia da evitare, bensì come un campo di cooperazione su cui investire".<br />Qui tutto l'articolo firmato da Raffaelle Chiodo Karpinsky, Peace Games Uisp.</p>]]></description>
      <guid>https://www.welfarenetwork.it/guerra-in-mali-la-situaizone-si-aggrava--uisp-20130121/</guid>
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      <pubDate>Mon, 21 Jan 2013 21:25:09 +0100</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>Montevideo: Conferenza Internazionale sui diritti dei migranti</title>
      <description><![CDATA[<p>Montevideo: Conferenza Internazionale sui diritti dei migranti e sul ruolo dei sindacati in America Latina ed in Europa  <br />Si è svolta a Montevideo, il 21 novembre, la Conferenza sui diritti dei migranti ed il ruolo dei sindacati, con la partecipazione dei sindacati della regione del Mercosur e della Confederazione dei Sindacati delle Americhe.<br />L'iniziativa è stata promossa dall'INCA Area Estero e dal Dipartimento Politiche Globali della CGIL, in occasione dell'assemblea annuale delle sedi INCA del sub continente latinoamericano, per uno scambio di esperienze e per rafforzare la cooperazione tra sindacati e servizi di assistenza.<br />I dati presentati durante la conferenza parlano chiaro: la migrazione verso l'Europa è in calo, mentre cresce la migrazione tra gli stessi paesi del sub continente e si fa sentire il flusso di rientro sulle dinamiche nazionali, a conferma di come i flussi migratori dipendano direttamente dall'andamento del mercato del lavoro in una dimensione globale, quindi, non più programmabili con politiche locali e nazionali. <br />Se il flusso di rientro dall'Europa, in particolare dalla Spagna, è in parte mitigato dalla richiesta di mano d'opera specializzata in Brasile, Argentina ed Uruguay, le condizioni di lavoro, il riconoscimento dei diritti e l'integrazione dei migranti in America latina presentano forse, più ombre che luci. <br />Innanzitutto, non esistendo banche dati aggiornate ed affidabili sul fenomeno migratorio, diventa estremamente difficile poter elaborare analisi e monitorare le dinamiche dentro il sub continente. <br />I sindacati locali non sono attrezzati per svolgere un'azione di tutela e di assistenza dei diritti dei lavoratori immigrati, privi di esperienze, in quanto cresciuti in un contesto di emigrazione, e senza poter contare su legislazioni adeguate, se si fa eccezione per l'Argentina che gode di una legge definita molto progressista, ma non applicata.</p>
<p>Per la CSA (struttura regionale della Confederazione Internazionale dei Sindacati), la migrazione è vissuta come la negazione del diritto allo sviluppo, per poi dichiarare la necessità di garantire uguali diritti ai lavoratori ed alle lavoratrici costrette ad emigrare, puntando il dito sulle discriminazioni che i migranti subiscono nei paesi di accoglienza in Europa ed in Nord America. <br />Ma il fenomeno è oramai esteso alla migrazione “sud - sud”, tra gli stessi paesi latinoamericani, dove si riproducono gli stessi fenomeni di sfruttamento, di violazione dei diritti umani fondamentali, di emarginazione e di dumping sociale. <br />Mancando legislazioni adeguate e progressiste, in presenza di forti contraddizioni e disuguaglianze tra paesi confinanti, come è il caso del Brasile con i paesi andini ed il Paraguay, si creano ampie sacche di lavoro nero, nelle piantagioni, nell'industria estrattiva, nel tessile e nel lavoro domestico.</p>
<p>Dalla Conferenza esce una richiesta di cooperazione che il sistema INCA CGIL può fornire, mettendo a disposizione la propria rete di uffici e di personale presenti in Argentina, Brasile, Uruguay, Cile, Perù, Venezuela, ipotizzando una nuova strategia di collaborazione sindacale in grado di intercettare i nuovi migranti di rientro dall'Europa nei propri paesi di origine ed i tanti discendenti dei vecchi migranti italiani che potrebbero usufruire dei servizi del patronato per vedere garantiti i propri diritti. <br />Sergio Bassoli - Andrea Malpassi<br />fonte: Cgil<br />27/11/2012 </p>]]></description>
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      <link>https://www.welfarenetwork.it/montevideo-conferenza-internazionale-sui-diritti-dei-migranti-20121128/</link>
      <pubDate>Wed, 28 Nov 2012 09:40:45 +0100</pubDate>
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    <item>
      <title>Rapporto NOREF: "Il Sud Sudan, uno stato in emergenza"</title>
      <description><![CDATA[<p>Non ci sono dubbi che il Sud Sudan rimarrà uno stato in situazione di emergenza per i prossimi anni, è la conclusione dell’analisi politica condotta da Jort Hemmer, membro del Conflict Research Unit, una sezione del Netherlands Institute of International Relations Clingendael, istituto di ricerca che si occupa della relazione tra sviluppo e sicurezza in contesti di post conflitto. Il lavoro è stato pubblicato nel rapporto dal titolo “South Sudan’s emergency state” pubblicato a settembre dal NOREF (Norwegian peacebuilding re source center) e dal’istituto olandese. Che tipo di stato ci si può aspettare che emerga nel breve e medio periodo, date le attuali questioni politiche, economiche e di sicurezza con cui deve fare i conti il governo sud sudanese? E’ questa la domanda da cui partono le riflessioni dell’autore del rapporto. Le premesse non sono confortanti. Il partito al governo, l’SPLM, è di fatto l’erede del movimento armato che ha combattuto contro l’esercito governativo per due guerre civili. Gli attuali uomini politici hanno pochissima esperienza nella gestione politica di uno stato, accumulata per lo più durante il periodo di transizione all’indomani della firma del Trattato di pace del 2005 durante il quale, però, le priorità della classe politica erano far in modo che il governo di Khartoum garantisse lo svolgersi del referendum per l’indipendenza delle regioni meridionali del paese e prepararsi ad una nuova eventuale guerra civile con lo storico nemico. I gruppi di ribelli che hanno combattuto fino al 2005 devono essere trasformati in forze militari o di polizia regolari, il nuovo stato manca di struttura amministrativa e dei servizi minimi di base, l’economia è per lo più di sussistenza e meno dell’1% delle terre sono coltivate. A complicare ulteriormente la situazione le questioni non ancora risolte con il vicino Sudan, i conflitti e le tensioni lungo la linea di confine e le ribellioni interne contro l’SPLM, accusato di una politica troppo centralista e di favorire la maggioranza Dinka. Alcuni segnali della direzione che sta prendendo l nuovo stato sono molto chiari, secondo l’autore del rapporto. “Non sorprende, per esempio,- si legge nel rapporto-che la nuova Costituzione riconosca forti poteri al presidente e al governo nazionale, a scapito del parlamento e dei livelli regionali, provinciali e delle autorità locali e di quelle tradizionali”. In questa situazione, è necessario che i donatori prestino particolare attenzione affinché gli obiettivi e i settori dei loro interventi diretti o indiretti non interferiscano con quelli che possono essere gli interessi di breve periodo dell’attuale governo che potrebbe sfruttare questo stato di emergenza come calcolo politico. Il blocco delle estrazioni petrolifere deciso dal governo sud sudanese lo scorso gennaio in seguito all’acuirsi dei rapporti con la controparte sudanese, rappresenta per il nuovo stato una buona occasione per diversificare la propria economia che anche  i donatori potrebbero sfruttare, decidendo di investire nello sviluppo del settore agricolo nazionale, con un vantaggio per la sicurezza alimentare della popolazione. Ugualmente la crisi economica in corso che ha portato il governo a tagliare molti capitoli di spesa pubblica potrebbe indirizzare il governo e i donatori nella strutturazione di un sistema finanziario e di tasse necessario allo sviluppo di un qualsiasi paese.</p>
<p>Il rapporto in lingua inglese può essere scaricato dal sito <a href="http://www.peacebuilding.no/" target="_blank">http://www.peacebuilding.no</a> .</p>]]></description>
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      <pubDate>Fri, 28 Sep 2012 21:53:42 +0200</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>Sudan - Sud Sudan: Continua l’emergenza alluvioni</title>
      <description><![CDATA[<p>Da fine giugno intense piogge stanno provocando violente alluvioni in numerosi stati del Sudan e del Sud Sudan. In Sudan, l’ultima in ordine cronologico è stata provocata dalla piena della diga di Roseires che ha colpito i villaggi di Ofod e di Al Rigeba, vicino alla città di El Damazin, capitale dello stato sudanese del Nilo Azzurro. Secondo i primi rapporti il 70% delle abitazioni è stato distrutto, una vasta area agricola resa inutilizzabile, ancora indefinito il numero di capi di bestiame che è andato perduto. Complessivamente sono circa 240mila le persone colpite in tutto il Sudan dove. I danni maggiori si contano in Darfur: cinquantamila le famiglie coinvolte dalle alluvioni, 31 le località gravemente colpite, nove mila i profughi dei campi di Zalingei’s che si trovano ora in grave difficoltà. Nel Darfur Centrale gli ultimi rapporti OCHA parlano di oltre 26mila persone in stato di necessità, 28mila nel Darfur Meridionale. I voli aerei sono gli unici mezzi utilizzabili per fornire soccorso. I dati delle agenzie umanitarie riferiscono di 72mila persone colpite nello stato di Kassala, 27mila nello stato di Gedarif e 22 nel Sennar, 12 mila nel Kordofan Meridionale dove la situazione umanitaria è aggravata anche dai conflitti in corso tra SAF e SPLM-N. Nel solo stato di Khartoum, oltre 2500 abitazioni sono state gravemente danneggiate nelle località più colpite di Jebel Aulia, Sharq El Nil e Um Bad.</p>
<p><strong>Dieci gli stati del Sud Sudan colpiti dalle alluvioni.</strong> Nel campo di Jamam nello stato dell’Alto Nilo è stato predisposto il trasferimento in località più sicure di centoventimila profughi sudanesi che avevano trovato rifugio nel campo dopo essere fuggiti dai conflitti in corso nel vicino Nilo Azzurro. Nello stato del Jonglei 125 mila persone stanno ricevendo assistenza umanitaria dalle organizzazioni internazionali dopo aver perso case, campi, bestiame. Decine di villaggi sono stati spazzati via nel Bahr el Ghazal del Nord, nello stato dei Laghi e di Unity dove ora la popolazione necessità di acqua, cibo e assistenza sanitaria.</p>
<p>Le cause principali delle alluvioni sono da attribuire alle forti piogge che hanno colpito numerose zone dei due stati ma anche alla mancanza di sistemi di drenaggio e di canalizzazione dell’acqua. L’UNHCR e le altre agenzie umanitarie hanno predisposto immediatamente gli aiuti necessari alle popolazioni colpite ma le pessime condizioni delle infrastrutture per il trasporto e i collegamenti interni, già estremamente precarie, complicano le operazioni di soccorso.</p>]]></description>
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      <pubDate>Fri, 28 Sep 2012 21:27:09 +0200</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>MAURITANIA: L'INTERVENTO AL CAMPO INONDATO DEI RIFUGIATI DAL MALI</title>
      <description><![CDATA[<p>Share on facebookShare on twitterShare on email<br />All’improvviso sul campo rifugiati di Mbera in Mauritania a inizio settembre si sono abbattute forti piogge torrenziali. La sabbia del deserto al confine col Mali, dove vivono oltre 100.000 rifugiati, non ha potuto assorbire l’enorme quantità d’acqua che si è riversata e il campo si è allagato.<br />La notizia è arrivata subito alla nostra base di Bassikounou e il team leader dell’UNHCR è corso al campo per prendere visione dei danni, e ha richiesto ai responsabili dei servizi comunitari di INTERSOS di prendere rapide misure di intervento e valutare i casi estremamente vulnerabili. Sfortunatamente, una donna di 50 anni è morta durante la tempesta. Giusto il tempo di portare fuori i suoi figli e la sua tenda è stata completamente spazzata via; è morta colpita da un fulmine. Era il capo famiglia, ha lasciato quattro bambini.<br />Una riunione d’emergenza è stata convocata per tutte le organizzazioni umanitarie che operano nel campo rifugiati per valutare la situazione e intervenire.<br />Alcuni rifugiati hanno cercato di recuperare il cibo che avevano ricevuto lo stesso pomeriggio mentre veniva travolto dall’inondazione. Una parte dei bagni era allagata, acqua dappertutto, centinaia di famiglie hanno passato la notte al freddo.<br />Una squadra di INTERSOS il giorno stesso si è occupata di allertare la popolazione rifugiata di non usare le latrine allagate e di tenere lontani i bambini dal flusso dell’acqua per evitare ogni tipo di contaminazione (abbiamo trovato bambini che nuotavano nell’acqua stagnante).<br />Il cibo distribuito, le stoviglie non potevano essere più utilizzate perché raggiunte dell’acqua piovana che scorreva dalle latrine.<br />Le organizzazioni presenti nel campo in coordinamento con l'UNHCR si sono attivate per dare risposta all'emergenza dei rifugiati. Il maltempo si e' placato ed e' stato possibile ristabilire condizioni di vita e igieniche dignitose e si e' ridotto il rischio di epidemie lavorando rapidamente tutti insieme.</p>
<p>fonte: <a href="http://intersos.org/notizie/news/mauritania-lintervento-al-campo-inondato-dei-rifugiati-dal-mali">http://intersos.org/notizie/news/mauritania-lintervento-al-campo-inondato-dei-rifugiati-dal-mali</a></p>]]></description>
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      <pubDate>Tue, 18 Sep 2012 13:28:51 +0200</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>Sudan-Sud Sudan: Escalation nel conflitto</title>
      <description><![CDATA[<p>Il 16 aprile l’Assemblea nazionale sudanese ha adottato una risoluzione in cui definisce il governo di Juba come “nemico”. La decisione è arrivata dopo la persistenza dell’occupazione militare di Heglig, località petrolifera contesa al confine tra Sudan e Sud Sudan, da parte dell’esercito sudsudanese (SPLA). Il 12 aprile il governo di Khartoum aveva già interrotto i negoziati in corso ad Addis Abeba dove i rappresentanti dei governi dei due paesi stavano cercando un accordo sulle principali questioni rimaste aperte dopo l’indipedenza del Sud Sudan: sicurezza, petrolio, cittadinanza, confini. Il Ministro della difesa sudanese, il Gen. Abdel Rahim Mohamed Hussein, ha dichiarato la mobilitazione generale dell’esercito sudanese (SAF) contro gli attacchi militari dell’esercito di Juba avvenuti nei giorni scorsi in territorio sudanese e l’avanzata delle truppe del Sudan Revolutionary Forces (SRF), una coalizione di diversi movimenti di opposizione armata tra cui il Sudan People Liberation Movement del Nord (SPLM-N) e i movimenti attivi in Darfur, e che, secondo Khartoum, sarebbe supportato direttamente dal governo di Juba e dall’esercito sudsudanese (SPLA).</p>

<p>Scontri nella regione petrolifera di Heglig. Le relazioni tra i due governi sono precipitosamente deteriorate in seguito agli intensi scontri tra SAF e SPLA, verificatesi a partire da fine marzo nella regione petrolifera di Heglig, nello stato sudanese del Kordofan Meridionale al confine con lo stato di Unity, Sud Sudan. Le versioni riportate dalle due parti sulle responsabilità degli attacchi sono discordanti. Secondo le autorità di Juba, lo SPLA ha reagito ad un precedente attaccato lanciato dalle truppe di Khartoum, accusate di aver bombardato la località di Abiemnhom, a 60 km entro il confine del Sud Sudan nello stato di Unity, tentando di far saltare un ponte utilizzato come collegamento strategico interno. I portavoce dell’esercito sudanese avevano invece dichiarato che erano state per prime le forze sudsudanesi a lanciare deliberatamente l’attacco. Il 10 aprile, il colonnello Sawarmy Khaled, portavoce del SAF, ha accusato l’esercito sudsudanese (SPLA) di aver attaccato nuovamente Heglig, due volte  consecutive in 24 ore, ma i vertici dello SPLA avevano giustificato l’azione militare come reazione ad un attacco sferrato dal SAF nel tentativo di riprendersi l’area, che è ancora sotto il controllo dello SPLA. Le autorità sudsudanesi hanno infatti negato quanto riportato da alcuni media sudanesi che avevano fatto circolare la notizia della riconquista di Heglig da parte dell’esercito di Khartoum. Secondo quanto affermato domenica scorsa dal vice presidente del Sud Sudan Riek Machar “l’ultimo tentativo di rappresaglia su Heglig da parte del SAF è stato respinto dalle nostre truppe a 30 km dalla città”. Il ministro sud sudanese dell’informazione Barnaba Marial Benjamin ha accusato le forze aeree sudanesi di aver bombardato diverse importanti infrastrutture petrolifere della zona, accusa prontamente smentita dalla controparte sudanese, Abdulla Massar, che ha fatto ricadere la responsabilità dei danni alle infrastrutture sulle truppe avversarie.</p>

<p>La questione aperta dei confini. Heglig si trova a circa 100 km a est di Abyei, regione già fortemente contesa tra Sudan e Sud Sudan, a confine tra lo stato sudanese del Kordofan Meridionale e Unity, appartenente al Sud Sudan. La sua importanza strategica è legata alla presenza di importanti giacimenti petroliferi da cui il Sudan ricava circa il 50% del suo greggio. Secondo il governo di Juba, Heglig (rivendicata dai sudsudanesi con il nome di Panthou) è sempre appartenuta a Unity e già la cosi detta “linea di confine del 1956”, storico punto di riferimento nella definizione delle appartenenze territoriali, passava a nord dell’area. Solamente dopo la scoperta del petrolio, i governi che si sono succeduti a Khartoum, a detta di Juba, avrebbero iniziato a spostare il confine del Kordofan Meridionale più a sud, fino ad incorporare diverse località storicamente appartenenti alle regioni meridionali del Sudan, divenute indipendenti lo scorso 9 luglio. Secondo Juba la decisione della Corte Permanente di Arbitrato del 2009 che pone Heglig fuori dai confini di Abyei, non ha risolto la controversia sull’appartenenza di Heglig all’uno o all’altro stato, in quanto la Corte era stata chiamata ad esprimersi esclusivamete sulla definizione del territorio di Abeyi.</p>

<p>Attacchi a Unity e scontri nell’Upper Nile. Dopo l’attacco al ponte di Abiemnhom, che avrebbe innescato le reazioni militari da parte dello SPLA, il 14 aprile il SAF ha nuovamente bombardato lo stato sudsudanese di Unity, nel tentativo di distruggere un’altra via di comunicazione particolarmente strategica, il ponte di Rubkona, che si trova all’ingresso della capitale stessa, Bentiu. L’attacco ha causato la morte di quattro civili e di un soldato e il ferimento di quattro militari, tutti appartenenti alle truppe sudsudanesi. Altri attacchi da parte di aerei Antonov, solitamente usati dall’esercito sudanese, si sono verificati in diverse località dello stato.</p>

<p>Il 15 aprile, si sono verificati degli scontri anche nella località di Kuek, nello stato dell’Upper Nile. Secondo una prima versione fornita dal portavoce dello SPLA, Philip Aguer, il SAF avrebbe attaccato una stazione di polizia, con l’obiettivo di distrarre l’attenzione dello SPLA da Heglig. Secondo altre fonti,  invece, l’attacco sarebbe stato sferrato dal South Sudan Democratic Army (SSDA), forze ribelli in opposizione al governo di Juba, guidate da Johnson Olonyi, che avrebbero successivamente attaccato anche la località di Kodok, nel nord dell’Upper Nile.</p>

<p>Avanzano le truppe del Fronte Riboluzionario Sudanese in Kordofan Meridionale</p>

<p>Secondo quando dichiarato la scorsa settimana dal Ministro Sudanese della Difesa 22 battaglioni composti da 500 soldati del Fronte Rivoluzionario Sudanese (SFR) sono avanzati verso le città di Talodi, Kadugli e Kauda, già teatro di violenti attacchi la scorsa estate. Un commando armato formato da una sessantina di mezzi guidati da Minni Minnawi, leader dello Sudan Liberation Movement (SLA) attivo in Nord Darfur,  sarebbe già schierato nei pressi dei pozzi petroliferi di Ragad, Techwin e Manga. Il ministro della difesa sudanese ha aggiunto che i mezzi schierati sono stati forniti dal governo di Juba.</p>]]></description>
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      <pubDate>Wed, 18 Apr 2012 10:39:22 +0200</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>Cina, Amnesty: "Inaccettabile condanna di Ni Yulan venga rilasciata"</title>
      <description><![CDATA[<p>Amnesty International ha chiesto il rilascio immediato di Ni Yulan, avvocata e attivista per il diritto all’alloggio, condannata oggi a due anni e otto mesi di carcere per ‘frode’ e per ‘aver disturbato la quiete pubblica e provocato disordini’. Per quest’ultimo reato, e’ stato condannato a due anni di carcere anche il marito, Dong Jiqin.</p>

<p>Nu Yilan, in sedia a rotelle dal 2002 quando subi’ un pestaggio in carcere da parte della polizia che le procuro’ la frattura dei piedi e delle ginocchia, e’ nota per il suo impegno in favore delle vittime degli sgomberi forzati e di altre violazioni dei diritti umani.</p>

<p>Nel corso dell’ultimo decennio, Ni Yulan ha subito persecuzioni, arresti e torture. Nel 2002, come ritorsione per il suo attivismo in favore dei diritti umani, le e’ stata ritirata la licenza di avvocata.</p>

<p>Ni Yulan e’ stata arrestata, per la terza volta in 10 anni, il 7 aprile 2011 insieme al marito. Il processo contro la coppia e’ iniziato il 29 dicembre presso la corte distrettuale di Xicheng, a Pechino. Degli 11 testimoni chiamati a deporre dall’avvocato di Ni Yulan, Cheng Hai, la corte ne ha accettato solo uno. Per buona parte del processo, Ni Yulan e’ stata in ospedale, con respirazione assistita. Pur essendo un processo ‘pubblico’, le autorita’ hanno impedito l’accesso agli osservatori, tra i quali gli avvocati Bao Longjun e Wang Yu.</p>

<p>‘Le accuse contro Ni Yulan e Dong Jiqin erano del tutto infondate e il processo e’ stato iniquo. La continua persecuzione contro una coppia colpevole solo di difendere i diritti di altre persone fa venire il serio dubbio se la Cina voglia veramente diventare un paese governato dalla legge, come sostengono i suoi dirigenti, o al contrario dominato dalla paura e dall’intimidazione’ – ha dichiarato Catherine Baber, vicedirettrice del Programma Asia e Pacifico di Amnesty International.</p>]]></description>
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      <pubDate>Tue, 10 Apr 2012 17:46:01 +0200</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>Sudan-Sud Sudan /Nuovo round di negoziati</title>
      <description><![CDATA[<p>Sono riprese il 6 marzo ad Addis Abeba le trattative tra i rappresentanti di Sudan e Sud Sudan per risolvere le questioni rimaste in sospeso dopo l’indipendenza del Sud Sudan, il 9 luglio scorso. Al centro delle discussioni la questione petrolifera, la definizione della cittadinanza all’interno dei due paesi, la questione finanziaria con la suddivisione del debito estero e la demarcazione dei confini. I negoziati sono presieduti dal presidente sudafricano Thabo Mbeki alla guida dall’African Union High Level Implemetation Panel(AUHIP). All’avvio dei negoziati anche Catherine Ashton, Alto Rappresentante dell’Unione Europea per gli Affari Esteri e la Sicurezza, aveva esortato le due parti a mettere immediatamente fine ai conflitti in atto dallo scorso giungo nelle zone di confine e a rispettare il Memorandum di non belligeranza e cooperazione firmato il 10 febbraio.</p>

<p>Trovato un accordo sulla questione della cittadinanza</p>

<p>Il 14 marzo, Pagan Amum, capo delegazione sudsudanese ai negoziati e la sua controparte sudanese, Idriss Abdel Qadir, hanno firmato una prima intesa per il riconoscimento di alcune libertà fondamentali a coloro che, dopo l’indipendenza del Sud Sudan, si trovano ancora in Sudan pur avendo origini nelle regioni meridionali del paese e che ora appartengono al nuovo stato, e viceversa. L’accordo impegna entrambi i paesi a rispettare e garantire il diritto di residenza, la libertà di movimento, la libertà di intraprendere attività economiche e di disporre di beni di proprietà. Questo primo accordo, che dovrà presto essere firmato dai presidenti dei due paesi, rappresenta un passo in avanti nella soluzione della questione della cittadinanza. A febbraio, infatti, il governo sudanese aveva dato tempo fino all’8 aprile ai sud-sudanesi rimasti in Sudan per lasciare il paese o regolarizzare il loro status, pena il rischio di perdere i diritti di cittadinanza. Numerose agenzie internazionali sono intervenute chiedendo l’estensione del termine ultimo dato da Khartoum. “E’ soprattutto un problema di tipo logistico”, aveva dichiarato Feliz Demir, portavoce dell’Organizzazione Mondiale delle Migrazioni che sta coordinando le operazioni di rimpatrio da Khartoum, “è impossibile trasportare così tante persone in poche settimane”. “Inoltre, ha precisato la Demir, bisogna tener conto che molti di loro vivono in famiglie miste, hanno trascorso lunghi periodi della loro vita al nord o addirittura vi sono nati..”. Il 13 marzo il parlamento di Juba ha deciso di mettere a disposizione circa 18.7 milioni di $ per rimpatriare i connazionali rimasti in Sudan, circa 700 mila secondo le stime dell’UN, ma la mancanza di infrastrutture e i continui conflitti lungo la linea di confine rallentano le operazioni di rimpatrio.</p>

<p>Più difficili le trattative sulla questione petrolifera. L’altra questione al centro delle trattative è quella sulla gestione delle risorse petrolifere. A gennaio il governo del Sud Sudan aveva interrotto le estrazioni di petrolio dopo che Khartoum aveva chiesto il pagamento di una tassa per il passaggio del greggio in territorio sudanese, prima di 36$ al barile e poi di 32,2$. Juba si era detta disposta a pagare meno di 1$ e aveva chiesto il risarcimento di 815 milioni di dollari, pari al valore del greggio che secondo il governo sudsudanese Khartoum avrebbe confiscato illegalmente dall’inizio dell’anno [vedi Newsletter 93 del 15 febbraio 2011]. Secondo alcuni analisti il prezzo proposto dal governo del Sudan sarebbe dieci volte maggiore agli standard internazionali, ma in un’intervista rilasciata alla Reuters, il ministro del petrolio sudanese, Awad al- Jaz, ha ribadito che il suo governo sta chiedendo solo quanto gli spetta.</p>

<p>I continui scontri nelle zone petrolifere lungo il confine tra i due stati rendono ancora più difficili le trattative. Dopo gli attacchi nel distretto di Jau del 10 febbraio scorso [vedi Newsletter 93 del 15 febbraio 2012] l’esercito sudanese avrebbe nuovamente violato il trattato di non belligeranza firmato con Juba all’inizio del mese. Secondo quanto riferito dal Ministro per l’Informazione sudsudanese Barnaba Marial Benamin, infatti, il 29 febbraio due aerei militari sudanesi hanno sganciato diverse bombe su due pozzi petroliferi nei pressi di Elnar, località a circa 35 km da Bentiu, capitale di Unity, stato appartenente al Sud Sudan. “La zona attaccata, ha precisato Marial, si trova a 74 km dal confine con il Sudan e questo significa che l’aviazione sudanese ha chiaramente violato l’integrità del nostro spazio aereo nazionale”. Il governo di Khartoum ha negato qualsiasi coinvolgimento. Philip Aguer, portavoce dell’esercito del Sud Sudan, ha dichiarato all’agenzia di stampa AFP che l’attacco oltre a danneggiare le infrastrutture petrolifere ha causato la contaminazione di alcuni pozzi d’acqua.</p>

<p>fonte: <br />Segreteria di Campagna Italiana per il Sudan.<br />Contatti: telefono 02-7723285, <a href="mailto:segreteria@campagnasudan.it">segreteria@campagnasudan.it</a></p>]]></description>
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      <pubDate>Sat, 24 Mar 2012 21:27:57 +0100</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>Egitto: un anno dopo i ‘test di verginita’’, la giustizia si fa ancora attendere.</title>
      <description><![CDATA[<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY"><em>Ripetuti casi di violenza contro le donne, denuncia Amnesty International</em></p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">Il verdetto atteso domenica 11 marzo nei confronti di un medico accusato di aver costretto una manifestante a subire un ‘test di verginita’’ mostrera’, secondo Amnesty International, se i tribunali militari egiziani sono pronti a risarcire le donne che hanno subito violenza da parte dell’esercito.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">Il 9 marzo 2011, almeno 18 donne che stavano manifestando in piazza Tahrir al Cairo vennero arrestate e portate in un carcere militare. Diciassette di loro vennero detenute per quattro giorni. Alcune di loro dichiararono ad Amnesty International di essere state picchiate, colpite con scariche elettriche e costrette a denudarsi, per poi subire un ‘test di verginita’’ ed essere minacciate di un’incriminazione per il reato di prostituzione.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">Prima di essere rilasciate, le donne vennero portate di fronte a una corte marziale e condannate a un anno di carcere con la condizionale per un serie di accuse pretestuose.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">In seguito una di loro, la 25enne Samira Ibrahim, ha denunciato un medico militare. L’iniziale imputazione di stupro e’ stata fatta cadere e l’imputato deve ora rispondere di ‘pubblica indecenza’ e ‘disobbedienza a ordini militari’.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">‘Il processo per i ‘test di verginita’’ rappresenta una rara opportunita’ a disposizione dei militari egiziani per dimostrare che la tortura non restera’ impunita e che anche gli appartenenti alle forze armate verranno chiamati a rispondere del loro operato’.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">Per Amnesty International, i militari egiziani devono rispettare in pieno la sentenza del tribunale amministrativo che, lo scorso dicembre, ha messo al bando i ‘test di verginita’’ e devono garantire adeguata riparazione alle donne che li hanno subiti.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">Nell’ultimo anno, la violenza contro le donne ha segnato lo svolgimento delle manifestazioni in Egitto.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">‘Dopo l’inaccettabile episodio del marzo 2011, niente di meno che tortura, le forze di sicurezza e l’esercito egiziano hanno compiuto pestaggi, torture e maltrattamenti nei confronti delle manifestanti’ – ha denunciato Hassiba Hadj Sahraoui, vicedirettrice del Programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">Lo scorso dicembre, nel corso delle proteste di fronte alla sede del governo in cui vennero uccise almeno 17 persone, due manifestanti vennero aggredite dai militari, picchiate, gettate a terra, prese a calci e trascinate via.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">Azza Hilal, 49 anni, intervenuta per difendere un’altra donna che era stata semi-denudata e picchiata, e’ stata colpita cosi’ violentemente alla testa, alle braccia e alla schiena da essere costretta a un ricovero di tre settimane. Soffre ancora le conseguenze del pestaggio: ha subito una frattura al cranio e ha ancora disturbi di memoria. Un mese fa, ha presentato una denuncia contro il Consiglio supremo delle forze armate (Scaf).</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">Il 16 dicembre Ghada Kalam, 28 anni, esponente del movimento dei ‘Giovani del 6 aprile’, e’ stata picchiata e minacciata di stupro mentre stava prendendo parte a una manifestazione in piazza Tahrir. Dapprima i militari l’hanno circondata facendo gesti osceni e abbassando la chiusura lampo dei pantaloni, poi l’hanno picchiata alla testa mentre stava soccorrendo un’altra manifestante che aveva subito un pestaggio. E’ stata arrestata e trascinata verso il palazzo del parlamento. Una volta all’interno dell’edificio, ha continuato a essere picchiata e minacciata di stupro. Accanto a lei, altre sette donne venivano picchiate, soprattutto sulle parti intime.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">Nonostante le scuse e le annunciate indagini da parte dello Scaf, sulla base delle informazioni in suo possesso Amnesty International ritiene che poco o nulla sia stato fatto per dare giustizia e riparazione alle numerose donne che hanno subito violenza da parte dell’esercito e della polizia.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">Amnesty International ritiene che queste forme di maltrattamento e tortura siano attuate per sfruttare lo stigma associato alla violenza sessuale e di genere e siano usate per screditare, emarginare e dissuadere le donne dal prendere parte alla vita pubblica.</p>]]></description>
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      <pubDate>Sat, 10 Mar 2012 14:28:57 +0100</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>Sud Sudan, Situazione alimentare critica</title>
      <description><![CDATA[<p>Secondo l’ultimo rapporto pubblicato congiuntamente dalla Fao e dal World Food Programme, nel 2012 a rischio di insicurezza alimentare saranno circa 4,7 milioni di sudsudanesi, molti di più dei 3.3 milioni dello scorso anno. Molteplici i fattori che concorro a questa grave situazione. Le scarse precipitazioni hanno gravemente danneggiato gli ultimi raccolti, limitando la disponibilità di prodotti alimentari nei mercati locali e rendendo difficile per larga parte della popolazione sudsudanese procurarsi il cibo autonomamente. Nel 2011 la produzione di cereali in tutto il paese è diminuita del 19% rispetto all’anno precedente e del 25% rispetto alla media degli ultimi cinque anni. Ad aggravare la  situazione alimentare, secondo quanto si legge nel rapporto, sono anche i conflitti in corso da mesi nel Kordofan Meridionale e nel Nilo Azzurro che continuano a provocare la fuga di migliaia di civili che cercano rifugio in Sud Sudan ed Etiopia. L’UNCHR ha già chiesto altri 145 milioni di $ per garantire l’assistenza necessaria. Nelle ultime settimane il WFP ha dovuto anche assistere circa 80 mila civili coinvolti negli episodi di violenza interetnica verificatesi nello stato Jonglei. A far pressione sulle scorte alimentari del paese sono anche i 362 mila sudsudanesi che si trovavano ancora in Sudan e che dall’ottobre 2010 sono ritornati in Sud Sudan. L’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari di base, quali sorgo e mais, quasi duplicati rispetto al 2011 e del costo del carburante peggiora ulteriormente la situazione.</p>]]></description>
      <guid>https://www.welfarenetwork.it/sud-sudan-situazione-alimentare-critica-20120222/</guid>
      <link>https://www.welfarenetwork.it/sud-sudan-situazione-alimentare-critica-20120222/</link>
      <pubDate>Wed, 22 Feb 2012 00:51:10 +0100</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>Sudan-Sud Sudan, aumenta la tensione tra i due stati per la questione petrolifera</title>
      <description><![CDATA[<p>Il 20 gennaio scorso il governo del Sud Sudan ha fermato le estrazioni petrolifere, dopo che il governo del Sudan aveva imposto unilateralmente il pagamento di 32,2 dollari al barile per il passaggio in territorio sudanese del greggio estratto in Sud Sudan. Khartoum ha reagito bloccando il transito di alcuni cargo diretti e in partenza da Port Sudan, unico porto attualmente disponibile per la commercializzazione del greggio che si trova però in territorio sudanese. Secondo Juba Khartoum avrebbe anche sottratto in modo illegale grossi quantitativi di petrolio, dirottando il greggio  verso le raffinerei di El-Obeid nello stato del Kordofan del Nord e di al-Gailey, località a nord di Khartoum. Il ministro sudsudanese del petrolio e delle attività estrattive, Stephen Dhien Dau, ha minacciato di intraprendere iniziative legali contro il governo sudanese, accusandolo di aver rubato una risorsa appartenente al Sud Sudan. Il governo di Juba ha giudicato la tassa imposta da Khartoum letteralmente un furto, dichiarando di essere disposto a pagare non più di 1 $ al barile, cifra allineata, a suo parere, agli standard internazionali in materia.</p>]]></description>
      <guid>https://www.welfarenetwork.it/sudan-sud-sudan-aumenta-la-tensione-tra-i-due-stati-per-la-questione-petrolifera-20120220/</guid>
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      <pubDate>Mon, 20 Feb 2012 10:22:41 +0100</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>Sud Sudan, Situazione alimentare critica</title>
      <description><![CDATA[<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">Secondo l’ultimo rapporto pubblicato congiuntamente dalla Fao e dal World Food Programme, nel 2012 a rischio di insicurezza alimentare saranno circa 4,7 milioni di sudsudanesi, molti di più dei 3.3 milioni dello scorso anno. <br />Molteplici i fattori che concorro a questa grave situazione. Le scarse precipitazioni hanno gravemente danneggiato gli ultimi raccolti, limitando la disponibilità di prodotti alimentari nei mercati locali e rendendo difficile per larga parte della popolazione sudsudanese procurarsi il cibo autonomamente. Nel 2011 la produzione di cereali in tutto il paese è diminuita del 19% rispetto all’anno precedente e del 25% rispetto alla media degli ultimi cinque anni. <br />Ad aggravare la  situazione alimentare, secondo quanto si legge nel rapporto, sono anche i conflitti in corso da mesi nel Kordofan Meridionale e nel Nilo Azzurro che continuano a provocare la fuga di migliaia di civili che cercano rifugio in Sud Sudan ed Etiopia. <br />L’UNCHR ha già chiesto altri 145 milioni di $ per garantire l’assistenza necessaria. Nelle ultime settimane il WFP ha dovuto anche assistere circa 80 mila civili coinvolti negli episodi di violenza interetnica verificatesi nello stato Jonglei. <br />A far pressione sulle scorte alimentari del paese sono anche i 362 mila sudsudanesi che si trovavano ancora in Sudan e che dall’ottobre 2010 sono ritornati in Sud Sudan. L’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari di base, quali sorgo e mais, quasi duplicati rispetto al 2011 e del costo del carburante peggiora ulteriormente la situazione.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">Da <a href="http://www.campagnasudan.it/">www.campagnasudan.it</a></p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY"> </p>]]></description>
      <guid>https://www.welfarenetwork.it/sud-sudan-situazione-alimentare-critica-20120220/</guid>
      <link>https://www.welfarenetwork.it/sud-sudan-situazione-alimentare-critica-20120220/</link>
      <pubDate>Mon, 20 Feb 2012 09:14:46 +0100</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>Bahrein, un anno di rivolta.</title>
      <description><![CDATA[<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY"><em>Amnesty International fa il punto sulla situazione dei diritti umani e accusa il governo di non voler assumere le sue responsabilita’</em></p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">Alla vigilia delle manifestazioni indette per celebrare l’anniversario delle proteste di massa contro il governo, Amnesty International ha chiesto alle autorita’ del Bahrein di evitare il ricorso alla forza eccessiva e le ha richiamate al rispetto della scadenza di fine febbraio, da esse indicata, per attuare le raccomandazioni della Commissione indipendente d’inchiesta del Bahrein (Bici).</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">Amnesty International ha anche sollecitato il governo del Bahrein a rilasciare tutti i prigionieri condannati o agli arresti solo per aver promosso manifestazioni pacifiche e a chiamare a rispondere del loro operato tutti i responsabili delle gravi violazioni dei diritti umani commesse nel corso dell’ultimo anno.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">‘Nonostante le promesse del governo, le vittime e i familiari delle vittime di torture, detenzioni arbitrarie e uso eccessivo della forza attendono ancora giustizia’ – ha dichiarato Hassiba Hadj Sahraoui, vicedirettrice del Programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International. ‘Il governo ha piu’ volte pubblicizzato cosa ha gia’ fatto per migliorare la situazione dei diritti umani, ma la realta’ e’ che i cambiamenti piu’ importanti devono ancora aver luogo. Solo quando vedremo liberati i prigionieri di coscienza e portati di fronte alla giustizia i responsabili delle violazioni dei diritti umani, compresi coloro che le hanno ordinate, saremo in grado di valutare se le autorita’ saranno andate oltre il mero esercizio di pubbliche relazioni’.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">Nelle proteste di febbraio e marzo del 2011 morirono almeno 35 persone, compresi cinque agenti delle forze di sicurezza e cinque lavoratori migranti. In seguito, sono morte almeno altre 20 persone nel contesto delle continue proteste e a causa dell’uso eccessivo della forza da parte delle forze di sicurezza.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">Secondo Amnesty International, dalla fine dello scorso giugno il governo ha adottato alcune limitate misure positive, tra le quali l’abolizione dello stato d’emergenza, l’istituzione di una commissione indipendente d’inchiesta (Bici) composta da cinque esperti internazionali, il rilascio di alcuni detenuti, il trasferimento di tutti i processi dalle corti marziali ai tribunali civili e il reintegro di centinaia di lavoratori.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">Il 23 novembre, la Bici ha presentato il suo rapporto al re del Bahrein, insieme a una serie di raccomandazioni riguardanti le leggi e le procedure vigenti. Il rapporto ha confermato che fino ad allora erano state commesse gravi violazioni dei diritti umani.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">Il re ha accettato le conclusioni del rapporto e ha nominato una commissione nazionale di 19 membri, per lo piu’ persone favorevoli al governo, per supervisionare l’attuazione delle raccomandazioni. In molti hanno pero’ denunciato che il processo di attuazione procede con grande lentezza e non prende in considerazione le questioni piu’ importanti.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">All’inizio del 2012 il governo ha comunicato l’avvio di indagini nei confronti di 48 membri delle forze di sicurezza per il ruolo avuto nella soppressione delle proteste. Finora solo otto poliziotti (cinque pachistani, uno yemenita e due bahreiniti) sono stati processati per violazioni dei diritti umani. Su queste indagini sono state rese pubbliche pochissime informazioni.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">Il 2 febbraio, il ministro dell’Interno ha dichiarato che la maggior parte delle raccomandazioni relative al suo dicastero erano state attuate e che tutti i casi relativi a denunce contro la polizia per torture e altre violazioni dei diritti umani erano state trasferite all’Ufficio del procuratore per indagini e possibili incriminazioni.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">‘Tuttavia, se le indagini sulle violazioni dei diritti umani rimarranno avvolte dal mistero, le promesse del governo di attuare le raccomandazioni della Bici resteranno parole vuote’ – ha commentato Sahraoui.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">Amnesty International continua a ricevere denunce di torture e maltrattamenti. Hassan ‘Oun, uno studente di 18 anni, e’ stato arrestato il 3 gennaio in un garage di Arad. Ha riferito al suo avvocato di essere stato costretto a rimanere in piedi per circa 11 ore e di essere stato picchiato con un tubo sulle piante dei piedi e di essere stato minacciato di stupro. E’ ancora in carcere, in attesa delle conclusioni dell’indagine nei suoi confronti.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">Secondo i sindacati del Bahrein, oltre 1000 persone licenziate durante la rivolta non sono state ancora reintegrate nel posto di lavoro. Molti di coloro che hanno avuto il permesso di ritornare al lavoro hanno dovuto sottoscrivere un impegno a non prendere ulteriormente parte alle proteste, hanno ricevuto pressioni a lasciare il sindacato e, in alcuni casi, sono stati assegnati ad altri lavori e mansioni rispetto al passato.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">Le forze di sicurezza continuano a ricorrere alla forza eccessiva durante la manifestazioni. Dalla fine di novembre, parecchi manifestanti sono morti come effetto diretto o indiretto dell’uso improprio dei gai lacrimogeni, lanciati persino dentro le abitazioni quando le forze di sicurezza irrompono nelle case di persone sospette.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">Sayyed Hashem Saeed, 15 anni, e’ stato ucciso il 31 dicembre 2011 nel corso di una protesta a Sitra, a sud della capitale Manama, colpito da un candelotto di gas lacrimogeno esploso a corta distanza. Le forze di sicurezza hanno poi usato i gas lacrimogeni per disperdere la folla che stava partecipando ai suoi funerali.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">Si ritiene che migliaia di persone, in grande maggioranza appartenenti alla maggioranza sciita, sfideranno le autorita’ domani, 14 febbraio, scendendo in strada per ricordare il primo anniversario dell’inizio della rivolta.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">Amnesty International teme che possano esservi scontri tra i manifestanti e le forze di sicurezza, che ricorrono abitualmente alla forza eccessiva per sedare le proteste. Nelle ultime settimane, piccole proteste nei villaggi sciiti e alla periferia di Manama sono degenerate in scontri, tra accuse reciproche di aver provocato la violenza.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">Oltre all’uso della forza eccessiva, vi sono stati casi in cui giovani bahreiniti col volto coperto hanno attaccato le forze di sicurezza, lanciato bombe molotov, ostruito le strade e dato fuoco a pneumatici.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">Amnesty International ha chiesto alle autorita’ del Bahrein di consentire lo svolgimento delle manifestazioni pacifiche in programma il 14 febbraio. Pur riconoscendo che le autorita’ hanno la responsabilita’ di assicurare la pubblica sicurezza e mantenere la legge e l’ordine, anche ricorrendo alla forza quando assolutamente necessaria, giustificata e proporzionale, l’organizzazione per i diritti umani ha sottolineato che questo operato dev’essere in linea con quanto autorizzato dalle norme e dagli standard del diritto internazionale.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">Amnesty International ha anche chiesto alle autorita’ del Bahrein di annullare tutte le restrizioni all’ingresso nel paese ai giornalisti stranieri e alle organizzazioni internazionali per i diritti umani. Molti giornalisti e operatori per i diritti umani si sono visti negare l’ingresso nel paese all’Aeroporto internazionale del Bahrein e ad altri e’ stato rifiutato il visto d’ingresso. Amnesty International teme che il governo, temendo manifestazioni di massa, voglia evitare controlli internazionali.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">Ulteriori informazioni sulle violazioni dei diritti umani nel 2011</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">A febbraio e a marzo dello scorso anno decine di migliaia di bahreiniti, per lo piu’ appartenenti alla comunita’ religiosa sciita, hanno protestato contro il governo e chiesto riforme politiche, giustizia sociale e la fine della discriminazione governativa percepita nei loro confronti.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">Tra il 14 e il 21 febbraio sette manifestanti sono stati uccisi a causa dell’uso eccessivo della forza, mediante pallottole di gomma e altre munizioni letali. A meta’ marzo, truppe dell’Arabia Saudita sono entrate nel Bahrein e le autorita’ del paese hanno dichiarato lo stato d’emergenza.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">Nei giorni e nelle settimane seguenti, sono state arrestate centinaia di attivisti (tra cui leader dell’opposizione, operatori sanitari, insegnanti, giornalisti e studenti). Molti di essi sono stati arrestati all’alba, senza mandato di cattura, portati in stazioni di polizia o negli uffici della Direzione per le indagini penali di Manama e qui tenuti in isolamento, senza contatti con avvocati e familiari. Sono pervenute numerose denunce di torture e maltrattamenti durante gli interrogatori e confessioni estorte in questo modo sono state usate in tribunale contro gli imputati.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">Decine di persone sono state processate dal Tribunale di primo grado per la sicurezza nazionale, una corte marziale istituita in base allo stato d’emergenza, e condannate ad anni di carcere o all’ergastolo al termine di processi gravemente irregolari.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">Oltre 4000 persone, tra cui insegnanti, studenti e personale sanitario, sono state licenziate dal lavoro o espulse dall’universita’ per aver preso parte alle manifestazioni contro il governo.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">Almeno 30 centri di preghiera sciiti sono stati demoliti dopo le proteste di febbraio e marzo, col pretesto che erano stati costruiti illegalmente. Secondo Amnesty International, si e’ trattato di una punizione collettiva.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">AbdelHadi al-Khawaja, noto attivista per i diritti umani e militante dell’opposizione, e’ uno dei 14 leader delle proteste arrestati, processati e condannati per reati quali aver chiesto la fine della monarchia e la sua sostituzione con un sistema repubblicano. E’ stato condannato all’ergastolo ed e’ stato torturato cosi’ brutalmente cha ha dovuto subire un intervento chirurgico alla mascella. Durante il processo, la pubblica accusa militare non e’ stata in grado di fornire una sola prova che i 14 imputati avessero usato o invocato la violenza. Amnesty International continua a chiedere il loro rilascio, dal momento che la loro condanna si e’ basata solo sull’esercito del loro diritto alla liberta’ di espressione e di manifestazione.</p>]]></description>
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      <pubDate>Tue, 14 Feb 2012 22:25:24 +0100</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>Libia, Amnesty International denuncia morti in carcere e diffuse torture</title>
      <description><![CDATA[<p style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;">Amnesty International ha denunciato oggi che negli ultimi mesi, fino alle recenti settimane, numerosi detenuti sono morti nelle carceri libiche dopo aver subito torture e che il ricorso alla tortura nei confronti di presunti combattenti e lealisti pro-Gheddafi e’ altamente diffuso.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;">I delegati attualmente presenti in Libia hanno incontrato detenuti nelle carceri della capitale Tripoli e dei suoi dintorni, di Misurata e Gheryan, che recavano visibili segni delle torture: ferite ancora aperte sulla testa, sulle braccia, sulla schiena e su altre parti del corpo.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;">Le torture sono inflitte da appartenenti alle forze di sicurezza e militari ufficialmente riconosciute, cosi’ come dalle moltitudini di milizie armate che operano al di fuori di qualsiasi contesto legale.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;">‘Dopo tutte le promesse di porre i centri di detenzione sotto controllo, e’ terribile constatare che non c’e’ stato alcun passo avanti per porre fine all’uso della tortura’ – ha dichiarato Donatella Rovera di Amnesty International. ‘Non siamo a conoscenza di alcuna indagine adeguata sui casi di tortura ne’ di alcuna procedura per cui le vittime della tortura o i parenti di chi e’ morto sotto tortura abbiano potuto chiedere giustizia e risarcimento. Alcuni detenuti ci hanno raccontato le torture, altri si sono rifiutati, limitandosi a mostrarci le ferite, nel timore di poter subire un trattamento peggiore’.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;">I detenuti, sia libici che stranieri provenienti dai paesi dell’Africa subsahariana, hanno riferito ad Amnesty International di essere stati appesi in posizioni contorte, picchiati per ore con fruste, cavi, tubi di plastica, catene, sbarre di metallo e bastoni di legno e di aver subito scariche elettriche sia con gli elettrodi che con congegni simili alle pistole taser.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;">Referti medici esaminati da Amnesty International hanno confermato l’uso della tortura su parecchi detenuti, alcuni dei quali morti in carcere.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;">I detenuti sono stati di solito torturati immediatamente dopo l’arresto da parte delle milizie armate locali e poi durante gli interrogatori, anche all’interno di luoghi ufficialmente riconosciuti come centri di detenzione. Finora i detenuti non sono stati autorizzati a incontrare i loro avvocati. Diversi di essi hanno detto ad Amnesty International di aver confessato reati mai commessi pur di far cessare le torture.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;">A Misurata, le torture proseguono nel centro adibito agli interrogatori della Sicurezza militare nazionale e nel quartier generale delle milizie armate.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;">Numerosi detenuti sono morti mentre erano in custodia delle milizie armate a Tripoli, nei dintorni della capitale e a Misurata, in circostanze che fanno pensare alla tortura.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;">Il piu’ recente caso di morte in carcere a seguito di tortura di cui Amnesty International e’ a conoscenza e’ quello di Ezzeddine al-Ghool, un colonnello di 43 anni padre di sette figli, arrestato dalle milizie armate a Gheryan, 100 chilometri a sud di Tripoli, il 14 gennaio. Il suo corpo e’ stato riconsegnato ai parenti il giorno dopo, pieno di ematomi e ferite. I medici hanno confermato che e’ morto di tortura. Diversi altri detenuti sono stati torturati nello stesso periodo e otto di loro sono stati ricoverati in ospedale per le gravi ferite riportate.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;">Amnesty International sta investigando su altre denunce analoghe che ha ricevuto di recente.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;">Nonostante le ripetute richieste fatte sin dal maggio scorso, Amnesty International rileva che le autorita’ di transizione della Libia, sia a livello locale che a livello nazionale, non hanno condotto reali indagini sui casi di tortura e sulle morti sospette in custodia.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;">Il funzionamento delle forze di polizia e del sistema giudiziario rimane discontinuo nel paese. In alcune zone della Libia i tribunali si occupano dei casi civili ma non di quelli ‘sensibili’ relativi ad aspetti politici e di sicurezza. In loro vece, una serie di organismi non ufficiali, con nessuno statuto legale, compresi i cosiddetti ‘comitati giudiziari’, svolgono interrogatori nei centri di detenzione al di fuori di ogni controllo.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;">‘Finora, chi controlla il potere non ha minimamente preso provvedimenti concreti per porre fine alle torture e ai maltrattamenti e chiamare i responsabili a rispondere dei loro crimini. Non stiamo sottostimando la complessita’ dei problemi che le autorita’ transitorie libiche devono affrontare per riprendere il controllo sulla moltitudine di milizie armate che operano in tutto il paese, ma pretendiamo che assumano iniziative ferme contro la tortura. Nell’interesse della costruzione di una nuova Libia basata sul rispetto dei diritti umani, questo tema non puo’ essere lasciato in fondo all’agenda’.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;">Amnesty International chiede alle autorita’ libiche di adottare con urgenza le seguenti misure:</p>

<p style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;">- chiudere tutti i centri non ufficiali di detenzione e istituire meccanismi per porre tutti i centri di detenzione sotto il controllo delle autorita’, assicurando effettivi controlli sulle procedure e sulle prassi adottate al loro interno;</p>

<p style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;">- assicurare immediate indagini su tutti i casi noti o denunciati di torture e maltrattamenti, rimuovendo subito i responsabili da incarichi relativi alla detenzione in attesa dell’esito delle indagini; dove vi siano sufficienti prove, processare i responsabili secondo procedure eque e senza ricorso alla pena di morte;</p>

<p style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;">- assicurare che tutti i detenuti abbiamo accesso agli avvocati;</p>

<p style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;">- assicurare che i detenuti siano sottoposti a regolari esami medici e che i certificati medici da cui risultino ferite che potrebbero essere state causate dalla tortura siano consegnati ai detenuti e alle autorita’ giudiziarie.</p>]]></description>
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      <pubDate>Thu, 26 Jan 2012 21:41:01 +0100</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>Egitto: i partiti politici promettono ad Amnesty International di porre fine allo stato d’emergenza</title>
      <description><![CDATA[<p style="margin-bottom: 0cm;"><em>Ma non  prendono impegni sui diritti delle donne</em></p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">La maggior parte dei principali partiti politici egiziani ha promesso ad Amnesty International di portare avanti ambiziose riforme nel campo dei diritti umani, ma ha al contempo dato risposte ambigue o ha rifiutato d’impegnarsi a porre fine alla discriminazione, a proteggere i diritti delle donne e ad abolire la pena di morte.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">E’ questo il risultato dell’invito che Amnesty International ha rivolto ai partiti politici lo scorso novembre, prima dell’inizio delle elezioni parlamentari, chiedendo loro di sottoscrivere un ‘Manifesto per i diritti umani in Egitto’, contenente 10 misure-chiave, e di esprimere in questo modo la loro seria volonta’ di favorire riforme significative in materia di diritti umani.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">Amnesty International ha scritto a 54 partiti politici e ha cercato d’incontrare 15 delle formazioni principali: di queste, nove hanno sottoscritto il ‘Manifesto per i diritti umani in Egitto’, in tutto o in parte, e tre hanno dato risposte a voce.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">Il Partito della liberta’ e della giustizia, che ha ottenuto la maggioranza dei seggi nella nuova Assemblea del popolo, e’ stato uno dei tre partiti che sostanzialmente non hanno risposto, nonostante i considerevoli sforzi fatti da Amnesty International per conoscere il suo punto di vista.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">‘Mentre questa settimana s’insediano i primi nuovi parlamentari, e’ incoraggiante vedere che cosi’ tanti dei principali partiti politici abbiano discusso con Amnesty International e si siano dimostrati pronti a impegnarsi in favore del cambiamento, attraverso il contrasto alla tortura, la tutela dei diritti degli abitanti degli insediamenti precari e la garanzia di processi equi’ – ha dichiarato Philip Luther, direttore ad interim di Amnesty International per il Medio Oriente e l’Africa del Nord.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">‘Tuttavia, e’ preoccupante constatare che un certo numero di partiti ha rifiutato d’impegnarsi in favore dell’uguaglianza dei diritti per le donne. Oltre al fatto che nel nuovo parlamento egiziano le donne sono poche, questo pone alti ostacoli a un ruolo a tutto tondo delle donne nella vita politica egiziana’ – ha commentato Luther.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">‘Vogliamo sfidare il nuovo parlamento a cogliere l’opportunita’ della stesura della nuova costituzione per garantire tutti i diritti a tutte le persone. Le pietre miliari della nuova costituzione dovranno essere la non discriminazione e l’uguaglianza di genere’ – ha precisato Luther.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">I due unici partiti che hanno sottoscritto tutti e 10 gli impegni del ‘Manifesto per i diritti umani in Egitto’ sono stati il Partito socialdemocratico egiziano e il Partito dell’alleanza popolare socialista. Quasi tutti i 12 partiti che hanno risposto ad Amnesty International si sono impegnati ad attuare i primi sette punti, che comprendono il rispetto dei diritti civili e politici, la fine del trentennale stato d’emergenza, il contrasto alla tortura, la tutela della liberta’ d’espressione e d’associazione, la garanzia di celebrare processi equi e lo svolgimento d’indagini sulle violazioni dei diritti umani commesse sotto il regime di Hosni Mubarak.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">Amnesty International ha inoltre ottenuto da quasi tutti i partiti un impegno in favore degli abitanti  degli insediamenti precari e dei diritti economici, sociali e culturali di tutti gli egiziani.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">L’ottavo punto del ‘Manifesto per i diritti umani in Egitto’, la fine della discriminazione, e’ stato sottoscritto dalla maggior parte dei partiti ma diversi di essi hanno risposto di non poter accogliere la richiesta di Amnesty International di porre fine alla discriminazione basata sull’orientamento sessuale e sull’identita’ di genere. I commenti di almeno due partiti lasciano intendere che il problema della discriminazione contro i copti, compresa quella relativa all’edificazione dei luoghi di culto, e’ stato esagerato.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">Un certo numero di partiti ha espresso riserve sul nono punto del ‘Manifesto per i diritti umani in Egitto’, relativo alla protezione dei diritti delle donne, inclusa l’uguaglianza di diritti in materia di matrimonio, divorzio, affidamento dei figli ed eredita’. Diversi partiti hanno invocato la legge islamica per spiegare le ragioni del loro mancato impegno.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">La maggior parte dei partiti ha espresso riserve sul decimo punto del ‘Manifesto per i diritti umani in Egitto’, l’abolizione della pena di morte, chi sostenendo che l’impegno sia in contrasto con l’Islam, chi argomentando che e’ necessario approfondire il tema. Anche i due partiti favorevoli all’abolizione della pena capitale hanno detto che si tratta di un obiettivo a lungo termine, non raggiungibile nei prossimi anni.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">‘Il vero banco di prova per i partiti egiziani sara’ tradurre questi impegni in iniziative parlamentari per abolire le leggi repressive dell’era Mubarak, riformare le forze di polizia e i servizi di sicurezza e approvare norme che proteggano i diritti umani e rompano i ponti col lascito di abusi del passato. Una delle prime misure dovra’ essere l’abolizione del cosi’ tanto deprecato stato d’emergenza’ – ha commentato Luther.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">‘Donne e uomini sono stati fianco a fianco durante le proteste e si sono reciprocamente aiutati per rovesciare il presidente Mubarak e arrivare a queste elezioni. Negare l’uguaglianza tra loro vorrebbe dire annientare la speranza di fare ingresso in un’era di diritti e dignita’ per tutti’ – ha concluso Luther.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">I 10 impegni contenuti nel ‘Manifesto per i diritti umani in Egitto’ di Amnesty International</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">1. Porre fine allo stato d’emergenza e riformare le forze di sicurezza</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">2. Porre fine alla detenzione incommunicado e combattere la tortura</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">3. Garantire processi equi</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">4. Rispettare i diritti alla liberta’ di riunione, associazione ed espressione</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">5. Indagare sulle violazioni dei diritti umani del passato</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">6. Realizzare i diritti economici, sociali e culturali per tutti</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">7. Tutelare i diritti degli abitanti degli insediamenti precari</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">8. Porre fine alla discriminazione</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">9. Proteggere i diritti delle donne</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">10. Abolire la pena di morte</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY"> </p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">Le risposte dei partiti politici egiziani</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">Partito socialdemocratico egiziano (parte del Blocco egiziano, che ha ottenuto 34 seggi in parlamento): ha sottoscritto tutti e 10 gli impegni, precisando pero’ che e’ prematuro aspettarsi l’abolizione della pena di morte in assenza di un consenso popolare.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">Partito dell’alleanza popolare socialista (parte del Blocco La rivoluzione continua, che ha ottenuto 7 seggi in parlamento): ha sottoscritto tutti e 10 gli impegni, precisando pero’ che e’ prematuro aspettarsi l’abolizione della pena di morte in assenza di un consenso popolare.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">Partito della gioventu’ dell’Egitto: ha inviato una lettera di sottoscrizione affermando il suo impegno in favore dei diritti umani in termini generali, senza fornire dettagli riguardo ai 10 punti.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">Nuovo partito Al Wafd (‘La delegazione’) (38 seggi in parlamento): ha sottoscritto gli impegni con l’eccezione dell’abolizione della pena di morte.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">Partito del fronte democratico: ha sottoscritto gli impegni con l’eccezione dell’abolizione della pena di morte.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">Partito riforma e sviluppo (10 seggi in parlamento): ha sottoscritto gli impegni con l’eccezione dell’abolizione della pena di morte.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">Partito Al Karama (‘La dignita’’): ha accettato a voce gli impegni con l’eccezione dell’abolizione della pena di morte.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">Partito Al Nour (‘La luce’) (125 seggi in parlamento): ha accettato a voce gli impegni con l’eccezione dell’abolizione della pena di morte e della protezione dei diritti delle donne.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">Partito dei guardiani della rivoluzione: ha inviato una lettera di adesione, con l’eccezione dell’abolizione della pena di morte e della protezione dei diritti delle donne, sostenendo che su questi temi si attiene alle indicazioni delle istituzioni religiose di al-Azhar.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">Partito di liberazione egiziano: ha sottoscritto gli impegni con l’eccezione dell’abolizione della pena di morte e della protezione dei diritti delle donne, sottolineando l’opposizione alla Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne; ha promesso di garantire la non discriminazione, con l’eccezione di quella basata sull’orientamento sessuale.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">Partito Al Wasat (‘Il centro’) (10 seggi in parlamento): ha sottoscritto gli impegni con forti riserve nei confronti dell’abolizione della pena di morte, della protezione dei diritti delle donne e della garanzia di non discriminazione. Ha esplicitato le sue riserve sulla non discriminazione basata sull’orientamento sessuale e sull’uguaglianza di diritti tra musulmani e copti nell’edificazione dei luoghi di culto.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">Partito della rivoluzione egiziana: nel corso di un incontro, i rappresentanti del partito hanno espresso il loro punto di vista sul bisogno di ‘sicurezza’ e sull’obbligo di rispettare i ‘valori islamici’, giustificando la prosecuzione dello stato d’emergenza e impegnandosi pero’ a combattere la tortura. Hanno anche detto che la liberta’ di riunione, associazione ed espressione e’ importante ma solo fino a quando non ‘minacci la sicurezza pubblica’. I diritti delle donne non dovrebbero essere in contrasto con la religione e quello della discriminazione nei confronti dei copti e’ un problema esagerato. Non hanno espresso riserve sugli altri punti.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">Partito degli egiziani liberi (parte del Blocco egiziano, che ha ottenuto 34 seggi in parlamento): non ha risposto alla richiesta d’incontro ne’ ha fatto avere commenti.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">Partito della liberta’ e della giustizia (234 seggi in parlamento): non ha risposto alla richiesta d’incontro ne’ ha fatto avere commenti. L’ultimo tentativo di contattarlo risale al gennaio 2012.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">Partito della giustizia (1 seggio in parlamento): non ha risposto alla richiesta d’incontro</p>]]></description>
      <guid>https://www.welfarenetwork.it/egitto-i-partiti-politici-promettono-ad-amnesty-international-di-porre-fine-allo-stato-demergenza-20120124/</guid>
      <link>https://www.welfarenetwork.it/egitto-i-partiti-politici-promettono-ad-amnesty-international-di-porre-fine-allo-stato-demergenza-20120124/</link>
      <pubDate>Tue, 24 Jan 2012 17:54:10 +0100</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>Tunisia: un anno dopo la fine dell’era Ben Ali, ancora in attesa di riforme profonde sui diritti umani</title>
      <description><![CDATA[<p style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;">Il governo ad interim della Tunisia deve ancora realizzare quelle riforme profonde nel campo dei diritti umani che le persone scese in piazza un anno fa avevano chiesto. E’ questa la valutazione che Amnesty International ha fatto, 12 mesi dopo la fuga dal paese dell’ex presidente Zine El Abidine Ben Ali.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;">Secondo Amnesty International, le autorita’ tunisine hanno inizialmente assunto provvedimenti positivi, quali la firma di importanti trattati internazionali e il riconoscimento di maggiore liberta’ ai mezzi d’informazione e alle organizzazioni per i diritti umani. Tuttavia, le forze di sicurezza continuano in larga misura a non essere chiamate a rispondere del loro operato e le vittime delle violazioni dei diritti umani attendono ancora giustizia.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;">‘Il governo ad interim ha dato alcuni segnali incoraggianti in direzione delle riforme nel campo dei diritti umani, ma per molti tunisini il passo del cambiamento e’ troppo lento’ – ha dichiarato Hassiba Hadj Sahraoui, vicedirettrice per l’Africa del Nord e il Medio Oriente di Amnesty International.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;">‘Fino a quando non vedremo approvata una Costituzione che garantira’ i diritti fondamentali, l’accertamento delle responsabilita’ per le violazioni dei diritti umani e il consolidamento dello stato di diritto, ogni giudizio sulla reale volonta’ politica di cambiare le cose nel campo dei diritti umani sara’ prematuro’ – ha aggiunto Sahraoui.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"><strong>Le questioni urgenti</strong></p>

<p style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;">Una priorita’ urgente del 2012, per le autorita’ tunisine, dovra’ essere la radicale ristrutturazione delle forze di sicurezza. Nel marzo scorso e’ stato sciolto il temuto dipartimento per la Sicurezza dello stato, responsabile di anni di violazioni dei diritti umani nell’era Ben Ali. Tuttavia, si teme che i suoi appartenenti siano stati semplicemente integrati in altri corpi di sicurezza, che agiscono in modo non trasparente senza essere chiamati a rispondere del loro operato.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;">Amnesty International ha documentato una serie di casi, dalla caduta di Ben Ali, in cui manifestazioni e sit-in sono stati dispersi con la forza e i partecipanti sono stati picchiati.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;">L’organizzazione per i diritti umani ha pertanto chiesto al governo tunisino di emanare istruzioni chiare sull’uso della forza e istituire un organismo indipendente di supervisione sull’operato delle forze di sicurezza.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;">Amnesty International ha inoltre sottolineato che il governo non ha dato risposte adeguate alle richieste di giustizia per le violazioni dei diritti umani verificatesi in passato, sia durante la recente rivolta che nel corso della repressione dei 23 anni precedenti.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;">Secondo dati ufficiali, tra dicembre 2010 e gennaio 2011 sono morte almeno 300 persone e i feriti sono stati 700.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;">Mentre nel giugno scorso Ben Ali e i suoi familiari sono stati processati (in alcuni casi, in contumacia) per corruzione e altri capi d’accusa, i tunisini hanno dovuto attendere il mese di novembre per vedere l’apertura del processo nei confronti di Ben Ali (sempre in contumacia) e di una quarantina di alti funzionari pubblici per l’uccisione dei manifestanti. Ben Ali rimane al riparo dalla giustizia in Arabia Saudita, nonostante i tentativi delle autorita’ di Tunisi di ottenere la sua estradizione.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;">Una commissione d’inchiesta sulle violazioni dei diritti umani commesse durante le proteste deve ancora presentare le sue conclusioni e pochi responsabili sono stati sottoposti a processo.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;">Alcuni funzionari di alto livello delle forze di sicurezza all’inizio hanno semplicemente rifiutato di essere interrogati. Sebbene in qualche caso i tribunali civili abbiano avviato indagini, alcuni giudici non hanno voluto o non sono stati in grado di svolgere indagini approfondite e indipendenti.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;">Le famiglie delle persone uccise o ferite dalle forze governative hanno detto ad Amnesty International che molti dei presunti responsabili sono ancora liberi e che alcuni di questi hanno persino ricevuto una promozione.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;">‘Se il governo vuole seriamente promuovere i diritti umani e consolidare lo stato di diritto, non puo’ evitare di dare verita’ e giustizia alle famiglie delle persone uccise e ferite e di chiamare i responsabili a rispondere delle loro azioni’ – ha commentato Sahraoui.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"><strong>Le azioni positive</strong></p>

<p style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;">Amnesty International ha apprezzato la decisione da parte delle autorita’ tunisine di firmare una serie di importanti trattati internazionali sui diritti umani. L’anno scorso, la Tunisia ha aderito alla Corte penale internazionale e ha ritirato le riserve alla Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione nei confronti delle donne.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;">Tuttavia, molte donne hanno lamentato di essere state messe ai margini, durante il periodo di transizione, dai partiti politici che hanno riservato prevalentemente agli uomini il ruolo di candidati di punta alle elezioni.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;">Altri sviluppi positivi sono stati il rilascio dei prigionieri politici e dei prigionieri di coscienza che erano in carcere prima della rivolta e la fine delle sistematiche intimidazioni e minacce delle forze di sicurezza nei confronti degli ex prigionieri politici. Peraltro, non e’ stato ancora posto in essere un meccanismo complessivo per garantire loro riparazione e riabilitazione.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;">Dopo la rivolta, le organizzazioni per i diritti umani hanno potuto per la prima volta riunirsi liberamente. La Lega tunisina per i diritti umani ha tenuto a settembre, dopo oltre un decennio, il suo primo congresso annuale, cui ha preso parte anche il primo ministro ad interim.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;">Dopo le elezioni di ottobre, e’ stato formato un governo di coalizione e Moncef Marzouki, attivista per i diritti umani ed ex prigioniero di coscienza di Amnesty International, e’ stato nominato presidente ad interim della Tunisia.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;">In un incontro con la societa’ civile tunisina, Moncef Marzouki ha firmato il ‘Manifesto per il cambiamento’ di Amnesty International, impegnandosi in questo modo a favore di 10 misure fondamentali in materia di diritti umani.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"><strong>La nuova Costituzione</strong></p>

<p style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;">La stesura della nuova Costituzione e’, a giudizio di Amnesty International, un’opportunita’ fondamentale per inserire i diritti umani all’interno delle istituzioni del paese. L’organizzazione ha pertanto chiesto che il nuovo documento valorizzi i principi di non discriminazione e dell’indipendenza del potere giudiziario.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;">‘L’Assemblea costituente nazionale ha ora la grande responsabilita’ di rompere con le violazioni dei diritti umani del passato e di assicurare che i diritti umani siano inclusi nella Costituzione. La stesura della Costituzione e’ un’opportunita’ da cogliere per garantire la protezione dei diritti umani e l’uguaglianza di fronte alla legge. Le tunisine e i tunisini non saranno soddisfatti da riforme di facciata. Un test fondamentale sara’ se le autorita’ saranno in grado di garantire i diritti economici e sociali, con tutte le sfide che cio’ rappresenta’ – ha concluso Sahraoui.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;"><strong>Trattati internazionali</strong></p>

<p style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;">Nel 2011 il governo ad interim della Tunisia ha ratificato una serie di importanti trattati in materia di diritti umani, tra i quali:</p>

<p style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;">- il Protocollo opzionale al Patto internazionale sui diritti civili e politici;</p>

<p style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;">- il Protocollo opzionale alla Convenzione contro la tortura e altri trattamenti o pene crudeli, disumane e degradanti;</p>

<p style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;">- la Convenzione internazionale per la protezione di tutte le persone dalle sparizioni forzate.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;">Le autorita’ tunisine hanno inoltre ritirato le riserve alla Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione nei confronti delle donne.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm; text-align: justify;">Infine, nel luglio 2011 la Tunisia e’ diventato il 116mo stato parte dello Statuto di Roma della Corte penale internazionale.</p>]]></description>
      <guid>https://www.welfarenetwork.it/tunisia-un-anno-dopo-la-fine-dellera-ben-ali-ancora-in-attesa-di-riforme-profonde-sui-diritti-umani-20120114/</guid>
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      <pubDate>Sat, 14 Jan 2012 14:50:27 +0100</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>Myanmar, almeno 130 prigionieri politici liberati.</title>
      <description><![CDATA[<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">‘<em>Un importante passo avanti’ per Amnesty International, che chiede il rilascio di tutti gli altri</em></p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">Amnesty International ha definito un importante passo avanti il rilascio, avvenuto questa mattina, di almeno 130 prigionieri politici tra i quali i noti dissidenti Htay Kywe, U Khun Htun Oo, Min Ko Naing e U Gambira. Si e’ trattato della seconda amnistia dall’inizio dell’anno, la quarta sotto l’attuale governo. Il totale dei prigionieri politici rilasciati e’ salito cosi’ a 477.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">Amnesty International ha sottolineato tuttavia che oltre 1000 prigionieri politici, molti dei quali prigionieri di coscienza, rimangono dietro le sbarre. E’ pertanto fondamentale che le amnistie proseguano fino al rilascio di tutti loro.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">L’organizzazione per i diritti umani ha inoltre espresso preoccupazione per il fatto che il rilascio di alcuni prigionieri sia accompagnato da una serie di condizioni e limitazioni e ha chiesto che tutte le persone scarcerate possano prendere liberamente parte al processo politico in corso ed esercitare i loro diritti alla liberta’ di espressione, di riunione pacifica e di associazione.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">Htay Kywe e U Gambira sono tra i leader della ‘rivoluzione zafferano’ del settembre 2007. U Khun Htun Oo e’ il presidente della Lega nazionale per la democrazia dello stato di Shan, mentre Min Ko Naing e’ un leader del movimento studentesco ‘Generazione 88’.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">Tra il 17 ottobre e il 4 novembre 2011, 30.750 persone in 77 paesi avevano sottoscritto un appello di Amnesty International in favore della scarcerazione di tutti i prigionieri di coscienza di Myanmar.</p>]]></description>
      <guid>https://www.welfarenetwork.it/myanmar-almeno-130-prigionieri-politici-liberati-20120114/</guid>
      <link>https://www.welfarenetwork.it/myanmar-almeno-130-prigionieri-politici-liberati-20120114/</link>
      <pubDate>Sat, 14 Jan 2012 14:36:57 +0100</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>Longa manus saudita sullo Yemen (di Umberto Profazio*)</title>
      <description><![CDATA[<p style="margin-bottom: 0cm;"><em>A fine novembre è stato firmato a Riyadh, in Arabia Saudita, l’accordo per il passaggio dei poteri in Yemen. Ma la strada da percorrere è ancora lunga</em></p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">Roma, Nena News – Una valutazione superficiale potrebbe far pensare all’ennesimo successo della “Primavera araba” nei confronti degli ancien régime, accomunando l’esperienza yemenita a quelle di Tunisia, Egitto e Libia e avvalorando la tesi secondo cui le rivoluzioni dei gelsomini non riguardano esclusivamente il Nord Africa, ma anche il Vicino Oriente. Una lettura più attenta può però far emergere opzioni diverse da questa.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY"><strong>Regia saudita</strong></p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">La sede della firma dell’accordo non potrebbe essere più significativa al riguardo. Riyadh è stata infatti la principale sede delle trattative sul futuro dello Yemen, paese nel quale il regno saudita ha più di un interesse speciale.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">Più in generale, l’Arabia Saudita gioca un ruolo fondamentale all’interno delle complesse dinamiche della Primavera araba: dopo aver infatti offerto asilo all’ex presidente tunisino Zine el Abidine Ben Ali, costretto a fuggire da Tunisi dopo la rivoluzione dei gelsomini di gennaio 2011, il regno saudita ha ospitato anche lo stesso Saleh, ferito gravemente in seguito all’esplosione del 3 giungo scorso, quando nella stessa capitale Sana’a infuriava la battaglia tra la guardia repubblicana lealista ed i ribelli.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">A ben vedere, la complessa politica estera dell’Arabia Saudita sembra essere venata da una forte componente controrivoluzionaria, che mira a mantenere lo status quo nei suoi più vicini confini e a mettere in difficoltà l’Iran, considerato il principale avversario.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">Di qui anche l’avversione per il presidente siriano Bashar al Assad, alleato di Teheran, il cui regime è stato apertamente dichiarato dalle autorità saudite illegittimo in seguito alla sanguinosa repressione nei confronti dei manifestanti siriani; di qui anche le manovre per reprimere la ribellione sciita in Bahrein e, d’altro canto, l’impegno a trovare una soluzione sostenibile e non sfavorevole ai sauditi alla ben più intricata situazione in Yemen. In questi ultimi due casi, entrambi prossimi ai confini del regno saudita, gli interventi sono stati realizzati anche grazie alla preziosa collaborazione del consiglio di cooperazione del Golfo (Gulf cooperation council, Gcc).</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY"><strong>Accordo e immunità</strong></p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">I tentativi di arrivare ad un compromesso tra l’opposizione ed il regime di Saleh si erano infatti sviluppati durante l’ultima parte dell’anno soprattutto grazie agli sforzi del Gcc, dopo che la missione guidata dall’inviato dell’Onu, Jamal bin Amr, non aveva avuto alcun esito.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">La difficoltà principale stava nella volontà di Ali Abdullah Saleh di non abbandonare il potere. Nonostante il grave attentato del 3 giugno già menzionato, infatti, lo stesso Saleh era rientrato a settembre in Yemen. Ciò ha esasperato gli animi dei manifestanti, e ha convinto l’Arabia Saudita che era arrivato il momento di riportare la situazione sotto controllo, per evitare che il paese confinante diventasse ingovernabile.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">In base ai termini dell’accordo, firmato alla presenza di re Abdullah, Saleh lascia i poteri presidenziali al suo vice Abdrabuh Mansour Hadi, già chiamato in causa durante la permanenza di Saleh in Arabia Saudita. Nuove elezioni presidenziali si terrano il 21 febbraio del prossimo anno, e nel frattempo verrà formato un nuovo governo, presieduto da un rappresentante dell’opposizione, Mohammed Basindawa. Il nuovo presidente ed un nuovo parlamento saranno in carica per due anni, il tempo di redigere una nuova Costituzione ed avviare la sospirata transizione.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">L’accordo sembra un buon punto di equilibrio tra le parti, ma nasconde diverse insidie. Innanzitutto, il prezzo per la cessione dei poteri da parte di Saleh è il riconoscimento, per lui, dell’immunità assoluta. Un prezzo molto alto per un paese in cui il regime non ha esitato a usare le armi per reprimere le manifestazioni di protesta svoltesi durante tutto l’arco dell’anno. Inoltre lo stesso Saleh non abbandona del tutto il potere, visto che continua a mantenere la carica onorifica di presidente, mentre i poteri presidenziali passano interamente ad Hadi, uno dei suoi più stretti collaboratori.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">Resta poi da vedere la reazione che possono avere i gruppi politici e tribali con i quali Saleh non ha raggiunto alcun accordo. Il compromesso riguarda infatti il regime e l’opposizione politica nota come Joint Meeting Party, ma non i ribelli zaiditi raggruppati attorno al clan al-Houti, e neanche il movimento secessionista del sud dello Yemen, che chiede da anni il ritorno alla separazione tra le due parti del paese.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY"><strong>Strategia della confusione</strong></p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">Come prevedibile, l’annuncio dell’accordo è stato accolto dalla popolazione yemenita con forti proteste. È prevalsa la rabbia, e di certo non perché i manifestanti vedano nella scomparsa del regime e nell’allontanamento di Saleh la soluzione ai problemi dello Yemen. La rabbia nasce dal fatto che il presidente yemenita non è nuovo a dichiarazioni che annunciano la sua uscita di scena, salvo poi ripensamenti dell’ultimo minuto. La sfiducia verso le dichiarazioni di Saleh è dunque molto alta.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">Appena rientrato in patria, del resto, Saleh ha subito attuato una strategia della confusione: il 27 novembre ha annunciato alla tv di stato la concessione dell’amnistia per gli yemeniti “che hanno commesso errori” durante la crisi dell’ultimo anno, escludendo però gli autori dell’attentato del 3 giugno scorso. E dimenticandosi dell’accordo appena firmato a Riyadh che lo ha privato di ogni potere, compreso quello di concedere l’amnistia. Tale gesto, che ha provocato le proteste dell’opposizione, ha causato non pochi dubbi sull’effettività della transizione in Yemen e su chi sia realmente al comando del paese.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">Saleh sembra dunque destinato ad occupare una posizione centrale in Yemen ancora per diverso tempo, grazie anche all’appoggio determinante di Arabia Saudita e Stati Uniti. Questi ultimi, in particolare, grazie alla crisi yemenita hanno ottenuto carta bianca per le operazioni antiterrorismo nel paese (come, ad esempio, l’operazione condotta contro Anwar al Awlaki lo scorso 30 settembre).</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY"> </p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY"><em>*Umberto Profazio è dottorando in Studi Politici – Storia delle Relazioni Internazionali, presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza” e Junior Researcher per il desk Medio Oriente e Nord Africa di Equilibri.net.</em></p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY"><em>Questa analisi è stata pubblicata inizialmente da Affari Internazionali, al seguente link: <a href="http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=1949">http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=1949</a> </em></p>]]></description>
      <guid>https://www.welfarenetwork.it/longa-manus-saudita-sullo-yemen-di-umberto-profazio-20120114/</guid>
      <link>https://www.welfarenetwork.it/longa-manus-saudita-sullo-yemen-di-umberto-profazio-20120114/</link>
      <pubDate>Sat, 14 Jan 2012 13:45:33 +0100</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>Usa-Israele: esercitazioni in vista guerra Iran</title>
      <description><![CDATA[<p style="margin-bottom: 0cm;"><em>Grandi manovre militari annunciate in Israele in risposta alle esercitazioni iraniane nel Golfo Persico. Gli USA preparano la più grande esercitazione congiunta, che per ora resta un’intimidazione. Ma potrebbe diventare la prova per un attacco militare, da valutare con molta cautela.<br /></em><em>IKA DANO da Nena News</em></p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">Roma, 06 gennaio 2012, Nena News – La stretta cooperazione militare tra gli Stati Uniti ed Israele non è un mistero. Solo gli aiuti militari regalati al piccolo alleato mediorientale dall’amministrazione americana – escluse le altre forme di supporto economico diretto ed indiretto – ammontano a 1.8 miliardi di dollari annui. A cui si aggiungono donazioni di armamenti, cooperazione nel campo della ricerca tecnologica ed esercitazioni congiunte. Ora che la tensione per le recenti manovre militari iraniane nello Stretto di Hormuz sale, e il timore di un regime khomeiniano nuclearizzato si fa più forte, USA e Stato ebraico si apprestano alla più grande esercitazione della storia, sobriamente sopprannominata “Austere Challenge 12”.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">Le operazioni militari nello stretto di Hormuz, tra la Penisola arabica e l’Iran, si sono appena concluse. Secondo l’agenzia stampa iraniana Fars News, i dieci giorni di manovre nel Golfo Persico hanno visto la marina iraniana impegnata in test di missili a lunga e breve gittata, sia mare-terra, che terra-terra e terra-aria. la Repubblica islamica starebbe migliorando anche il proprio sistema missilistico di difesa, testando missili anti-aerei “capaci di contrastare qualunque eventuale attacco aereo contro le nostre navi”, ha dichiarato l’ammiraglio della Marina iraniana Mahmoud Moussavi alla stessa agenzia. L’Iran sarebbe pronto a riprendere le esercitazioni e bloccare lo Stretto -  canale di passaggio di quasi un terzo del commercio mondiale di petrolio – se l’Occidente dovesse davvero implementare le sanzioni con cui minaccia di punire i tentativi dello stato persiano di munirsi di energia atomica.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">“Se i Paesi occidentali sanzionano il petrolio iraniano – ha annunciato esplicito il vicepresidente Mohammed-Reza Rahimi all’agenzia stampa ufficiale iraniana IRNA – “l’Iran non permetterà neppure ad una sola goccia di petrolio di passare dallo Stretto di Hormuz”.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">Pronta la reazione della Gran Bretagna, che per voce del Segretario alla Difesa Philip Hammond fa sapere che il Regno Unito è pronto ad intervenire con la forza per impedire la chiusura del Golfo Persico al transito di petrolio. “La Marina Reale si opporrebbe ad ogni tentativo di bloccare la via commerciale chiave nel Golfo”, lo cita il quotidiano britannico Dailymail.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">Il braccio di ferro continua dopo l’ultimo pacchetto di sanzioni passato dal Congresso americano sabato 31 dicembre 2011, che prevede una riduzione dei ricavi petroliferi iraniani lasciando però al presidente Barack Obama il potere di discernere quali penalità applicare. Una decisione da non prendere alla leggera di fronte alle minacce iraniane e all’importanza vitale del Golfo Persico per il rifornimento energetico mondiale. Tanto che Washington avrebbe già annunciato che il nuovo pacchetto di sanzioni “non modificherebbe la strategia americana”.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">Strategia che fa perno sull’alleato israeliano. Il portale militare Defensenews annuncia che I comandi militari americano, europeo e israeliano sono soliti condurre esercitazioni militari di routine. Parte di una strategia a lungo termine e dalla storica alleanza con lo stato mediorientale, sarebbero state pianificate con largo anticipo. E non avrebbero dunque nulla a che vedere con la minaccia iraniana. Ma questa volta l’operazione “Austere Challenge 12” si prospetta massiccia, definita da fonti militari israeliane come la più grande operazione congiunta israelo-americana. Il sitema anti-aereo Arrow, progettato e donato dagli Stati Uniti proprio per intercettare missili iraniani, verrà testato , e sia la marina che l’aviazione militare si eserciteranno in operazioni anti-missile.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY">Intanto l’annuncio da parte dell’esercito israeliano secondo cui per la prima volta anche la città di Gerusalemme – nel cuore della Palestina storica, a metà tra Cisgiordania e Israele – potrebbe essere centrata da missili nemici, crea il pretesto per ulteriori operazioni militari, annunciate per la prossima primavera. Agence France Press riporta alcuni dettagli:  il sistema di difesa anti-missile americano Aegis BMD – donato dagli Stati Uniti ad Israele – verrà integrato con le unità radar a raggi X stazionate da tre anni nel deserto del Negev. A questo si aggiungeranno test del sistema di difesa anti-aerea israeliana Iron Dome, già utilizzato contro i missili Katjiusha lanciati da Hezbollah dal Sud del Libano e da Hamas a Gaza. Intercettori Arrow a lunga portata e missili Patriot di produzione americana verrano altrettanto inclusi nelle operazioni. Se questo gran movimento militare sarà più di un’intimidazione all’indirizzo di un Iran non facilmente disposto a cedere e conscio della sua posizione e forza geostrategica, è tutto da vedere.</p>

<p style="margin-bottom: 0cm;" align="JUSTIFY"><em>Nena News.</em></p>]]></description>
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      <pubDate>Sat, 07 Jan 2012 08:52:44 +0100</pubDate>
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