Mercoledì, 22 gennaio 2020 - ore 09.00

SANTA LUCIA La festa dei bambini di Cremona e non solo di Agostino Melega

E mi sono chiesto spesso il perché di questa perseveranza, o meglio di questo intimo rapporto, che anziché affievolirsi nel tempo, è accresciuto a dismisura a motivo principale dell’arrivo di cinque curiosissimi nipoti, con i quali l’argomento di santa Lucia è di primaria importanza.

| Scritto da Redazione
SANTA LUCIA La festa dei bambini di Cremona e non solo di Agostino Melega SANTA LUCIA La festa dei bambini di Cremona e non solo di Agostino Melega SANTA LUCIA La festa dei bambini di Cremona e non solo di Agostino Melega

SANTA LUCIA La festa dei bambini di Cremona e non solo di Agostino Melega

Lungo il corso degli anni ho avuto varie occasioni di parlare e di scrivere su questa santa, che suscita, come portatrice di doni ai bambini, ancora così forti emozioni nelle famiglie in vaste aree del Nord Italia. Una volta ne parlai anche in Consiglio Comunale a Cremona, proponendo con una mozione, votata poi all’unanimità, iniziative per ricordare col cuore la ricorrenza del 13 dicembre.

E mi sono chiesto il perché di questa perseveranza, o meglio di questo intimo rapporto, che anziché affievolirsi nel tempo, è accresciuto a dismisura a motivo principale dell’arrivo di cinque curiosissimi nipoti, con i quali l’argomento di santa Lucia è di primaria importanza.

A parte l’eccitazione di questi giorni di vigilia, il motivo lontano del mio attaccamento a santa Lucia è probabilmente dovuto ad una privazione, ad uno scippo, che non è stato conseguente a volute e cattive azioni, ma che è stato causato da circostanze ambientali per le quali, nel lontano novembre del 1954, i miei genitori si sono trasferiti da Sant’Agata Bolognese in quel di Annicco, in provincia di Cremona.

A Sant’Agata Bolognese, dove avevo iniziato la prima elementare proprio in quell’anno presso le suore della Beata Clelia Barbieri, non avevo mai sentito parlare di santa Lucia, ma solo della Befana. Il fatto più grave, al mio sentire di fanciullo, è che di santa Lucia non ne avevano sentito parlare nemmeno i miei genitori. E fu così che, dopo non molti giorni dal nostro arrivo in terra cremonese, santa Lucia aveva fatto segno della sua presenza nelle case attorno alla nostra, magari solo con qualche mandarino e frutta secca e caramelle, o qualche bambola di pezza riciclata dall’anno prima.  Ma da noi, nulla. Da noi non si era fermata. Si era dimenticata di me e delle mie due sorelline.  E questo lo scoprimmo a scuola, dove l’argomento all’ordine del giorno era lei, solo lei, sempre lei: santa Lucia. Certo, quella fu l’ultima volta che in casa nostra sia avvenuta una simile ingiustizia astrale. Ma questo brutto ed ingiusto ricordo non fu superato, negli anni immediatamente successivi, nemmeno con l’arrivo sia di Santa Lucia sia della Befana. Di quest’ultima, poi, negli anni a seguire si persero le tracce.  Ci eravamo integrati completamente nell’areale esclusivo di santa Lucia. E fummo contenti, molto contenti, di essere trattati come tutti gli altri bambini.

Divenuto adulto, fra le mie più grandi passioni vi è stato e vi è lo studio del folklore, che è quella disciplina che analizza il sapere del popolo, cristallizzatosi  nella  tradizione e nei costumi.  Ed incontrando le opere del grande folklorista   Vladimir Jakovlevic Propp ne ho fatto tesoro, ricordando sempre quanto egli diceva sulle feste agrarie, ossia che ‘‘La nostra scienza richiede che i fenomeni vengano studiati in tutti i loro legami condizionanti: una singola festa, di conseguenza, può essere compresa correttamente solo quando si studi l’intero ciclo annuale delle feste’’.  Partendo da questo assunto, mi sono impegnato, durante gli anni, a cercare di capire meglio la festa di santa Lucia, la festa a me negata nel lontano dicembre del 1954, e che così tanto mi aveva impressionato durante l’intera infanzia.

Seguendo l’orientamento di Propp, ho cercato nel tempo di mettere in relazione la santa donatrice dei bambini cremonesi e di molte città padane, tirolesi e boeme, con gli altri ‘donatori’ magici del calendario italiano.

E quindi ho potuto verificare i nessi di somiglianza che ci sono, ad esempio, fra santa Lucia e san Nicola, il personaggio mitico atteso dai bambini nella notte fra il 5 e il 6 dicembre. Per giungere quindi a Babbo Natale e Gesù Bambino, che scendono dai camini delle case nella notte della vigilia del 25 dicembre. Inoltre, non ho potuto fare a meno di avvicinarmi alla Befana e ai Re Magi, che portano i regali ai fanciulli fra il 5 e il 6 di gennaio. Senza escludere, in questa disamina, le Anime Sante siciliane, che fanno tintinnare i loro doni nella notte della vigilia del giorno dei Morti.

Un dato certo l’ho appurato: tutte queste personificazioni coincidono con giorni che nell’immaginario hanno la dimensione di una grande ed intima festa familiare. La festa domestica riluce dell’energia mentale che quei personaggi arrecano nelle case, in un gioco di tenera e gioiosa teatralità. Ci troviamo di fronte al quadro di una finzione rituale, pedagogicamente mirata, nei termini di definizione della categoria dell’obbedienza, della regola, sul piano di un attento registro d’ascolto da parte del bambino nei confronti dell’autorità delle voci genitoriali.

Santa Lucia, che giunge da un mondo sconosciuto, un mondo ‘altro’, sostiene con fili misteriosi i vari passaggi dell’iniziazione alla vita comunitaria del cucciolo d’uomo, che via via, maturando, cerca di appropriarsi del senso di questa fiaba sceneggiata in casa, fino a giungere, con la crescita, a diventare alleato dei genitori nel constatare la completa innocenza degli infanti più piccoli, dei fratellini là dove ci sono.

A questo punto è necessario distinguere, separare, oserei dire, la santa Lucia della storia e dell’agiografia, dalla santa Lucia dei regali e del folklore. Sono due personificazioni che hanno lo stesso nome, ma appartengono a due dimensioni diverse, divaricate.  L’una appartiene al mondo dei martiri, e al pensiero della teologi; l’altra al mondo della fantasia ed al pensiero magico della prima infanzia.

La santa Lucia della storia è Lucia di Siracusa, martire del IV secolo, diventata nel tempo protettrice della vista, ereditando grazie al nome, che ricorda la luce, una funzione della dea Artemide, venerata anticamente sull’isola siracusana di Ortigia.

Su Lucia – scrive Alfredo Cattabiani, studioso della vita dei santi - ci sono pervenute due Passiones o narrazioni del suo martirio: la latina, molto fantasiosa, e la greca, più antica e forse non priva di episodi reali sebbene non siano assenti elementi leggendari. Un giorno – narra la Passio greca – Lucia, una fanciulla siracusana di illustre famiglia si recò a Catania, nella chiesa di Sant’Agata, insieme con la madre Eutichia, afflitta da un flusso di sangue inguaribile, per chiedere alla santa il miracolo. Mentre le due donne pregavano davanti al sepolcro, Lucia cadde in un sonno profondo durante il quale le apparve Agata dicendole che la madre era già guarita. E questa guarigione era dovuta grazie alla illibatezza della stessa Lucia, che era riuscita a conservare la verginità. La madre, infatti, era in effetti guarita e Lucia, tornata a Siracusa, decise di rinunciare per sempre al matrimonio già stabilito, per consacrarsi alla vita religiosa. Il fidanzato, non riuscendo a spiegarsi l’accaduto, questa sorta di stranezza, andò su tutte le furie e non pensò di meglio che andare a denunciare Lucia come cristiana all’arconte Pascasio.  Va precisato che quelli erano i tempi della persecuzione spietata di Diocleziano e Massiminiano, iniziata nel 303 e terminata nel 311.  Lucia non poteva avere scampo e fu decapitata. La Passio latina sostiene invece che fu iugulata, cioè scannata: così la santa viene raffigurata in molti dipinti e persino nella statua processionale siracusana dove appare con un pugnale piantato nella gola.  Ma – scrive sempre Cattabiani – ‘’sono più credibili gli Atti greci perché la pena capitale era riservata ai nobili. D’altronde il corpo incorrotto di Lucia che si conserva a Venezia ha il capo staccato dal busto’’.  La chiesa di Venezia è quella dei Santi Geremia e Lucia.

Secondo la tradizione Lucia morì il 13 dicembre del 304.

Ora, senza voler dimenticare il culto molto diffuso per la santa siciliana fin dal medioevo, e il ruolo che lo stesso Dante Alighieri le assegnò nella Divina Commedia come allegoria della grazia illuminante, devo ripetere che la personificazione che giunge vicino alle case al suono del campanello, seguita da un asinello fedele, vogliosi entrambi di cibo, appartiene, in modo precipuo, al mondo della fascinazione infantile, ad un immaginario collegato ad una serie di stratificazioni del pensiero che hanno formato nei secoli un sincretismo particolare. La santa Lucia del folklore è una sorta di reperto, di reliquia polisemica, ossia contenente una molteplicità di riferimenti  che passano dalle diverse datazioni del solstizio alla storia comparativa delle religioni e dei rituali d’iniziazione, nel quadro dell’intimo rapporto dei clan e delle famiglie con le ombre e le luci di coloro che se ne sono andati dal mondo terreno e dalla vita. 

E’ importante qui rilevare che nel calendario giuliano, sostituito poi dal calendario gregoriano nel 1582,  il 13 di dicembre coincideva con il solstizio d’inverno, con la notte che veniva a prevalere  sul giorno, con il sole che andava a riproporre un dubbio ancestrale e collettivo su una sua possibile scomparsa. Da qui il detto: chéla de Sàanta Lüsìa l’è la nòt püsèe lóonga che ghe sìa (Quella di santa Lucia è la notte più lunga che ci sia). Era un momento, quello del solstizio,  nel quale il mondo tratteneva il respiro, come se si stesse fermando. Ed era uno di questi momenti nei quali si riteneva che il mondo dei morti si avvicinasse al mondo dei vivi.  Come se ci fosse un ponte temporale fra i due mondi. Traccia di questa mentalità, presente nella tradizione padana, era l’uso consueto di lasciare la mensa apparecchiata con gli avanzi per la notte della vigilia di Natale, affinché i defunti potessero ritornare e sedersi al desco familiare.  In certe vigilie importanti dell’anno, nelle vigilie dei cosiddetti Capodanno, si riteneva, insomma, che il mondo dell’aldilà si avvicinasse al mondo dell’aldiqua perché bisognoso di cibo, di calore e d’amore. Anche la santa Lucia del folklore ha le stesse caratteristiche e gli stessi bisogni.  Per i bambini il giorno di santa Lucia è un vero Capodanno. E lei si avvicina alle case, come tutti i suoi simili. Per lei è sufficiente un piattino con una fetta di salame e un bicchiere di latte; per il suo asinello un mazzolino di fieno.

E’ risaputo che detta figura della notte, figlia delle tradizioni popolari, pretende inoltre dai bambini un rituale rigoroso: è d’uopo che essi vadano a letto entro le nove di sera, e che debbano dormire subito, soprattutto dopo il suono della bronzina, del campanello annunciatore.  Per chi rimane sveglio ed osa guardarla non può aspettarsi che il castigo: sabbia o cenere negli occhi. E con i segni della disobbedienza così evidenti, dettati da quegli occhi aperti, non vi sono regali ma solo cenere e carbone.  In questa figura così leggiadra, tutta avvolta nella sua lunga tunica bianca, così bella da meravigliare il mondo, è presente dunque qualche istinto reattivo inquietante, proprio di una dimensione particolare, che può trovare comparazioni non col mondo dei santi ma con figure della fiabistica internazionale, in particolare col mondo degli spauracchi e dei Babau.  

Sul saggio ’Il Perturbante’, del 1919, Sigmud Freud accenna ai ricordi infantili dello studente Nataniele, riguardanti il mago Sabbiolino, un personaggio di paura che la mamma, dello studente stesso, evocava per mandarlo a letto presto.

A volte però la mamma, vedendo Nataniele eccessivamente allarmato, diceva che il mago Sabbiolino non esisteva, e che era presente solo nel parlare figurato, come una sorta di richiamo generico. L’ambivalente spiegazione non riusciva, però, a tranquillizzare Nataniele.

Questi, allora, chiese una conferma alla governante, la quale non poté fare a meno di confidargli le caratteristiche precise del misterioso personaggio:’’Il mago Sabbiolino è un uomo malvagio, - disse – che viene quando i bambini non vogliono andare a letto, e getta loro manciate di sabbia negli occhi, così che questi schizzano fuori dalle orbite sanguinando. Allora egli mette gli occhi in un sacco e li porta fuori, alla luce della luna al suo quarto, per nutrirne i suoi figli. Là essi stanno nei loro nidi e hanno becchi adunchi come quelli dei gufi, che adoperano per pascersi degli occhi dei bambini cattivi’’.

‘’Il piccolo Nataniele – scrive ancora Freud – era abbastanza di buon senso e grande da non credere al mago Sabbiolino e dei suoi attributi demoniaci, eppure l’orrore per lui gli si era fermato nel cuore’’.

Quel gesto del mago Sabbiolino, quel gettare la sabbia negli occhi dei bambini disobbedienti, crea un rapporto diretto con la figura che si avvicina ai bambini cremonesi nella notte fra il 12 il 13 dicembre, segno di un prestito e di una operazione sincretica  operata dall’immaginario collettivo.

Lucia, figura del folklore italiano, è apportatrice di un quadro d’insieme, in cui coabitano positività e negatività, con venature ibride, che rimandano la sua origine al clan di ombre che ha lasciato  alle spalle, al mondo dal quale è giunta attraverso la storia delle civiltà. La sua positività veniva rappresentata, nel mondo popolare e contadino pre-industriale, dal dono di dolcetti e frutta. La sua negatività, invece, è rappresentata, oltre che dal gesto dell’accecamento dei bambini monelli, anche dalla materia stessa usata nella punizione, vale a dire dalla cenere e dai carboni, due attributi tipici del fuoco, procurati, verosimilmente, in un ambiente in cui le fiamme hanno lasciato il segno della propria funzione. 

E’ un ambiente, questo, coabitato da una pittoresca compagnia: vi si può scorgere pure l’Omo nero o il Ciapino o Sciapino toscano, chiamato nel Cremonese Ciaparéen, tutti personaggi provvisti d’un sacco come il mago Sabbiolino. L’Omo nero porta via bambini per un anno intero; la Befana invece solo per una settimana. Invece la cremonese Majapütéi, la Mangiabambini, non li restituisce più.

A propria volta, la vécia Pezèera o Pisèera o Pesèera, con la sua catena di ferro ai piedi, i pütéi chi màja mìia la pàasta sóta, i bambini che non mangiano la pasta asciutta, e i sàara mìia sö ‘l ös, e non chiudono l’uscio, e quindi disobbediscono, li porta via per la vigilia di Natale, e non i sa bene per quanto.

Come si può arguire, quello dei Babau, che comprende un aspetto della santa Lucia del folklore, è un mondo complesso ed articolato, reliquia di antichissimi rituali d’iniziazione, che affondano le loro radici nel paleolitico, al tempo dei clan dell’uomo cacciatore e raccoglitore. Il pensiero analogico infantile è stato coabitato per secoli, per non dire i millenni, da tutte quelle presenze minaccianti, che sono servite nel tempo, come scrive l’antropologo Alfonso Di Nola, a garantire ‘’gli statuti d’autorità etico familiare, paterna e materna, che il bambino non può ancora accogliere consapevolmente, e che non può riferire ad una normativa etico-religiosa ed etico-laica’’.

Le stesse paure suscitate nei bambini, procurate con rituali orali di passaggio, di crescita, sono da considerarsi come semplici e domestiche pratiche iniziatiche per affrontare poi insieme le paure vere della vita, paure da esorcizzare in seguito, cercando, nell’amore reciproco, i modi per superare tali sfide attraverso l’aiuto dei genitori, dei nonni e dell’intera famiglia coesa, dono inequivocabile del Cielo.  

Agostino Melega (Cremona)

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Chi è Santa Lucia e perché si festeggia il 13 Dicembre di ogni anno? Santa Lucia da Siracusa nacque nel 283 e morì martire, durante le persecuzioni di Diocleziano, il 13 dicembre 304. La sua festa liturgica ricorre quindi il 13 dicembre, in prossimità del solstizio d’inverno e proprio per questo motivo esiste il detto: “Santa Lucia il giorno più corto che ci sia”. È considerata la protettrice degli occhi, degli oculisti, degli elettricisti e degli scalpellini e viene spesso invocata nelle malattie degli occhi. In alcune province del Nord Italia, come Cremona ,Bergamo, Brescia e Verona, il giorno di Santa Lucia è atteso con gioia dai bambini perché la Santa, in groppa al suo asinello e seguita dal cocchiere Castaldo, porta doni ai più piccini! Qualche tempo prima della festa, i bambini scrivono a Santa Lucia una lettera in cui segnalano i regali che vorrebbero ricevere, perché sono stati buoni e meritevoli durante tutto l’anno. In cambio dei regali, nella notte tra il 12 e il 13 dicembre, i bambini lasciano un piatto di farina per l’asinello, una tazza di caffè per Santa Lucia e un pezzetto di pane per Castaldo.Ma anche biscotti, vino, arance, fieno… Santa Lucia, quando arriva, è sempre attenta a non farsi vedere e se qualche bambino cerca di stare sveglio per scorgerla, la Santa butta una manciata di cenere negli occhi dei curiosi! Al risveglio la mattina del 13 dicembre i bambini troveranno dolci, caramelle e cioccolata e i doni che hanno richiesto, se li hanno meritati. Ai bambini ‘cattivi’ invece porta del carbone .. ma sempre zuccherato.

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