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L'EcoStoria Accadde 80 anni fa Il delitto di Stato di Carlo e Nello Rosselli Evento venerdì 16 giugno 2017

Conferenza 80º anniversario dell’assassinio di Carlo e Nello Rosselli Venerdì 16 giugno 2017 · Ore 17,45 nella Sala Convegni Circolo Filo (g.c.) - piazza Filodrammatici, 2-Cremona. Organizzano Società Filodrammatica Cremonese, Associazione Zanoni - L’Eco del Popolo, in partnership con A.N.P.I. e Associazione Partigiani Cristiani

| Scritto da Redazione
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Accadde 80 anni fa Il delitto di Stato di Carlo e Nello Rosselli

Abbiamo, in un precedente articolo, già dato conto della ricorrenza e del suo significato. Ora, nell’illustrare l’iniziativa rievocativa, promossa in partnership dalla Società Filodrammatica, dall’Associazione Zanoni, da L’ECO DEL Popolo, dall’ANPI e dall’APC (di cui riportiamo l’invito-locandina, ci pare utile, per la rilevanza che l’anniversario comporta sia nell’approfondimento storico sia nello sforzo di attualizzazione della testimonianza di Carlo e Nello Rosselli, affrontare l’argomento in una prospettiva più vasta.

Partiamo dalla descrizione accurata fatta di ciò che accadde nell’incipit del bel lavoro di Mimmo Franzinelli (che abbiamo avuto l’onore di avere come protagonista di numerose conferenze da noi promosse) intitolato “Il delitto Rosselli 9 giugno 1937: anatomia di un omicidio politico”

“È il tardo pomeriggio del 9 giugno 1937. Carlo Rosselli, una delle figure più importanti dell'antifascismo italiano e fondatore del movimento «Giustizia e Libertà» si trova a Bagnoles-de-l'Orne, una stazione termale della Normandia. Da un paio di giorni lo ha raggiunto il fratello Nello, promettente storico del Risorgimento. Mentre rientrano in albergo, dopo una visita in macchina ad Alençon, cadono vittime di un'imboscata. Costretti a fermarsi in una strada di campagna, vengono assaliti e barbaramente uccisi da alcuni sicari della Cagoule, un'organizzazione filofascista francese. “

L’abbrivio fornisce un quadro dettagliato e probante per la definizione fattuale sia delle finalità del delitto, che giustamente l’autore definisce di “Stato”.

Di passaggio, per chi fosse interessato, come auspichiamo, ad approfondire non solo il delitto ma soprattutto la figura dei fratelli Rosselli e la loro testimonianza ideale e politica, segnaliamo altri tre lavori: (“Quale antifascismo? Storia di Giustizia e Libertà”) di Marco Bresciani; “Carlo Rosselli, socialista e liberale” di Carlo Bidussa; “Carlo e Nello Rosselli, testimoni di Giustizia e Libertà” di Valdo Spini. Oltre ovviamente la vasta editorialistica preesistente.

Diciamo sinteticamente qualcosa del profilo biografico dei fratelli Rosselli, che erano tre. Oltre a Carlo e Nello, c’era stato Aldo, il primogenito, prematuramente scomparso nella prima guerra mondiale.

Dal matrimonio di Giuseppe Emanuele Rosselli e di Amelia Pincherle nascono Aldo (1895), Carlo (1899)  e Nello (1900). I Rosselli, di origini ebraiche, sono un punto di riferimento della testimonianza risorgimentale e del movimento mazziniano (Mazzini muore nella loro casa di Pisa il 10 marzo 1872).

Derivano, sin dalla gioventù, i loro convincimenti dalle concezioni riformiste del socialismo umanitario e da una vasta conoscenza della cultura politica internazionale ed europea in particolare.

L’approdo alla testimonianza socialista ed antifascista, più netto e lineare in Carlo, coincide con il completamento degli studi universitari e l’intensificazione dei rapporti con le massimi espressioni della vita culturale dell’epoca.

Il perno di quella testimonianza affonda nel binomio antifascismo/socialismo, così definito sbrigativamente; ancorché meriti, come cercheremo di fare nella sintesi consentita, un approccio meno generico.

Già all’inizio della seconda metà degli anni venti, Carlo Rosselli diventa il riferimento di un antifascismo determinato ad alzare il livello dell’opposizione al regime fascista, sin lì prevalentemente caratterizzata dalla propaganda, e di imboccare, più efficacemente, una strategia indirizzata al consolidamento di un vasto movimento insurrezionale, capace di rovesciare il regime e di restaurare la democrazia.

In ciò apre un fronte, che eufemisticamente potremmo definire dialettico, con le espressioni già strutturate dell’opposizione al regime.

Carlo si rivela propugnatore di un cambio di fase nella strategia, fin lì seguita, dal composito arcipelago antimussoliniano.

Nel memoriale indirizzato a Nenni, Carlo Rossellli dichiara: “Metto a disposizione i miei danari, credendo in ciò di compiere, io, socialista e ricco capitalista, uno stretto dovere, di cui nessuno ha da ringraziare, perché è per me come una liberazione”.

Una dichiarazione di forte idealismo e di generosità infinita, che affonda le radici nei postulati teorici della nuova formazione.

Il cui programma recita: “Giustizia e libertà si batte per il rovesciamento della dittatura e per la conquista di un regime libero, democratico, repubblicano. Agisce sul terreno rivoluzionario perché la dittatura ha reso impossibile ogni altra forma di lotta. Convoca all’azione tutti gli italiani che si sentono offes nella loro dignità dalla servitù presente e intendono partecipare attivamente alla riscossa. Afferma che nell’attuale battaglia sono in giuoco i più alti interessi della classe lavoratrice; perché solo in un regime che garantisca uguaglianza giuridica e libertà politica, potrà essa realizzare il suo ideale di giustizia economica e sociale. Afferma che la liberazione dell’Italia deve essere opera degli italiani. Dichiara che la lotta è durissima e impone i massimi sacrifici. Questo è il prezzo del secondo Risorgimento italiano”

La nettezza dell’analisi sulle modalità di lotta ad un regime in via di consolidamento e d’attrazione di vasti ceti popolari e l’offerta di un socialismo liberale, correlato primariamente a quella lotta, costituiscono un potenziale snodo rispetto ad una strategia, si potrebbe osare, dalle caratteristiche magmatiche. Ai tradizionali riferimenti, interpretati dai soggetti protagonisti della scena politica pre-fascista, la scesa in campo di Giustizia e Libertà introduce nello scenario un format nuovo ed imprevisto. Che arrischia di scompaginare, anche a futura memoria, carte e strategie date per scontate.

Nenni, punto di riferimento dell’antifascismo socialista in evidente difficoltà ad organizzare un minimo di mantenimento della presenza in Italia e a dare corpo operativo ad un esilio di massa, accoglie prontamente l’assist di Rosselli e raccorda l’azione di quel che resta del PSI all’attivismo del nuovo soggetto espressione di un socialismo liberale.

La novità riguarda, però, anche il rapporto con l’altro, più rilevante, protagonista della sinistra politica e dell’antifascismo, che è il PCI.

Oltre alla novità, sospettosamente percepita, il tenore ed il contenuto del progetto scandito da Giustizia e Libertà  non può non inquietare Togliatti e mettere a prova quella tattica duttile, che era arrivata ad appellarsi “ai fratelli in camicia nera”.

Il capo del comunismo italiano, visibilmente assoggettato ai disegni staliniani, qualifica, rivolgendosi direttamente a Rosselli (“un dilettante dappoco, privo di ogni formazione teorica seria”), i propositi di Giustizia e Libertà come “piano fantastico ed inapplicabile di azione violenta, come il tentativo della piccola borghesia di affermarsi come forza autonoma sul terreno della lotta contro il fascismo”.

In realtà, come era e sarà sempre più evidente, le teorie del socialismo liberale fondavano su pilastri teorici molto seri e la strategia operativa contro il fascismo di G e L si rivela come qualcosa di molto diverso da attentati organizzati in modo infantile.

Al punto da comprendere che la scesa in campo nella guerra civile spagnola a fianco del fronte repubblicano costituisce occasione anche per collaudare lo scontro armato contro i fascismi europei ed il fascismo italiano, sostenitori dell’alzamiento franchista.

Rosselli organizza (e ne sostiene il peso economico) la prima Brigata italiana, (che prenderà poi, dopo la sua uccisione, il nome di Colonna Italiana Rosselli, che annoverava tra i 50 e i 150 uomini, reclutati fra gli esuli italiani in Francia dal movimento Giustizia e Libertà e dal Comitato Anarchico Italiano Pro Spagna.

Rosselli è temuto perché ispira le linee dell’antifascismo di Giustizia e Libertà, che enucleano un’opposizione più efficace, e perché permea di sostanza pratica un’ispirazione che punta al sovvertimento.

Tale fatto nuovo, come è facile comprendere, allarma sia il capo del fascismo, ormai convinto che, a seguito della repressione, l’antifascismo italiano sia poco più che un’opposizione a sua maestà, sia il segmento più organizzato dell’antifascismo, che è il partito comunista.

Nella visione rosselliana il movimento socialista era interpretato come l’erede storico del liberalismo, il portatore di una dinamica idea di libertà che si concretizza nel processo storico. “Il liberalismo è la forza ideale ispiratrice, il socialismo la forza pratica realizzatrice”. Per il socialismo è fondamentale l’osservanza del metodo liberale o democratico di lotta politica, identificato nell’ “autogoverno”. Come rileva Marco Bresciani in Rosselli “il principio della sovranità popolare, il sistema rappresentativo, il rispetto dei diritti delle minoranze ed il rifiuto del ricorso della violenza costituivano non solo un complesso di regole del gioco, ma anche e soprattutto una sorta di patto di civiltà”.

Come è evidente, le teorie rosselliane si mostravano irriducibilmente antitetiche al fascismo, ma anche poco consone e compatibili con quel segmento del fronte antifascista di obbedienza sovietica, che testimoniava convincimenti ben diversi sul terreno della democrazia.

“Dal 1927 al 1937 seguono gli episodi che sono ormai nel dominio di tutti. La destituzione di Carlo dalla cattedra, il processo e l’assoluzione di Salvemini, la casa di via Giusti assaltata e svaligiata dalla camicie nere perché i Rosselli hanno ospitato Salvemini. La fuga di Turati architettata da Carlo e il clamoroso processo di Savona. Carcere e confino alle Lipari per Carlo che riesce audacemente a fuggire con Lussu e Nitti e riparare a Parigi. Vendetta sull’innocente Nello confinato a Ustica…Carlo inizia il movimento di Giustizia e Libertà e il suo giornale giunge per mille vie segrete in Italia… E’ un nemico che si deve eliminare…” (da Il socialismo di Patecchio”).

La gerarchia mussoliniana ha motivo di percepire la presenza, nel non sempre coeso fronte opposto, di un soggetto nuovo, portatore di un progetto politico più netto e di una strategia più decisa, perché rivendica, come abbiamo anticipato, un’azione tesa a destabilizzare il regime fino a rimuoverlo.

Dopo il “bollino rosso” della testimonianza di Giacomo Matteotti, tolto di mezzo con le modalità ben note che integrarono, il 3 gennaio 1925, la rivendicazione della responsabilità politica e morale del regime, Mussolini, che ha metà degli anni 30 stacca le cedole del consenso popolare, stima che sulla sfida portata dai Rosselli non si possa glissare.

“Per il delitto Rosselli non esiste verità giudiziaria. Dal 1944 al 1949 un convulso susseguirsi di confessioni e ritrattazioni con sentenze severe cancellate e ribaltate in clamorose assoluzioni, ha prodotto esiti insoddisfacenti. “

E’ quanto sostiene Mimmo Franzinelli. Ma la verità storica, in questo contingente, non ha bisogno di pezze d’appoggio processuali.

Più che come risultato della inveterata sbruffonaggine, per intimo convincimento dell’implicito messaggio didattico, il capo del fascismo italiano non lascia molto nel vago movente e dinamica del delitto, commissionato dalla gerarchia e portato a termine dalla collaborazione stabilita tra i servizi segreti italiani ed i collaborazionisti francesi.

Certamente non soggetta a malintesi è l’affermazione, a notizia dell’assassinio divulgata, di Mussolini: “Altri due morti attraverso la nostra strada. La storia deciderà sul perché della loro sorte”.

Il ministro-genero Ciano, d’altro lato, non aveva trattenuto un’ “indiscrezione”: Molti italiani sono stati presi (in Spagna), anarchici e comunisti. Lo dico al Duce che mi ordina di farli fucilare tutti, aggiungendo : “I morti non raccontano la storia”.

La storia, come si sa, verrà raccontata anche da quelle due morti destinate alla notorietà ed alla risonanza.

Attivate sin dalla divulgazione della notizia e dall’imponenza dei funerali dei due fratelli, che assunsero la caratteristiche di un inequivoco tributo.

Si svolsero all'interno della Maison des Syndicats (33, Rue de la Grange aux Belles) per una platea di invitati, prima della partenza del corteo. Secondo il desiderio di Carlo Rosselli fu eseguita la Settima sinfonia di Beethoven suonata dall'orchestra della Fédération Symphonique des Concerts Poulet et Sihoan, diretta dal maestro Siohan. Al centro della sala v’erano i feretri dei fratelli Rosselli; su quello di Carlo sono appoggiati la tuta e il cappello da miliziano da lui utilizzati durante la guerra civile spagnola. In prima fila, di fronte alle corone di fiori appoggiate ai piedi delle bare, a salutarli c’erano Marion Cave Rosselli ed i discepoli più diretti,  Emilio Lussu, Aldo Garosci, Franco Venturi ed Alberto Tarchiani.

Oltre ovviamente ad un folla, stimata in 200.000 partecipanti.

Tra questi, certamente v’era più di un antifascista di origini cremonesi e di testimonianza liberalsocialista, già collegati a Giustizia e Libertà e riparati in Francia. dei fratelli Rosselli, alcuni andarono in Francia. Presumibilmente, l’unico sopravvissuto è Mario Coppetti, che venerdì nella ricorrenza sarà protagonista di un’importante testimonianza.

Ne anticipiamo alcuni tratti, deducendoli ancora da “Il socialismo di Patecchio”

“Il giovane scultore, Mario Coppetti, che espatriato con mille difficoltà nel 1935 (rifiutando la chiamata alle armi per la guerra dell’Africa Orientale e per la sciagurata partecipazione fascista alla guerra civile di Spagna), imparò molto bene sia l’arte scultorea, che esercita tuttora a 90 anni splendidamente portati, sia la funzione di dirigente politico alla scuola, appunto, dei Rosselli, che frequentò assiduamente sino a qualche giorno prima dell’assassinio nel disadorno salone di Boulevard Saint Michel, sede parigina di Giustizia e Libertà, come assiduamente frequentò altri esuli cremonesi, dando vita ad un collegamento clandestino con gli antifascisti rimasti a Cremona.

Si potrebbe dire che per coloro, che non si vollero conformare al regime liberticida, risultò impossibile continuare a vivere e ad operare a Cremona, come divenne difficile e particolarmente rischioso svolgere un minimo di attività politica in esilio, considerata la fragilità operativa del Centro Estero del PSI, di cui si dirà più oltre, quando si passerà ad enucleare le condizioni entro cui i socialisti continuarono la lotta antifascista, prepararono l’insurrezione armata contro il nazi-fascismo ed elaborarono la proposta politica di democratizzazione e di ricostruzione morale e materiale dell’Italia.

Difficoltà e rischi, ovviamente, destinati ad accrescersi drammaticamente a seguito dell’occupazione tedesca e della creazione della repubblica-fantoccio di Vichy, prodromo di una sistematica intelligenza tra gli apparati polizieschi fascisti, nazisti e collaborazionisti, impegnati nella pulizia etnica dell’antifascismo riparato, specie dopo la infausta conclusione della guerra civile spagnola, in territorio francese.

Ma già prima di tali accadimenti la condizione di esuli operativi all’estero e di clandestini sul patrio suolo non dovette essere una passeggiata, come dimostra la vicenda dell’assassinio dei fratelli Rosselli nel 1937 a Bagnoles de l’Orne, della cui vigilia fu testimone Mario Coppetti; e come dimostrano le ondate repressive, occasionate dall’intercettazione (avvenuta in un contesto che durante la clandestinità e, successivamente, dopo la Liberazione, darà luogo a più di un giustificato interrogativo) del flusso di propaganda clandestina, attivato dai fuorusciti cremonesi di Giustizia e Libertà, Arturo Amigoni ( già confinato socialista), Prof. Celeste Ausenda e Berettera ( i primi due saranno arrestati nel 1940, dopo l’occupazione nazista, e trasferiti al confino in Italia; il terzo resterà definitivamente, anche dopo la Liberazione, a Nizza, dove aveva avvito un’attività commerciale)… Mario Coppetti, che, come é stato detto, fu esule dal 1935 al 1939, dopo che il padre socialista fu costretto a lasciare l’impiego in ferrovia avendo rifiutato la tessera fascista, descrive efficacemente la condizione e lo stato d’animo di quei giorni “Sentirsi estranei e isolati nel proprio ambiente, doversi guardare intorno prima di parlare provoca un senso di oppressione che non si riesce ad esprimere perché la libertà quando la si ha sembra una cosa naturale; é come l’aria: non ci rendiamo conto che ci sia, ma se manca si muore. Si viveva nell’incubo della squadra politica della questura e dell’Ovra, la efficiente polizia segreta a difesa del regime, con la quale purtroppo ho avuto a che fare dopo il mio rientro dalla Francia”.

Coppetti restò nel mirino del regime, coinvolgendo, suo malgrado, nel destino di vigilato anche la madre Angela, sottoposta, al momento del rientro in patria da un incontro con il figlio a Parigi, a diligente perquisizione, come a “riservatissima revisione” sarà sottoposta, nel prosieguo, la corrispondenza di tutta la famiglia Coppetti. “

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