Martedì, 28 giugno 2022 - ore 08.40

BIOGRAFIA DI EMILIANO RINALDINI

| Scritto da Redazione
BIOGRAFIA DI EMILIANO RINALDINI

Figlio di Angelo, un piccolo commerciante, e di Linda Lonati, ebbe con i fratelli un’educazione profondamente cristiana.

Ricevette una buona educazione, frequentando l'Istituto Magistrale Gambara dove nel 1940 conseguì il diploma di maestro e si distinse subito per la passione nell'insegnamento. Ebbe modo di insegnare nella città di Salò che di lì a poco sarebbe divenuta il cuore della Repubblica Sociale Italiana. Collaborò con alcune riviste bresciane di tipo pedagogico: "Scuola Italiana Moderna", facendo parte della redazione, e "Pedagogia e vita".

Nei primi mesi del 1943 fu tra i promotori di un Gruppo d'Azione Politica che fu rapidamente trasformato, per motivi di prudenza, in un Gruppo d'Azione Sociale con finalità caritative e assistenziali. Militando all'interno del Gruppo Sociale, Emiliano accrebbe la sua profonda avversione al regime fascista. Questa posizione politica risentiva del pensiero antifascista del padre, che sempre ne attirò l'attenzione sui metodi violenti del regime fascista, provocando in lui un forte ribrezzo. Le stesse posizioni furono condivise anche dai fratelli di Emi, Federico, che morì il 27/03/1945 a soli 22 anni nel lager di Mauthausen, don Luigi, sacerdote della Congregazione dei Padri della Pace, e dalla sorella Giacomina.

Dopo l'8 settembre 1943

Rinaldini prese ben presto contatto con i cattolici e con i sacerdoti antifascisti bresciani e si diede alla diffusione di stampa clandestina. In breve svolse anche compiti di collegamento con i primi partigiani delle valli bresciane, in particolar modo della Valle Sabbia e della Valle Trompia, adoperandosi per procurare loro generi alimentari e di prima necessità, nonché l'occorrente per resistere in clandestinità. Il 23 settembre 1943 nasce la Repubblica Sociale Italiana (Rsi) che si stabilisce a Salò e a Gargnano sul lago di Garda. All'inizio del 1944 Rinaldini è costretto a trasferirsi a Milano per evitare l'arresto, trovando rifugio presso l'Istituto Palazzolo. La lontananza dalla città natale non impedisce al giovane Emi di continuare ad appoggiare il Movimento di Liberazione bresciano. Nel febbraio del 1944 appaiono i bandi della Rsi che richiamano alla leva i giovani del 1922. Per chi pensava di sottrarsi all’obbligo della leva i bandi minacciavano la pena di morte.

Per tale motivo il maestro Emi si presenta all'arruolamento in compagnia dell'amico Aldo Lucchese alla Caserma "Achille Papa" di Brescia.

Il maestro Emi pensava di poter continuare con la propaganda antifascista tra le truppe della Repubblica di Salò, ma, di fronte al rischio concreto di poter essere inviato in Germania per essere addestrato militarmente in modo adeguato, fu posto di fronte a una drammatica scelta. Prese la decisione di fuggire e scelse la via della montagna, rifiutandosi di osservare inerme la rinascita del neofascismo repubblicano, appoggiato dalla potenza bellica tedesca, e di accettarne passivamente il dispotismo.

Il 20 aprile 1944, avvertito dall’amico Carlo Albini dell'imminente partenza del suo reparto per la Germania, Emiliano fugge.

Non informa nessuno dell'intenzione di abbandonare la caserma, ma lascia una lettera ai genitori e ai parenti.

Da quel momento Rinaldini entra a far parte dei primi nuclei di uomini renitenti alla leva che, male armati e male equipaggiati, danno origine alla "Brigata Perlasca". In un primo momento il maestro Emi si rifugia in una baita nei monti sopra Bovegno, in Val Trompia.

Successivamente si trasferisce nella zona della Corna Blacca, sopra le piccole frazioni che costituiscono il comune di Pertica Bassa.

Insieme a pochi altri compagni forma un nucleo di ribelli che prende base verso il Passo di Prael (m. 1710), a ridosso delle cascina Sacù proprio sotto la Corna Blacca. La caratteristica di questi primi nuclei di ribelli è di essere sostanzialmente disarmati, mal vestiti e mal equipaggiati.

Alla lotta ai nazifascisti, condotta con la sua formazione, Rinaldini abbinò un costante impegno personale verso le popolazioni locali, organizzando le piccole comunità e diffondendo i princìpi dello scoutismo.

La legge del 18 febbraio 1944, che prevedeva la pena di morte per i renitenti, così come le ordinanze di chiamata alle armi, paradossalmente causarono l'effetto di accrescere le file dei ribelli sulle montagne, moltiplicando così i numeri degli uomini della Resistenza. I primi gruppi di ribelli inoltre erano poco compatti e spesso, data la presenza nazifascista limitata inizialmente quasi esclusivamente ai grandi centri abitati, nei paesi di montagna molti ribelli si trovavano ad avere amici, casa e famiglia a poche ore dalla sede della formazione, per cui era un continuo andirivieni tra casa e cascina partigiana. Perciò non era semplice per uomini come Rinaldini cercare di organizzare e dare una struttura ai nuclei partigiani.

In ogni caso alla fine del giugno 1944 erano presenti nella ristretta zona della Corna Blacca ben sei nuclei partigiani che andavano ingrossandosi e si rendeva indispensabile organizzare un brigata aderente alle Fiamme Verdi e che collaborasse con la brigata "Tito Speri" della Val Camonica. Nasceva la Brigata "Perlasca". Ai vari nuclei della Perlasca venne assegnata una zona d'influenza che avrebbero dovuto controllare e dalla quale avrebbero dovuto ricavare i mezzi di sostentamento. A Emiliano Rinaldini spettò l'incarico di vice-comandante del Gruppo S 4 che si trovava ad operare per lo più nella zona di Pertica Alta e di Livemmo. Il gruppo eseguì alcune azioni militari alle miniere di Collio, alla caserma della Gnr – Guardia Nazionale Repubblicana di Vestone, alla centrale idroelettrica di Vobarno.

Don Lorenzo Salice, che al tempo della lotta partigiana era parroco di Odeno, una frazione di Pertica Alta, di Emi disse di aver avuto una impressione particolare e decisamente positiva. Lo ricordava calmo e silenzioso, "col cappello da alpino, il mantello da soldato, con le stellette ed il mitra pendente dalla spalla destra, i baffetti e anche un po' di barba”. Nel corso di un loro incontro Emi gli chiese il libro della "Imitazione di Cristo". Lo ottenne e lo portò con sé fino alla morte.

La cattura e la morte

Il 6 febbraio 1945, nelle prime ore del mattino, una pattuglia del 40º battaglione mobile della Gnr, istituita dalla Rsi, sale a Odeno e lo circonda. I fascisti non sospettano la presenza di partigiani nel paese: sono venuti per verificare la posizione del parroco, Don Lorenzo Salice, che ritengono nasconda e dia rifugio a quattro prigionieri slavi fuggiti dal campo di Vestone. Quella notte i ribelli si sono fermati a dormire nelle case e nelle stalle, per avere un po' di caldo e di tregua dal gelo invernale dei ventosi monti valsabbini. Si fa l'alba prima che i partigiani si rendano conto che il paese è accerchiato. Viene tentata la fuga. Emiliano decide di trascinarsi addosso il grosso dei fascisti per permettere ai compagni di fuggire verso valle. Il suo tentativo di fuggire verso l'alto, in direzione della chiesetta di Odeno, viene impedito dalla neve. Fatto prigioniero e condotto con Don Salice ed alcuni suoi parrocchiani in una casa del paese, Emi viene picchiato e sottoposto ad un primo interrogatorio. Dopo circa un'ora, la colonna si mette in marcia verso Livemmo.

Qui viene effettuata una breve sosta nei pressi della fontana del Paese: Don Salice riesce a sbirciare Emi e ne vede in volto i lividi causati dalle percosse subìte. La colonna riprende la marcia e prosegue in direzione del laghetto di Bongi, imboccando poi una mulattiera che conduce a Mura di Savallo. I prigionieri giungono a Mura verso le ore undici: si fermano alcune ore quindi ripartono diretti a Casto, sede di un presidio del 40º battaglione Gnr.

Inizia un nuovo interrogatorio. Don Lorenzo Salice racconta: «Qui c'è il primo interrogatorio davanti al tenente Bianchi. Ai miei parrocchiani domanda se conoscono il ribelle. Emi prontamente risponde per loro: "Io non li conosco e perciò essi non mi possono conoscere". Interviene a questo punto un giovane sottotenente che dice di conoscere molto bene Emiliano Rinaldini perché è un suo compagno di scuola e sa che Emi è studente all'Università Cattolica. Allora il Bianchi, con tono ironico, sprezzante ed arrogante, dice queste testuali parole: "È stato padre Gemelli a insegnarti a fare il ribelle?" Emi non risponde».

Trasportati su un carretto i prigionieri vengono portati a Vestone e qui fatti salire su un camion. La nuova meta è l'albergo Milano di Idro, adibito a sede del Comando della Guardia Repubblicana. Qui i prigionieri vengono separati. Da quel momento nessuno vedrà più Emiliano Rinaldini.

Nel carcere di Idro, Emi è interrogato a lungo e torturato, ma non rivela nulla che possa danneggiare i compagni. I fascisti lo riportano nelle zone della Pertica Alta, sperando di fargli rivelare i depositi delle armi o i nascondigli dei suoi compagni partigiani. Ma Emiliano tace nonostante le torture. Preso atto della impossibilità di vincerne il silenzio, la mattina del 10 febbraio due militi lo trascinano fuori dall'abitato di Belprato, sul sentiero che porta alla chiesetta di San Bernardo. I sostenitori della Rsi lo costringono a togliersi le scarpe e poi, nel simulare un tentativo di fuga, incitano Emi a scappare e lo colpiscono a tradimento con una raffica di mitra nella schiena che lo uccide.

Sarà ritrovato dai paesani sotto il sentiero, ripiegato su sé stesso, con addosso pochi oggetti: nocciole, la corona del rosario, e il libro "Imitatione Christi", tutto suggellato dal suo sangue d'eroe.

Intitolazione di strade, piazze e palazzi

Alla memoria di Emiliano Rinaldini dopo la Liberazione sono state intitolate strade ed edifici soprattutto in molti comuni del Bresciano: Vestone, Flero, Carpenedolo ed altri ancora.

A suo ricordo sono anche dedicate la Scuola Media Statale Emiliano Rinaldini di Flero, la Scuola Primaria Emiliano Rinaldini di San Gallo, frazione di Botticino, la Scuola Primaria "Emiliano Rinaldini" di Brescia (Q.re Leonessa), la Scuola Primaria Emiliano Rinaldini di Ghedi e il Convitto Famiglia Universitaria "Card. G. Bevilacqua - E. Rinaldini" di Brescia che ospita iscritti alle diverse facoltà degli atenei bresciani.

La lapide a ricordo di Emiliano Rinaldini, presso l'oratorio di S. Bernardo a Pertica Alta. L'iscrizione recita: "Emiliano Rinaldini giovane di Cristo maestro apostolo qui presso suggellò col sangue la sua offerta di amore per l'avvenire cristiano della Patria - Febbraio 1945".

La tomba-ossario di Emiliano Rinaldini si trova al Cimitero Vantiniano di Brescia.

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