Martedì, 02 giugno 2020 - ore 07.35

Clima e coronavirus: Covid-19 andrà via da solo con il caldo? Purtroppo no

Il climatologo Fazzini: ''Il Coronavirus non terrebbe al momento conto delle variazioni climatologiche e dunque delle temperature''

| Scritto da Redazione
Clima e coronavirus: Covid-19 andrà via da solo con il caldo? Purtroppo no

In diversi, compreso il solito presidente degli Usa Donald Trump, hanno detto che il coronavirus SARS-CoV-2 e la malattia che causa, COVID-19, scompariranno da soli nei prossimi mesi non appena arriverà il caldo nell’emisfero settentrionale e che sarebbe per questo che l’epidemia non si starebbe espandendo in Africa e nei Paesi tropicali, cosa subito smentita dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms). Ma altri continuano a dire che l’esperienza della SARS nel 2003 fornisce le prove che il virus sarebbe vulnerabile al caldo estivo.

La cosa non convince per niente Marc Lipsitch, professore di epidemiologia e direttore del  Center for communicable disease dynamics dell’Harvard T.H. Chan School of public health, che ha detto: «Mentre possiamo aspettarci modesti declini nella contagiosità di SARS-CoV-2 in condizioni climatiche più calde e umide e forse con la chiusura delle scuole nelle regioni temperate dell’emisfero settentrionale, non è ragionevole aspettarsi che queste riduzioni da sole comportino una trasmissione lenta abbastanza per fare una big dent».

Anche secondo Massimiliano Fazzini, climatologo dell’università di Camerino e coordinatore del Gruppo di esperti sul “Rischio Climatico” della Società italiana di geologia ambientale (Sigea), «Il Coronavirus non terrebbe conto delle variazioni climatiche. Questo è il risultato di uno studio in costante evoluzione».

Si tratta di un studio è condotto da un gruppo multidisciplinare accademico e tecnico e alla Sigea spiegano che «Tra le differenti numerosissime variabili indipendenti che possono spiegare l’evoluzione della variabilità spazio–temporale del SARS-CoV-2 »non possono non essere analizzate quelle meteoclimatologiche ed ambientale». Fazzini aggiunge che «In particolare, da più parti si sono fatte svariate allusioni sull’incidenza della variabile temperatura evidenziando che il virus possa perdere di virulenza all’aumentare o al sensibile diminuire di tale parametro; alcuni divulgatori hanno curiosamente   evidenziato che il virus morirebbe oltre i 27° C di temperatura. Ovviamente è quello che speriamo tutti. Da alcuni studi sembrerebbe che il virus possa avere una maggiore virulenza nel range termico esterno compreso tra 4 e 12° C e che “le temperature registrate in febbraio in WUHAN siano idonee alla proliferazione del virus” evidenziando poi che con l’aumento delle temperature procedendo con la stagione primaverile, le aree situate a latitudini maggiori potrebbero subire un incremento dei contagi. Però da approfondimenti che stiamo conducendo sembrerebbe che il Coronavirus non terrebbe conto delle variazioni climatiche.  Di conseguenza è stato approntato uno studio climatologico finalizzato alla conferma di tali evidenze o supposizioni. I primi parziali risultati dell’analisi effettuate sull’epicentro della diffusione del virus: Wuhan e su alcune regioni estremamente fredde e calde del Globo oltre che nella Lombardia e nel Veneto, a partire dal 20 gennaio circa, focalizzando l’attenzione sui giorni di picco del segnale statistico considerando, come da recente letteratura scientifica, un tempo medio di incubazione di 5,5 giorni ±2 giorni». Fazzini dice che questo ha dimostrato che «Nell’area di Wuhan, l’intero mese di Febbraio ed in particolare la prima decade, nella quale si sono verificati i picchi epidemiologici, hanno evidenziato temperature costantemente oltre le medie climatiche (9,2° C la media mensile del mese contro i 5,8° C della media climatica riferita al trentennio 1971-2000) mentre le precipitazioni sono state complessivamente inferiori alle medie climatiche (36 mm Vs 52 mm). Evidentemente, non si tratterebbe di anomalie medie tali da poter in qualche modo amplificare il segnale epidemiologico occorso. Se poi si va ad analizzare l’andamento epidemiologico giornaliero con quello termico, ne deriva un coefficiente di correlazione pari a circa 0,11, dunque statisticamente insignificante. Quindi il quadro climatologico non ha influito in alcun modo sull’evoluzione del contagio. Ora, giunti al probabile termine del picco epidemiologico, non si osservano nuovamente anomalie termiche significative, tal ida poter eventualmente giustificare un rapido calo della virulenza dovuto al segnale termico».

Il team italiano ha studiato anche l’evoluzione termica di aree subartiche e Fazzini spiega ancora: «Si è analizzata l’evoluzione termica di Irkutsk, città di oltre 620.000 abitanti e capitale della Jacuzia (Federazione Rissa, ndr), notoriamente l’area estesamente abitata più fredda dell’emisfero boreale. Per lo stesso periodo di osservazione, si sono osservate temperature medie notevolmente più elevate della media climatica (a febbraio una media di -14°C contro una media climatica di -21° C) e nella prima decade di Marzo la media risulta essere di -7° C a fronte di una media di -13° C. Nelle restanti aree subartiche o artiche (Es Svalbard, Alaska, Canada Artico, Groenlandia), risulta evidente come l’assenza di centri abitati di riguardo o comunque l’estrema bassa densità della popolazione non abbiano potuto potenzialmente favorire la diffusione del virus. Si sta esaminando l’andamento dei principali parametri di inquinamento ambientale (Biossido di azoto e di zolfo e particolato sospeso)».

Sigea ha poi concentrato l’attenzione su Lombardia e Veneto prendendo in considerazione, dal 20 febbraio fino al 18 marzo, i dati termo-pluviometrici ed anemometrici di 10 stazioni rappresentative, Fazzini conclude: «Sia dei tre focolai principiali di diffusione del virus (aree di Codogno, Nembro e Vo ‘euganeo) sia delle altre province maggiormente interessate della regione lombarda (Bergamo, Brescia, Cremona, Pavia). Anche in questo caso, i coefficienti di correlazione tra la diffusione giornaliera del virus a livello provinciale ed i parametri meteoclimatici non hanno affatto evidenziato alcun rapporto statistico edunque sembrerebbero di conseguenza smentire i risultati pubblicati ufficialmente da più fonti. A quanto pare nessun rapporto ci sarebbe tra le variazioni climatiche, dunque le temperature e l’evoluzione epidemiologica del Coronavirus. Contemporaneamente, stiamo esaminando l’andamento dei principali parametri di inquinamento ambientale (Biossido di azoto e di zolfo e particolato sospeso) per tentare di ricavare eventuali relazioni statistiche multiregressive con i prima menzionati parametri meteo climatologici sempre in relazione alla comprensione dell’espansione del COVID 19».

Lipsitch dDopo aver sottolineato che la SARS nel 2003 non è scomparsa per cause naturali ma perché «E’ stata eliminata da interventi di salute pubblica estremamente intensi nelle città della Cina continentale, Hong Kong, Vietnam, Thailandia, Canada e altrove», ha smontato un altro mito che sta circoland: quello che i coronavirus sono stagionali, con scarsa trasmissione estiva e che quindi lo sarà anche SARS-CoV-2. Per farlo ha analizzato 4 fattori determinanti nella diffusione del coronavirus: ambiente, comportamento umano; sistema immunitario dell’ospite ed esaurimento degli ospiti sensibili, giungendo all’ultimo punto: «Anche le infezioni stagionali possono verificarsi “fuori stagione” quando sono nuove. I nuovi virus hanno un vantaggio temporaneo ma importante: pochi o nessun individuo nella popolazione è immune da essi. I vecchi virus, che sono rimasti nella popolazione più a lungo, operano su un margine più sottile – la maggior parte degli individui è immune e devono accontentarsi della trasmissione tra i pochi che non lo sono. In termini semplici, i virus che esistono da molto tempo possono sopravvivere – diffondendosi nella popolazione – solo quando le condizioni sono più favorevoli, in questo caso in inverno. La conseguenza è che i nuovi virus – come l’influenza pandemica – possono diffondersi al di fuori della stagione normale per i loro cugini più consolidati. Ad esempio, nel 2009, la pandemia è iniziata in aprile-maggio (ben al di fuori della stagione influenzale), è calata in estate (forse a causa dell’importanza dei bambini nella trasmissione dell’influenza) e poi è rimbalzata in settembre-ottobre, prima dell’inizio della normale stagione influenzale. La stagionalità non limita i virus pandemici come quelli vecchi. Questo modello è comune per le pandemie influenzali».

Lipsitch conclude: «Per il nuovo coronavirus SARS-CoV-2, abbiamo motivo di aspettarci che, come altri betacoronavirus, possa trasmettere in modo un po’ più efficiente in inverno che in estate, anche se non ne conosciamo i meccanismi responsabili. La dimensione della modifica dovrebbe essere modesta e non sufficiente da sola a interrompere la trasmissione. Sulla base dell’analogia dell’influenza pandemica, prevediamo che SARS-CoV-2, come virus nuovo per l’uomo, dovrà affrontare una minore immunità e quindi trasmettere più prontamente anche al di fuori della stagione invernale. Cambiare stagione e vacanze scolastiche può aiutare, ma è improbabile che interrompa la trasmissione. Per una politica efficace è urgente determinare se i bambini sono importanti trasmettitori, nel qual caso le chiusure scolastiche possono aiutare a rallentare la trasmissione o meno, nel caso opposto, con tali chiusure sarebbero sprecate delle risorse. In precedenza si pensava che i bambini non fossero facilmente infettati da SARS-CoV-2. Recente mente le prove di Shenzhen suggeriscono che i bambini potrebbero essere infettati e rilasciare virus rilevabili all’incirca alla stessa velocità degli adulti, quindi ora l’unica domanda è se trasmettono altrettanto facilmente. Sembra probabile che la risposta sia sì, ma nessun dato al momento in cui sto scrivendo è a mia conoscenza».

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