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Crema Riconda la strage di Capaci Il saluto del sindaco

In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere”. Così scriveva Giovanni Falcone in Cose di Cosa Nostra nel 1991

| Scritto da Redazione
Crema Riconda la strage di Capaci Il saluto del sindaco Crema Riconda la strage di Capaci Il saluto del sindaco

Spettabili autorità civili, militari e religiose, care concittadine e cari concittadini,

“Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno. In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere”. Così scriveva Giovanni Falcone in Cose di Cosa Nostra nel 1991.

Abbiamo scelto di iniziare da queste parole perché, a trentaquattro anni dalla Strage di Capaci, continuano a colpirci con una forza disarmante. Non sono soltanto il pensiero lucido di un magistrato straordinario: sono una ferita ancora aperta nella coscienza del nostro Paese. Sono un richiamo severo alla responsabilità collettiva. Sono domande che ancora oggi interpellano ciascuno di noi: da che parte scegliamo di stare? E se anche proclamiamo senza esitazione il nostro schieramento, abbiamo fatto abbastanza? Stiamo facendo abbastanza, oggi, come persone e come società, per rendere fattiva la nostra scelta per la legalità?

Il 23 maggio 1992 non saltò in aria soltanto un tratto di autostrada e la vita di indefessi servitori dello Stato: in quei pochi secondi l’Italia vide esplodere una parte della propria innocenza. Persero la vita Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli uomini della scorta: Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo. Servitori dello Stato che avevano scelto il dovere, pur conoscendo il rischio che correvano ogni giorno.

Eppure, in mezzo a quell’orrore, nacque anche qualcosa di più forte della paura: la consapevolezza che la mafia non potesse più essere considerata un problema distante, confinato ad altri territori o ad altre realtà. Pochi giorni dopo, Paolo Borsellino pronunciò parole che ancora oggi ci accompagnano: “La lotta alla mafia dev’essere innanzitutto un movimento culturale e morale”. Due mesi più tardi anche lui sarebbe stato assassinato.

Quelle stragi furono un attacco feroce allo Stato democratico, ma soprattutto furono un attacco all’idea stessa di libertà, di giustizia, di convivenza civile.

Oggi sappiamo che la mafia non si manifesta soltanto con la violenza delle bombe e delle armi. Al contrario: le mafie contemporanee hanno imparato a nascondersi. Cercano relazioni, convenienze, connivenze e silenzi. Entrano nell’economia legale, si insinuano nei circuiti finanziari, approfittano delle fragilità sociali e dell’indifferenza. Dove trovano disattenzione, edificano il proprio spazio. Dove trovano solitudine e debolezza, costruiscono e consolidano il proprio potere.

E’ anche per questo che il ricordo di Capaci non può ridursi a una commemorazione rituale. Deve diventare coscienza viva e trasformarsi in vigilanza quotidiana.

Anche il Nord Italia, anche territori sani, laboriosi e produttivi come il nostro, non sono immuni. Le recenti indagini della Direzione Investigativa Antimafia e della Guardia di Finanza nel Cremasco, culminate nel sequestro di beni riconducibili a contesti mafiosi, ci ricordano che la criminalità organizzata non arriva sempre con la minaccia esplicita. E, appunto, che arriva. Anche qui, anche ora.

La mafia teme meno la repressione isolata e molto di più una società consapevole, informata, unita. Teme istituzioni forti e credibili che collaborano tra loro. Teme cittadini che non si voltano dall’altra parte. Teme la cultura della legalità quando smette di essere uno slogan e diventa pratica quotidiana.

Per questo le parole di Falcone sulla solitudine devono interrogarci profondamente. Nessun servitore dello Stato deve sentirsi lasciato solo. Nessun magistrato, nessun investigatore, nessun amministratore, nessun giornalista, nessun imprenditore. Nessuno. Nessuno deve essere abbandonato quando sceglie la strada della legalità.

La risposta alle mafie è, prima di tutto, un’alleanza democratica.

Un’alleanza tra istituzioni e cittadini.

La città di Crema rinnova oggi il proprio impegno in questa direzione: promuovere la trasparenza amministrativa, sostenere il lavoro delle forze dell’ordine, educare le giovani generazioni ai valori costituzionali, difendere il valore dell’impresa onesta e della partecipazione civica.

Perché ricordare Falcone significa assumersi una responsabilità. Significa capire che la legalità non è una parola astratta, ma una scelta concreta che riguarda il modo in cui viviamo le nostre città, costruiamo relazioni, esercitiamo il nostro ruolo di cittadini.

E per questo desidero rivolgere un ringraziamento particolare alla Consulta dei Giovani del Comune di Crema. In un tempo in cui il rischio più grande è l’assuefazione, vedere ragazze e ragazzi impegnarsi per custodire la memoria della Strage di Capaci e delle vittime innocenti delle mafie rappresenta un segnale di straordinario valore civile.

La memoria, infatti, ha bisogno di essere tramandata, raccontata, rinnovata. Ha bisogno dello sguardo delle nuove generazioni, della loro sensibilità, della loro capacità di trasformare il ricordo in impegno attuale e concreto. Perché ogni volta che un giovane sceglie di partecipare, di informarsi, di non restare indifferente, la mafia perde forza. .

Giovanni Falcone diceva che la mafia è un fenomeno umano e che, come tutti i fenomeni umani, è destinata ad avere una fine. Ma quella fine dipende da noi. Dipende dalla forza delle nostre alleanze civili, dalla credibilità delle istituzioni, dal coraggio quotidiano delle comunità.

Nel ricordo di Giovanni Falcone, di Francesca Morvillo, degli uomini della scorta, di Paolo Borsellino e di tutte le vittime innocenti delle mafie, Crema oggi si stringe attorno ai valori della Repubblica e rinnova il proprio impegno per una società più giusta, più libera e più consapevole.

La memoria, quando diventa responsabilità condivisa, è già una forma di giustizia.

Grazie.

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