Martedì, 04 ottobre 2022 - ore 05.25

L’Africa e il coronavirus

OMS: ''L’Africa deve evitare di arrivare allo stadio della trasmissione comunitaria come in Italia''

| Scritto da Redazione
L’Africa e il coronavirus

La destra europea vecchia e “neo” – quella italiana in testa – aveva approfittato dell’emergere del Coronavirus per chiedere di blindare le frontiere perché neri, arabi e cinesi ci avrebbero infettati, il paradosso è che l’Africa e gran parte del Medio Oriente la hanno infettata i turisti e gli imprenditori italiani ed europei e che in Italia non risulta nemmeno un caso di contagio trasmessi dalle comunità cinesi o da migranti.

Ma tutti ora guardano all’Africa come il continente dove la pandemia di Coronavirus COVID-19 potrebbe assumere l’aspetto di un’incontenibile piaga biblica e in un’intervista a ONU Info Ibrahima Socé Fall, un medico senegalese direttore generale aggiunto dell’Oms a capo della risposta di emergenza, ha smentito la convinzione che il virus non possa diffondersi in ambienti caldi e umidi e ha sottolineato che «Non bisogna attendere che l’epidemia arrivi per prepararsi. E’ in tempo di pace che si prepara la guerra. Oggi, quando un Paese è a rischio o quando due Paesi sono a rischio, tutto il mondo è a rischio, a causa in particolare dell’interconnettività dei movimenti della popolazione, della globalizzazione»-

L’Oms ha ribadito che «Il virus del Covid-19 può trasmettersi in tutte le regioni, comprese le zone calde e umide come il continente africano. Quindi, indipendentemente dal clima, la sola difesa è quella di adottare delle misure di protezione per chi vive o va in una zona dove ci sono dei casi del nuovo coronavirus».

Di fronte a tutte le fake news che circolano sui social network Socé Fall dice che «Bisogna essere molto prudenti sul modo di comunicare. Le informazioni che non sono scientificamente provate non devono essere divulgate. Non c’è alcuna ragione di credere che il virus risparmierà l’Africa».

Infatti, se l’Africa è ancora poco colpita dall’epidemia di Covid-19, con 446 casi confermati il 17 marzo, in 30 dei 54 Pesi del continente. Ci sono già stati una dozzina di decessi, dei quali 4 in Egitto e in Algeria e 2 in Marocco. SE i primi contaminati erano tutti turisti o emigrati europei in Africa, in alcuni Paesi ci sono già diversi casi di cittadini africani.

Ieri Jeune Afrique ha pubblicato una cartografia che aggiorna la situazione attuale della presenza di casi di Coronavirus Covid-19 in Africa dalla quale emerge che il Paese africano più colpito è l’Egitto con 126 casi, seguito da Sudafrica (51), Algeria (48), Marocco (44), Senegal (29), Burkina Faso (27), Tunisia (24), Camerun (10). Individui con il coronavirus sono segnalati anche in Mauritania, Guinea, Liberia, Costa d’Avorio (5), Ghana (6), Benin, Nigeria, Togo, Benin, Guinea Equatoriale, Gabon, Congo, Repubblica democratica del Congo (7), Rwanda (7), Repubblica centrafricana, Sudan, Etiopia, Gibuti, Somalia, Kenya, Tanzania, Namibia, Eswatini. Mauritius e Seychelles hanno rimandato indietro tutti i turisti contaminati e chiuso praticamente le frontiere e ora risultano zero casi.

Ovunque in Africa I governi cominciano a prendere delle misure più o meno restrittive, per evitare che il virus arrivi o si diffonda nel loro Paese. Il presidente della Tunisia, Kaïs Saïed, ha decretato il coprifuoco fino a nuovo ordine: nessuno può uscire di casa dalle 18,00 alle 6,00 e il premier Elyes Fakhfakh ha già annunciato che in tutta la Tunisia verranno chiusi i cafés, ristoranti, souk (mercati) e gli hamams (bagni), sospese le competizioni sportive e le iniziative culturali e vietati gli assembramenti non necessari. Fakhfakh ha anche annunciato la chiusura totale dello spazio aereo e delle frontiere marittime e terrestri salvo per le merci e le operazioni di rimpatrio. Dei 24 casi di COVID-19 accertati in Tunisia 14 sono stranieri e 10 locali mentre 5.957 persone sono in autoisolamento, 2.698 delle quali seguite da medici.

Nessuno sa cosa succede nella confinante Libia, dove ufficialmente non ci sono casi di Coronavirus, ma il 17 marzo dei Paesi arabi e occidentali hanno lanciato un appello al governo e ai ribelli perché mettano fine agli scontri armati per permettere alle autorità di affrontare l’emergenza Coronavirus. In un comunicato congiunto «Le ambasciate di Algeria, Germania, Stati Uniti, Francia. Italia, Paesi Bassi e Regno Unito, così come la delegazione dell’Unione europea e i governi della Tunisia e degli Emirati Arabi Uniti chiedono a tutte le parti rivali in Libia di dichiarare una cessazione immediata e umanitaria delle ostilità, così come di fermare il trasferimento continuo di ogni equipaggiamento e personale militare verso la Libia, al fine di permettere alle autorità locali di rispondere alla sfida per la salute pubblica senza precedenti rappresentata dal COVID-19. Sosteniamo fortemente gli sforzi delle autorità sanitarie libiche in tutto il Paese, perché si riuniscano in uno spirito di coesione nazionale, e le esortiamo a prendere tutte le misure necessarie per sostenere la salute e il benessere di tutti i libici».

Ma la guerra intorno alla capitale Tripoli. iniziata il 20 aprile 2019 fra le fazioni libiche appoggiate da Turchia, Arabia Saudita, Egitto, Russia e Qatar, continua dopo aver fatto migliaia di morti e 150,000 profughi interni. Il 14 marzo, il premier riconosciuto dalla comunità internazionale, Fayez Serraj, ha dichiarato lo stato di emergenza e la mobilitazione contro una possibile epidemia di Coronavirus e il 16 marzo il ministro degli esteri Mohamed Siala ha annunciato di aver chiesto ufficialmente l’aiuto tecnico della Cina per lottare contro il COVID-19.

Più a sud, la Guinea ha confermato il 17 marzo un second caso di Coronavirus per una donna proveniente dall’Italia e i ci sintomi inizialmente erano stati scambiati per malaria. Il primo caso in Guinea era stata una donna belga che oggi dovrebbe poter tornare nel suo Paese.

Sempre in Africa Occidentale, il governo del piccolo Benin (2 casi) ha fortemente limitato gli ingressi dalle frontiere terrestri e marine, ristretto la concessione di visti di entrata nel Paese e annunciato una quarantena sistematica e obbligatoria per tutte le persone che arriveranno in Benin per via aerea. Il Governo di Cotonou ha anche deciso la sospensione di tutte le manifestazioni e gli eventi sportivi, culturali, politici e festivi non essenziali e, in accordo con le iniziative prese dall’Arabia Saudita, i preparativi per il pellegrinaggio alla Mecca. Inoltre, tutti gli autisti di mezzi pubblici dovranno indossare mascherine protettive e i passeggeri dovranno rispettare le distanze di sicurezza sanitari (cosa praticamente impossibile in un Paese dove i mezzi pubblici viaggiano stracarichi).Infine, gli uffici pubblici devono prendere misure igieniche e far osservare le distanza di sicurezza agli utenti. Il primo caso di COVID-19 confermato in Benin è stato quello di un cittadino burkinabè che era entrato nel Paese il 12 marzo dopo aver soggiornato 11 giorni in Belgio.

Lo Zimbabwe, dove finora non sono stati accertati casi di COVID-19, ha rinviato le celebrazioni del 40esimo anniversario dell’indipendenza – il 18 aprile – e ogni altra riunione pubblica ed evento sportivo internazionale. inoltre sono state proibiti per 60 giorni le manifestazioni religiose e i matrimoni con più di 100 persone. Il 17 marzo il presidente Emmerson Mnangagwa ha dichiarato il COVID-19 catastrofe nazionale a causa della presenza di casi del virus nei Paesi confinanti. Lo Zimbabwe mantiene aperte i valichi di frontiera ma ha rafforzato i controlli e ha invitato i turisti provenienti dai Paesi ad alto rischio a rinviare la loro visita almeno per i prossimi 30 giorni.

Intanto la Fondation Jack Ma et la Fondation Alibaba hanno l’invio di kits per test, mascherine e tute protettive ai 54 Paesi africani per aiutarli a prevenire e a tenere sotto controllo l’epidemia di COVID-19. Jack Ma ha annunciato sul suo account Weibo, che ciascuno dei 54 Paesi africani riceverà 20.000 kits test, 100.000 tute protettive e visiere facciali per utilizzo medico. Queste forniture verranno inviate ad Addis Abeba, la capitale de l’Etiopia (4 casi di COVID-19) e il premier etiope Abiy Ahmed Ali gestirà il materiale e la logistica per ripartirlo tra i Paesi africani. Queste donazioni fanno parte di una serie di iniziative prese dalla Fondation Jack Ma e dalla Fondation Alibaba per sostenere la lotta globale contro la pandemia e aiuti di questo tipo sono stati inviati anche in Italia, Giappone, Corea del sud, Usa e Spagna.

Non a caso Hage Geingob, il presidente della Namibia (2 casi) si è complimentato con la Cina per l’impegno della Fondation Jack Ma a fornire all’Africa 1,1 milioni di kits test COVID-19. E ha detto che «Questo permetterà al continente africano di effettuare più test, come richiesto dall’Organizzazione mondiale della sanità per la gestione del virus».

Il ministro delle finanze della Namibia, Calle Schlettwein, ha evidenziato un altro aspetto: «Gli impatti di questa pandemia sono molteplici, ma il più importante è una riduzione del commercio di beni e servizi, questo proviene dalla rottura della catena di approvvigionamento. La pandemia indebolisce anche il mercato di esportazione, perché anche la domanda riguardante le principali esportazioni del Paese, quali i minerali, conosce un rallentament». Schlettwein ha avvertito: «Nonostante la pandemia colpisca in modo negativo tutte le economie nel mondo, le piccole economie come quella della Namibia sono più facilmente colpite di quelle più grandi. Anche ll settore del turismo del Paese, che contribuisce in maniera significativa al suo PIL, è stato colpito dal coronavirus».

Di fronte a questa situazione in evoluzione, Socé Fall ha ammonite: «I Paesi africani devono prepararsi e, per prepararsi, bisogna rafforzare i sistemi sanitari e la capacità richieste nel Regolamento sanitario internazionale. Sono importanti sia la prevenzione che il confinamento della malattia, ma è anche importante dotarsi di un sistema sanitario in grado di rispondere in una situazione di epidemia».

Ma per molti esperti questo in un continente con un sistema sanitario debolissimo è ancora un sogno che il COVID-19 potrebbe trasformare in incubo.

Socé Fall dice che «Fintanto che è un’epidemia all’inizio, l’Africa ha la capacità di gestirla. Ma nel caso di una trasmissione comunitaria sostenuta come in Italia e in altri Paesi, i sistemi sanitari in Africa non hanno la capacità di reggere il colpo. Anche nei Paesi sviluppati alcuni sistemi sanitari sono saltati. Quindi, in Africa non bisogna arrivare a questo stadio».

Se il Coronavirus dovesse estendersi ancora di più nel continente africano, nonostante gli aiuti cinesi, la capacità diagnostica sarebbe rapidamente molto limitata e L’Oms dice che «Tenuto conto del potenziale di trasmissione del virus, sempre più Paesi rischiano di essere colpiti». Però, a questo stadio dell’epidemia, l’agenzia sanitaria dell’Onu stima che sia ancora possibile testare tutti i casi sospetti confermati e mettere in quarantena coloro che hanno avuto contatti con dei malati.

Socé Fall non ha dubbi e conclude: «Bisogna rafforzare questi aspetti e questo si può fare solo quando tutta la popolazione è totalmente mobilitata, perché è la popolazione che deve vincere la guerra».

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