Sabato, 24 ottobre 2020 - ore 20.13

L’ECO Cremona ha festeggiato le 103 primavere del maestro Mario Coppetti

Un tributo all'impegno civile, alla coerenza ideale, all'amicizia.Alla quarta (a partire dal giro di boa dei cento) festa di compleanno si può fondatamente pensare che Cremona si sia molto affezionata al festeggiato.

| Scritto da Redazione
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Lo si può dedurre, non solo dalla continuità con cui è seguito l’evento, ma dall’ampia partecipazione e dal calore con cui decine di cittadini hanno voluto abbracciare il loro scultore, il loro coerente uomo dell’idealismo politico e delle istituzioni, il loro resistente/partigiano.

Nel salone della Società Filodrammatica, di cui Coppetti è socio, si è raccolto uno spaccato rappresentativo della Città; senza distinzione alcuna.

Certo c’erano i suoi compagni socialisti (il segretario provinciale Paolo Carletti e l’ex sottosegretario Maurizio Noci); ma la cosa non deve stupire, se si pensa alla sua lunga ed ininterrotta militanza che lo vede tuttora iscritto al PSI.

Ma c’era tutto l’arco delle opinioni politiche, delle testimonianze civili, della cultura, dell’arte, della scuola, delle professioni.

Il simposio aperto dal Presidente del Filo Giorgio Mantovani e dalla Presidente dell’Associazione Emilio Zanoni, Clara Rossini figlia del primo Sindaco elettivo dopo la Liberazione, è stata occasione di ulteriore rappresentazione del multiforme impegno della lunga vita del festeggiato.

Si arrischia sicuramente di dimenticare qualcuno; ma diventa naturale dar conto delle personalità che, insieme a normali cittadini, hanno tributato riconoscenza, stima ed affetto al prof. Coppetti: Il Sindaco prof. Galimberti, la vice-sindaco dott. Maura Ruggeri, gli Assessori Viola e Virgilio, il capogruppo del PD Bona; una folta delegazione dell’ANPI, di cui è ancora dirigente dopo essere stato per tanto tempo Vice-presidente e Presidente, guidata dal prof. Corada; lo stretto collaboratore per le ricerche storiche Giuseppe Azzoni, il Sindacato UIL con Mario Penci, il collega artista Graziano Bertoldi che ha donato un simpatico ed apprezzatissimo disegno sulla ricorrenza, la rappresentante dell’Associazione degli ex-allievi del Liceo Scientifico di cui il festeggiato è stato docente di storia dell’arte e disegno artistico, l’arch. Galetti  ed il dott. Piccioni dirigenti comunali all’epoca del suo impegno amministrativo. E, per esorcizzare il pericolo di dimenticanza, moltissimi altri.

Coppetti, dando sfoggio, nonostante nei giorni immediatamente antecedenti al genetliaco ed alla festa fosse stato angustiato da piccole criticità fortunatamente, come le precedenti superate, di una vitalità fisica e soprattutto mentale invidiabili anche per adulti meno attempati, sembra fungere da talismano. Da cui si ha l’impressione di poter attingere fluidi vitali ed ottimistiche aspettative di mantenimento, più che della lucidità, di quell’invidiabile combinato della memoria, della verve, dell’entusiasmo di vivere ogni attimo della giornata che il buondio manda sulla terra, delle razionalistiche, anche però, consapevolezze.

Rare, scaramanticamente, negli indirizzi di chi l’ha festeggiato, ma ben presenti nel saluto del festeggiato. Che, dopo aver premesso l’impossibilità di ringraziare tutti ad uno ad uno e ricordato per sommi capi le praterie delle proprie testimonianze esistenziali, ha parlato dell’evento come gioiosa occasione che, insieme al bilancio di una vita spesa bene, compensa la vista del traguardo.

Affermazione che, per quanto sommessamente confutata dall’affetto degli astanti, è rivelatrice della struttura del pensiero di Coppetti, incardinata dal dono genetico ed alimentata dall’insegnamento famigliare e dalle indefettibili scelte di vita.

Il padre lo portava da bambino (anche) allo stadio (che non si chiamava ancora Zini; dove ha posato e donato il rilievo di ricordo del calciatore/resistente Staccione morto in un lager nazista), alle partite della beneamata squadra grigiorossa (che, ha ricordato con l’orgoglio del tifoso, sarebbe arrivata seconda dopo la Juventus). Ma lo portava (soprattutto) alle manifestazioni della protesta operaia e civile ispirate ed organizzate dall’apostolo del socialismo umanitario (il grande Leonida Bissolati, soggetto di tante future opere scultoree), agli imponenti scioperi dei ferrovieri (categoria alla quale il genitore, in attesa di essere vessato dal Ventennio, apparteneva), ai funerali della prima vittima socialista, Attilio Boldori, delle ormai dilaganti violenze farinacciane, ai funerali, funestati dalle squadracce fasciste, del ferroviere socialista preso di mira e massacrato ai funerali di Boldori. Ed, infine, l’avrebbe condotto ad essere testimone di molti degli eventi che avrebbero scandito la transizione da una stagione di improbo affaccio delle masse alla giustizia sociale ed alle libertà democratiche alla notte della libertà.

E, siccome il giovane Mario credeva fermamente nell’insegnamento del padre coerente e di una madre (anima di altre riuscite opere artistiche) certamente poco remissiva di fronte al sopruso, quell’insegnamento e quelle testimonianze avrebbero inevitabilmente plasmato quell’aggregato di convincimenti e di comportamenti, mantenuti e manifestati per 103 (ed altri ancora, ci auguriamo) anni e, siamo convinti, anche molto oltre, come l’ha chiamato il professore, “il traguardo”.

Con queste idee nella testa di un giovane, inviato (con sacrificio e con ansie) dalla famiglia ad imparare l’arte (ed a sottrarsi, almeno temporaneamente, alle vessazioni di un regime autoritario) a Parigi (patria della cultura illuministica e del pensiero critico) e destinato a frequentare nella capitale francese gli esuli antifascisti (di tutte le sensibilità culturali e politiche), ad essere parte attiva del movimento del socialismo liberale di “Giustizia e libertà”, a partecipare ai funerali dei fratelli Rosselli trucidati da un’oscura congiura attribuita ai fascisti francesi ed ispirata dall’OVRA (ma in cui potrebbe aver avuto parte una manina staliniana mossa dalla vendetta contro il ruolo di Rosselli nella difesa degli anarchici catalani nella guerra civile spagnola).

Con queste idee in testa quel giovane, rientrato in Italia nel bel mezzo del fulgore popolare del regime (che coincideva con le precondizioni del disfacimento), avrebbe subito insieme alla madre ed ai famigliari l’ostracismo, ma avrebbe aderito all’antifascismo clandestino. Sarebbe stato in prima fila nell’organizzazione politica e, poi, militare della Resistenza ed avrebbe partecipato alla Liberazione. C’è da stupirsi se, chiamato in causa da un uso distorto della qualifica di “Partigiano” e di uso inappropriato delle prerogative di un’associazione di Partigiani, il festeggiato abbia ricordato che i (veri) Partigiani sopravvissuti sono undici?

Con pacata fermezza. La medesima con la quale l’artista/partigiano avrebbe testimoniato, unitamente all’antifascismo, le ragioni del socialismo liberale ed umanitario dei Fratelli Rosselli e del sindacalista Bruno Buozzi (che frequentava con il cremonese sindacalista Caporali) in Rue Lafaiette presso la sede della C.G.L. (quella originale, non sovietizzata dagli esuli di obbedienza staliniana). Con la quale, ancora, non avrebbe avuto esitazione a seguire la conseguenza della lucida analisi della situazione, italiana ed europea, e della responsabile scelta di Saragat nella dolorosa ma non perciò evitabile scissione del 1947, con cui il socialisti democratici tentarono di sottrarre il PSI al soggezione della cosiddetta “unità dei proletari”.

La scelta avrebbe comportato un destino minoritario nella testimonianza politica e nella vita pubblica e qualche ridimensionamento nei ruoli.

Poco male; perché tale condizione non sarebbe stata ostativa al pieno dispiegamento della generosa dedizione al bene della comunità.

Si è chiesto, nell’indirizzo di saluto, il prof. Giancarlo Corada, indimenticato Presidente della Provincia e Sindaco del Capoluogo ed attuale Presidente dell’A.N.P.I. (con cui, in materia di esclusiva rappresentanza, erga omnes et omnia, dell’ autorevolezza dell’epopea partigiana, è aperta un’inquietante polemica) come sia conciliabile quel consolidato di testimonianze in capo allo scultore socialista con il suo incontenibile spendersi nello sforzo di sottrarre all’oblio la memoria (come nel caso di Adriano Andrini, ricordato nella conferenza del prossimo 19 novembre, e di Libero Scala scomparso qualche mese addietro) anche di esponenti “comunistissimi”.

Già, bello spunto di riflessione, amico e compagno, storico e filosofo! Uno spunto che costituisce (senza togliere ad altri) il miglior elogio (intenzionalmente implicito nella riflessione di una persona seria come Corada) alla spiccata personalità del festeggiato.

Non ci sono stati il tempo né l’opportunità per misurarsi sulla supposta contraddizione.

Ma ne abbiamo parlato, anzi ne parliamo da tempo insieme, con Coppetti, in quanto costituisce questa ipotetica dissociazione motivo di riflessione e di indirizzo per il prosieguo della sua (e nostra) testimonianza.

Ricordare significa rielaborare e metabolizzare il passato, non servirsene per manipolare il presente.

Ricordare presuppone lo sforzo di riproporre la memoria nella sua interezza e nella distinzione tra il valore etico/morale della persona e l’amicizia con la persona e l’inconciliabilità della diversa testimonianza.

Alla nostra età e nella nostra situazione, fortunatamente, non abbiamo nessuno da convincere e, tanto meno, da circuire.

La nostra testimonianza, radicata nell’immutata anima spirituale e nell’approccio critico e relativista, è mirata a tramandare la nostra storia e ad interpretare liberamente i profondi cambiamenti in corso.

Tale, secondo noi, è il senso largamente condiviso del tributo che i cremonesi senza distinzione hanno riservato alla figura di Mario Coppetti.

In una cornice di civile consapevolezza ma anche di gioiosità.

Che il prosieguo del simposio ha dispensato.

Con le gradite note al pianoforte del Circolo Filodrammatici (di cui la giovane e bella artista è socio) della giovane e valente pianista e cantante lirica Evgenia Lysohor e con la inaspettata composizione vernacolare del maestro Giacinto Zanetti, che hanno dato alla conclusione dell’evento un profilo marcatamente festoso.

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E SON 103

Cáar el me cáar Prufesúur Copèti,

se án e salüte i la vendès a chìli o a èti

dúua ‘l fa spesa lüü ghe sarès pièen de gèent

perché quaàazi töti i vurarès rivàa a i cèent…

e a èser in gàamba cuzé ghe ‘n vóol de bóon

alúura, stè v ólta, j aügüüri  gh’i  fúm delbóon:

tanti  aügüüri sincéer Prufesúur:

el vàga avàanti a tègner düür”

(Giacinto Zanetti, a nome dell’Associazione Emilio Zanoni)

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