Martedì, 26 marzo 2019 - ore 10.09

L’ECO DOSSIER TAMOIL Medaglie,purché non diventino un vacuo diversivo (1°parte)

Occasionata dal contingente spunto, offerto dal proposto riconoscimento a un virtuoso cittadino cremonese, è, come un fiume carsico, riemersa nel focus istituzionale, politico e, soprattutto, mediatico la vicenda Tamoil. Seppur non esattamente con modalità ed intendimenti consigliabili.

| Scritto da Redazione
L’ECO DOSSIER TAMOIL  Medaglie,purché non diventino un vacuo diversivo (1°parte)

L’ECO DOSSIER TAMOIL  Medaglie,purché non diventino un vacuo diversivo (1°parte)

Occasionata dal contingente spunto, offerto dal proposto riconoscimento a un virtuoso cittadino cremonese, è, come un fiume carsico, riemersa nel focus istituzionale, politico e, soprattutto, mediatico la vicenda Tamoil. Seppur non esattamente con modalità ed intendimenti consigliabili.

Che, secondo chi scrive, avrebbero dovuto (e dovrebbero) essere racchiusi nel motto: “consapevolezza storica, condivisione comunitaria, civismo istituzionale, medaglie.”

Cominciamo da quest’ultima; lato et stricto sensu, della fattispecie, rappresentata dall’iniziativa (per noi, sia chiaro, condivisibilissima) avanzata da un comitato di liberi cittadini, di rendere pubblico riconoscimento al gesto civile, con cui un cremonese (non esattamente definibile “semplice”,in quanto notoriamente impegnato nella vita cittadina) si è sostituito ai pubblici poteri. Nell’intento di far risarcire, in sede processuale, i danni patiti dalla città a seguito della reiterata ed illegale condotta della raffineria. Tale condotta, foriera di un cospicuo danno ambientale, è stata sanzionata prima penalmente e poi civilmente, grazie all’iniziativa di Gino Ruggeri. Il quale, bisognerebbe ribadire, ha agito da semplice cittadino, anche se non in totale solitudine; considerando che al suo fianco si sono costantemente mantenuti i Radicali Cremonesi, di cui è esponente, valenti avvocati e una consistente fascia di opinione pubblica.

Il buon esito della mission di Ruggeri non consiste esclusivamente nel non disprezzabile importo di un milione di euro (destinato alle casse comunali ed, auspicabilmente, a scopi coerenti e congrui), bensì nella riaffermazione di un monito civile: inquinare non è consentito. Chi lo fa ne paga le conseguenze penali e civili.

Col senno del poi (di cui sono notoriamente le fosse) apparirebbe un’ovvietà. Ma un po’ perché, come si sa, tale ovvietà, in Italia, raramente viene concretamente praticata, un po’ perché l’imputato, chiamato a rispondere ed alla fine sanzionato, per oltre sessant’anni (pur nel cambiamento di ragione sociale) non fu un player marginale nella gerarchia dei poteri cittadini, fatto sta che il raffermarlo in sede processuale ed il riconoscerlo coram populo non è di poco conto.

Una circostanza, questa, assolutamente impronosticabile solo qualche anno fa, in ragione di una sommatoria di circostanze, su cui punteremo il riflettore della rivisitazione e dell’approfondimento; a principiare dall’autorevolezza, diciamo così, della controparte. Che tale si è rivelata (o è stata avvertita da più) ma solo a partire dalla chiusura dell’azienda e dall’avvio dell’attività giurisdizionale. E che ha determinato, per la stazza economica e per il conseguente potere di suggestione, una sorta di ipnosi collettiva, in grado di produrre, se non proprio auto sottomissione, cedimenti lassisti, sul terreno del rigore civile e del rispetto delle leggi.

Per più di mezzo secolo la Città, probabilmente per un malinteso impulso ad operare nell’interesse della comunità e per effetto della percezione, talvolta auto-assolutoria,  di un certo sentiment presente nell’opinione pubblica e specificatamente nel mainstream cittadino, destinato più di altri  a  trarne benefici diretti od indiretti, ha agito se non proprio da complice di pratiche illegali e dannose inequivocabilmente da entità neghittosa nei confronti delle evidenze.

Il combinato della chiusura come entità produttiva e l’azione sanzionatoria stanno cambiando le carte in tavola. Ne é rivelatore il valore civico del gesto di Ruggeri, interfacciato al suo riconoscimento comunitario, che archivia il sedimento di indifferenza durato troppo a lungo.

Ma che in alcun modo può, nel momento in cui si onora il merito civile, assecondare una dissolvenza sulle responsabilità e sulle complicità quanto meno morali rispetto a ciò che oggi getta indignazione.

 “La città sonnolenta rifiuta il fastidio della memoria” scrisse (in Patrie smarrite) con raro verismo Corrado Stajano. Senza scomodare una tale impegnativa riflessione/constatazione, ci limiteremo, con Montanelli, a rimarcare che i cremonesi, come gli italiani in generale, non si curano del passato e vivono di contemporaneità.

La piega presa dal dossier Tamoil, che, nonostante la dismissione industriale, continuerà ad interferire coi destini cremonesi,  arrischia di consegnare alla storia cittadina una scansione falsata, fatta tanto di dissolvenze sul passato quanto di reticenti percezioni del presente e delle prospettive.

Se non proprio di una studiata dezinformacija si è in presenza di un approccio diversivo che arrischia, partendo da consapevolezze reticenti e da prevalenti  piccoli cabotaggi, di far perdere di vista, proprio nel momento in cui ci si appresta  ad un meritato riconoscimento civile, l’essenza del problema.

Rispetto al quale il prevalere di rapporti malmostosi, manifestati in filigrana o a mezza bocca, svia una doverosa risposta ispirata da senso di condivisione comunitaria e da civismo istituzionale.

Non diversamente può essere interpretata la querelle, conseguente alla proposta avanzata dal deputato cremonese, Luciano Pizzetti (senior partner della squadra che affrontò la dismissione della raffineria) di affiancare alla medaglia per Ruggeri anche una medaglia a Perri, il Sindaco pro-tempore di quella difficile congiuntura cittadina.

Non ci sarebbe bisogno di una sia pur minimale interpretazione della precipua motivazione in capo alla proposta del parlamentare cremonese, tanto essa si evince facilmente dal tenore dell’avviso contrario espresso nel comunicato dell’incontro tra una delegazione di Giunta e la rappresentanza del Comitato pro Ruggeri (…si riconosce il significato di simbolo dello spirito civico dei singoli cittadini da ritrovare ed esaltare come apporto responsabile e costruttivo all’azione di governo delle istituzioni da parte degli eletti. Segnatamente, in questo riconoscimento non è giustificato si possa fare alcuna confusione di ruoli tra cittadino e responsabili delle istituzioni).

In effetti, per quanto non si comprenda (anche se lo s’immagina) un rifiuto così tranchant, ci sarebbe qualche difficoltà di senso a mettere sullo stesso piano i motivi ispiratori.

Quasi sicuramente l’intento di Pizzetti era diretto a riconoscere ex aequo il civismo tanto del singolo cittadino Ruggeri quanto  del Sindaco in carica all’emergere di una criticità, che tout court arrischiava di cancellare altre 300 unità lavorative e di far piombare nella precarietà e  nell’impoverimento altrettante famiglie ed un consistente indotto.

Da questo punto di vista si potrebbe definire mission accomplished quello sforzo plurale che, al lordo dell’ulteriore assottigliamento dell’apparato industriale della città e del suo hinterland, non ha lasciato sul terreno caduti (se per essi si intende la condizione di licenziati sprovvisti di prospettiva di reimpiego e/o di strumenti di accompagnamento sociale/previdenziale).

Tale, infatti, era lo scenario prefigurabile, a tutta prima, dall’annuncio, a fine 2010, della compagnia libica di “riconvertire” l’insediamento da sito produttivo a semplice deposito, logistico e commerciale. I cui effetti, si ripete, in assenza di intese e di tutele, si sarebbero riverberati sulla condizione di circa 300 occupati e dei mille dell’indotto (su cui, per il vero, il riflettore mediatico si è soffermato poco) sarebbero rivelati virali.

L’impegno interistituzionale e politicamente bipartisan dei vertici cittadini, che si strinsero a coorte (come direbbe Mameli), partiva sia dalla consapevolezza dei pericoli in gioco sia da una lettura realistica del contesto e dei risultati auspicati.

Forse un giudizio al fotofinish sugli esiti di quel tavolo, su cui era posato un colossale combinato di criticità (la perdita di  posti di lavoro, la sostenibilità sociale delle conseguenze, il monitoraggio del decommissioning, l’opera di risanamento, la riconversione della destinazione del suolo) sarebbe anacronistico, anche se non esattamente inutile.

Vero è che, per quanto si riferisce agli obiettivi di prima fila (l’accompagnamento sociale della cessazione dell’impiego, l’avvio dello smantellamento ed il risanamento, interno ed esterno, il perseguimento delle violazioni) il giudizio non può non essere positivo. Se, ovviamente, non si astraggono i risultati dalla situazione di partenza.

Si trattò di un compromesso? Certamente! Si sarebbe potuto fare diversamente (tipo avviare il tavolo delle trattative e contestualmente intraprendere, come tavolo istituzionale, quell’azione civile avviata in solitudine dal cittadino Gino Ruggeri)? Bella domanda! Che ponemmo, in via riservata e (conoscendone la risposta) con finalità retorica, oltre che ad epilogo pendente, ad uno dei più autorevoli players. Che ci interrogò sulla sostenibilità di una tattica che prevedesse i risultati sociali/ambientali (al cui ottenimento era ineludibile l’accordo con la controparte) e contestualmente la punzonatura dell’azione civile di risarcimento (destinata ad appesantire anche il versante penalistico).

Da tale punto di vista, si può dire, fermo restando la denuncia delle innumerevoli falle nell’espletamento dell’accordo (a cominciare dalla lentezza dello smantellamento e del risanamento dell’area produttiva e dei suoli circostanti), che la controdeduzione del mio interlocutore circa la contestualità tavolo/costituzione di parte civile non faceva, da un lato, una grinza sul piano logico e, dall’altro, ne prefigurava i risultati.

In aggiunta a ciò, salvata la capra degli accompagnamenti sociali a favore dei licenziati e salvati i cavoli dei risarcimenti (in aggiunta all’azione in solitaria di Ruggeri il Comune sosterrà la costituzione di parte civile nel prosieguo processuale), l’approdo ad una soddisfacente quadratura del cerchio ha dato ragione al mio interlocutore.

Ferma restando, tuttavia, la non marginale pletora di variabili irrisolte, su cui, inspiegabilmente, il confronto dialettico di questi giorni appare disimpegnato o meno impegnato di come dovrebbe. Ma su ciò torneremo in altra occasione. Qui segnaliamo soltanto che la percepibile malmostosità del (senza voler essere irriguardosi) teatrino dei giorni scorsi, fatto di detto a mezza bocca e/o a labbra schermate per timore di essere intercettati, di ammiccamenti, da cui traspare, a voler pensare positivo, un’evidente incomprensione (forse superabile) certamente non depone a favore di una ritrovata coesione in vista delle scelte che scandiranno la fase successiva del dossier.

E questo, se permettete, è ciò che, diversamente dalla querelle, dovrebbe preoccupare più di ogni altra cosa. Riusciranno le dirimpettaie a deporre le armi (dialettiche) sul ballatoio e a spiegarsi nelle pieghe di uno speech rivolto a nuora perché suocera intenda?

Nell’abitudine delle buone maniere e dei propositi fecondi dovrebbe essere così.

Gli è che le buone maniere e i propositi fecondi, tendenzialmente obsolescenti negli scenari contemporanei, entrano nella dirittura della franchigia quando si approssimano gli appuntamenti elettorali.

E, come direbbe er Puzzone, nei cieli di Cremona batte l’ora dello scontro elettorale.

Che si presenta con aspetti non esattamente da compassato circolo inglese e che riverbera, almeno nelle percezioni di chi li sa leggere (per saperlo fare bisogna essere stato, nell’ordine, chierichetto negli anni cinquanta e militante socialista perinde ac cadaver), sinistri rimandi di inimicizie sedimentate ed incoercibili e di alibi a futura memoria.

In aggiunta a ciò si è da poco concluso un lungo e travagliato periodo di smarrimenti e di disarticolazioni all’interno del centro-sinistra. Dietro l’apparente ricomposizione, in realtà a livello locale si sono cementate vecchie incompatibilità e si sono incardinati nuovi malumori.

Nei confronti dei quali le frenesie pre-elettorali agiscono da propellente.

A leggerla in filigrana l’istanza del deputato locale, che per molti anni è stato l’unico riferimento in sede legislativa e governativa delle istanze territoriali, puntava a riconoscere il valore del gioco di squadra e a sdoganare la rispettabilità di coloro che fin qui l’hanno praticato.

Ma, diciamolo francamente, il “modulo Pizzetti” (da cui molte carriere hanno tratto vantaggio e molte criticità hanno trovato soluzione) appare perento.

Per effetto sia di un pregiudizio politico-culturale, di cui la verticalizzazione delle contrapposizioni è il perno ispiratore, sia di una intenzionalità strumentale che tende a mandare in soffitta il metodo ed il suo ispiratore teorico e pratico.

A partire dagli esordi della “mala giunta” (o giunta anomala) DC-PCI (o PCI-DC che dir si voglia) si è cominciato a sussurrare di occulte  sale-regia quando non di cupole.

In cui operavano (e continuerebbero ad operare, al netto delle decapitazioni prodotte dall’esaurimento di ciclo) le ristrettissime truppe scelte della politica, delle istituzioni, dei poteri categoriali, editoriali ed industriali).

Talvolta, secondo chi scrive, questa sala dei bottoni è andata, come nel caso delle responsabilità amministrative bipartisan dell’epoca Perri, un po’ troppo oltre i limiti delle visioni illuministiche e laiche.

In linea generale, noi riteniamo che abbia un valore permanente quella cultura politica che ispiri il comportamento dei cittadini caricati di mandato al perseguimento, prescindere dalle visioni singolari, del bene comunitario, alla continuità amministrativa oltre i limiti temporali ed alle discontinuità indotte dall’alternanza, alla messa in sinergia, specie in congiunture critiche e di fronte a scelte strategiche, delle migliori sollecitudini.

Forse l’intendimento di Pizzetti, al lordo dell’obiettiva improponibilità dell’equazione tra i meriti del cittadino Gino Ruggeri e dell’ex primo cittadino Perri, mirava a riabilitare, anche a futura memoria, quel vecchio collaudato modulo di concertazione, sovrastante le rigide distinzioni di ruolo e di squadra.

Possiamo anche (ma con molto sforzo) comprendere la tempesta di adrenalina che integra, in questi tempi, la percezione e la modalità della competizione elettorale, ispirata dall’imperativo di vincere, di non fare prigionieri, di bruciarsi i ponti alle spalle.

Rispetto a questa tendenza il messaggio non partisan, implicito nel riconoscimento dei meriti ad un “avversario” con cui si è lavorato insieme, è stato visto come un atto di lesa maestà dell’alternatività degli schieramenti.

Nel momento meno propizio per l’enunciazione delle teorie della concertazione.

Il futuro dirà o confermerà a questi giovani politici abituati, come osserverebbe Erik Hobsbawm, ad “una sorta di presente permanente, nel quale manca ogni rapporto organico con il passato storico del tempo in cui essi vivono” che priveranno il perseguimento del bene comune, in cui sono impegnati, se insisteranno nell’archiviare irreversibilmente il valore e la pratica del lavoro trasversale.

Se ne accorgeranno si attenuerà il ciclo delle sentenze e dei riconoscimenti civili. Perché, sia ben chiaro, molte delle pagine del dossier Tamoil restano ancora da scrivere.

e.v. – prima parte

 

 

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