Lunedì, 06 febbraio 2023 - ore 21.20

L’ECO Finalmente siamo alla fine della campagna elettorale Allacciare le cinture

“Non se ne può più, di questa campagna elettorale. Gira la testa a forza di sentire frecciate, denigrazioni ed infamie. La tentazione di non andare a votare é sempre più forte.

| Scritto da Redazione
L’ECO Finalmente siamo alla fine della campagna elettorale Allacciare le cinture

L’ECO Finalmente siamo alla fine della campagna elettorale Allacciare le cinture

 “Non se ne può più, di questa campagna elettorale. Gira la testa a forza di sentire frecciate, denigrazioni ed infamie. La tentazione di non andare a votare é sempre più forte.

Fosse anche solo per ripicca”. Per quanto espressa in termini assolutamente corrispondenti alla realtà, non sarebbe stato strettamente necessario scomodare Isabella Bossi Fedrigotti, da noi molto stimata come giornalista e donna, per una così circostanziata definizione dello scenario elettorale corrente. Che la gran parte dell’opinione pubblica comincia ad avere in odio.

La peggior campagna elettorale che a memoria personale lo scrivente, che pure ne ha all’attivo un deposito cospicuo, ricordi.

Per quanto demotivati e frustrati da un “confronto” che ormai replica pedissequamente le linee dello Scarabeo, con cui ci si appropria delle idee altrui, ed il gioco a smerda, con cui lo smarrimento ed  il vuoto ed il coraggio di idee vengono colmati dalla delegittimazione dell’avversario, confluito nella categoria del nemico, non siamo minimamente tentati dall’idea di disertare le urne e/o, presentandoci, di esercitare un voto che non sia razionale o che possa essere incongruo coi nostri percorsi politici.

In ogni caso, tutto si può dire, in dirittura d’arrivo di un campagna elettorale breve e non trasparente, tranne che sia prevedibile un esito diverso da queste premesse. C’è chi dice che questa campagna elettorale sia figlia di una legge elettorale concepita per un percorso non diverso e per un approdo in controtendenza con la mission delle elezioni. Che è quella di rinnovare il mandato di rappresentanza che assicuri il perseguimento dei fini di governabilità e stabilità.

Si può azzardare che tale ordine di questioni costituisca caratteristica comune per tutto il sistema politico continentale alle prese con le conseguenze determinate dalla presa su vasti strati di opinione pubblica e di elettorato di un’ondata populistica che ha mandato in frantumi i consolidati assetti del passato.

E che arrischia di far mancare ai contesti scaturiti dalle urne quei necessari equilibri capaci di garantire governabilità.

La situazione italiana presenta, come e più delle altre, una condizione di aggravamento, derivante da un sistema istituzionale incapace di garantire conseguenze inequivocabili al pronunciamento del corpo elettorale e percorsi snelli ed efficienti per l’azione gestionale.

Le tre aree di peso elettorale equivalente mancano, oltre che di un chiara capacità interpretativa dei rispettivi ambiti di sostegno, anche di una necessaria coesione per delineare percorsi univoci e coerenti alle premesse insite nell’opzione di aggregazione.

Rispondono, infatti, in particolare il polo di centro-destra, ad impulsi di un cartello proiettato a conquistare consenso che non ad un programma non effimero di rappresentanza e di gestione.

Chi più chi meno i tre poli appaiono aggregazioni leggere e transeunti e non, come siamo stati abituati dal lungo ciclo dei partiti strutturati, a formazioni di ampia rappresentanza e di solida tenuta. A meno che, come si ha motivo di temere, alla coalizione di destra arrida un vistoso successo di consensi; destinato, almeno nello scenario immediato, a fungere da collante in chiave di minimizzazione delle discordanze tra i contraenti l’alleanza.

Il centro-sinistra mostra di richiamarsi significativamente ad una visione di maggiore solidità e coesione.

Nell’attuale scenario politico sicuramente il PD appare il movimento più strutturato sia sul piano di un programma che su quello di un ordinamento interno coerente con gli standards dell’associazionismo di massa.

Non è certamente, date le premesse, equivocabile nella testimonianza di chi scrive sia il generico orientamento verso le ragioni di una sinistra moderata sia di un ancor più marcato profilo di socialismo riformista e laburista. Pur non venendo meno all’obbligo di non snaturare la funzione della testata, che diventerebbe un bollettino di partito (fattispecie che non rientra assolutamente nei progetti), ci si rende conto del fatto che sull’ordine delle analisi e delle conclusioni attinenti allo scenario elettorale non si possa né essere neutri né, per un corretto rapporto coi lettori, né si debba  mimetizzare la propria preferenza ideologica (che non costituisce, nonostante il dilagante uso inappropriato, una brutta parola).

Nell’opzione elettorale non ci si può assolutamente discostare da due parametri ineludibili di valutazione: la prova nell’azione di governo ed il programma per la prossima legislatura.

Sul primo ordine, volendo essere sintetici, non si possono non considerare tre segmenti di azione: 1) diritti civili (le Unioni civili e il testamento biologico); 2) politiche economiche e del lavoro; riforma dell’ordinamento.

Sul primo punto è innegabile, per quanto il nostro pieno convincimento laico si sarebbe aspettato di più, che l’Italia, su cui in ogni caso gravano condizionamenti storici, sia significativamente diversa da quella in cui ogni aspirazione di emancipazione civile era destinata a restare al palo. Sotto tale profilo il giudizio su questo segmento legislativo è positivo. Sulle politiche economiche, il cui perno maggiore è rappresentato per ogni riformista di sinistra dalla questione del lavoro, ogni valutazione non può prescindere dal merito e dal valore dei provvedimenti né tantomeno dalle consapevolezze degli scenari ereditati dai precedenti cicli di governo nonché dai sentieri d’azione resi stretti tanto dalle specificità della situazione interna quanto dalla limitatezza degli strumenti e delle risorse.

Chi è convinto che si dovessero seguire le ricette economiche di Corbyn, di Malenchon, Santos da Costa, Sanders dimostra chiaramente di conoscerne solo il lato propagandistico; al contempo ignorando sia le concrete derive sia l’impraticabilità  conseguenza delle precedenti devoluzioni sovrannazionali.

D’altro lato, come suggerirebbe Pietro Nenni (il y a toujours un pur plus pur que…), la sinistra italiana, nella sua ansiosa ricerca all’estero di modelli temerari di massimalismo, si accontenta di percepirne prevalentemente il profilo della vulgata propagandistica.

E’ il caso, accettando il confronto, di entrare nel merito di questi modelli e di valutarne l’efficacia alla luce dei risultati concreti.

Antonio Costa, leader del Partito Socialista Portoghese è giunto al potere, sia pure senza una maggioranza parlamentare netta, con lo slogan “basta austerità”. Ergo: ha ristabilito la tredicesima mensilità e gli scatti di anzianità per i dipendenti pubblici, reintrodotto alcune festività, cancellato la sovrattassa sui redditi personali, abbassato l’IVA al 13% su alcuni prodotti alimentari, alzato il salario minimo garantito da 557 a 580 euro.

Non è riuscito ad aumentare le pensioni ed i redditi da lavoro.

Sicuramente la situazione economica lusitana è migliorata rispetto a tre anni fa, quando Lisbona era sotto le grinfie della Troika (come Atene). Per gli effetti di un significativo aumento del turismo, favorito dalla chiusura dei canali verso le zone a rischio, e di aumento tra il 15 ed il 20% dell’export agricolo ed industriale. La ricetta? I salari più bassi d’Europa, che con la crisi si sono ridotti ancor di più. Dunque, in cosa differisce la tanto decantata (dalla “sinistra” italiana) ricetta equitativa di Costa dal medio profilo delle politiche di risanamento e di rilancio economico praticato dal resto d’Europa.

Prima di lui e più forte di lui lo slogan antiausterità l’aveva gridato Tsipras il leader di Syriza . A dispetto del massimalismo in forza del quale aveva sbaragliato gli avversari, il giovane premier aveva dovuto accantonare quasi tutte le velleità populistiche ed accettare gli indirizzi risanatori della Troika. Ma che doveva fare di fronte ad indici come: povertà assoluta pari al 22% della popolazione; deficit PIL al 15%; disoccupazione al 12,7%; taglio dei salari e pensioni tra il 10 ed il 40%.

In Italia, con un debito pubblico consolidato e stagnante pari al 132% del PIL, con l’impossibilità di ricorrere alla ricetta tradizionale di far bere il cavallo con iniezioni di finanziamenti pubblici, con un decennio di deflazione e di regressione del PIL, non v’è chi non veda come unica possibilità di inversione delle tendenze in atto il solido aggancio a politiche ispirate dalla consapevolezza del gradualismo riformista. L’offerta di ricette massimalistico/miracolistiche appartengono alla testimonianza dell’irresponsabilità e dell’illusionismo. Lucrezia Reichlin, in un recente contributo su Corsera, esorta a capire le cause di un declino, che impoverisce tutti, supposto che si voglia invertirlo.

Dalla produttività dipendono la crescita di lungo periodo e quindi il reddito presente e futuro, la capacità di ridurre il debito pubblico, la competitività sui mercati mondiali.

Tale ordine di considerazioni ci induce, pur in una severa rampogna nei confronti della caricatura fornita dal premier al profilo interpretativo sulla riforma dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori e dell’arrendevolezza nei confronti della tenuta dei vouchers, ad una valutazione realisticamente positiva delle politiche economiche .

Mentre del tutto severa è la valutazione sui mancati profili “roosveltiani” (per intenderci la modernizzazione infrastrutturale come rimedio ai disastri ambientali e come volano economico). In ciò il governo Renzi, condizionato da apporti ingiudicabili (come quello del disastro Del Rio) e da realistiche carenze finanziarie, ha dimostrato di essere privo di necessari agganci con le più evolute dottrine socio-economiche.

Il terzo ordine di valutazione attiene alle riforme dell’ordinamento dello Stato. Intese come ormai ineludibile modernizzazione sia del modello legislativo/governativo, che costituisce aggravante specifica del  sistema  Italia, sia della struttura burocratica. Diciamo subito che, tra le non poche mende renziane nell’ingaggio di incredibili personaggi come la Madia, l’impianto burocratico italiano è, se fosse possibile, peggiore di quello ereditato nel 2013. Discorso diverso si deve fare sulla riforma costituzionale; rispetto alla quale, pur palesando notevoli limiti di conduzione, l’ex premier ha mostrato di essere mosso da giuste consapevolezze e da propositi condivisibili.

Pur riconoscendo a ciò una valenza laterale anche se non irrilevante, tale ordine di questioni, percepite nella lettura prevalente della modernizzazione della forma dello Stato, ha integrato anche il segmento della riforma dei livelli legislativi-amministrativi periferici. Su questo fronte, il giudizio, se si pensa al percorso delle Province, diventa impietoso. Anziché esprimersi in preannunci di ravvedimento (mi candido al Senato che avrei voluto sopprimere) in cui apparirebbe implicita l’ammissione di una linea erronea, Renzi dovrebbe, soprattutto in campagna elettorale, ribadire le ragioni della ripresa del progetto riformista. Per testarne la solidità in capo all’attuale campo di centro-sinistra e, soprattutto, per trarre insegnamento e profitto  dall’analisi dei sistemi nazionali, che, come il nostro risentono delle conseguenze della crisi del 2008, ma che affrontano meglio la resilienza grazie a sistemi istituzionali in cui le ragioni dell’efficienza e della tempestività dell’azione gestionale fanno premio su un modello politico corroso dalla pretesa del diritto di veto.

Per fare un esempio, Macron, avvalendosi sia di un virtuoso progetto riformista sia dei vantaggi derivanti da un sistema istituzionale in grado di sterilizzare (diversamente dal nostro di stampo consociativo) i veti, sta portando a termine la rimodulazione delle ferrovie e della legislazione del lavoro. Quando anche in Italia sarà possibile intervenire con lo strumento dei decreti per invertire la rotta del declino ed avviare una stagione non più rinviabile di riforme strutturali?

Da noi si continua a postulare interventi (peraltro non più alla portata) con cui difendere posti di lavoro in imprese non competitive e poste fuori dal mercato mondiale da questa condizione non concorrenziale.

Su questo profilo, anche se nei giorni scorsi ha apportato una correzione, Renzi (che il 5 dicembre 2016 aveva delineato una sovrapposizione tra il 40% espressosi per il SI’ ed il potenziale bacino elettorale in consolidamento per il PD) o chi gli succederà nella leadership della sinistra riformista e moderata non può permettersi dissolvenze od ammiccamenti.

La questione istituzionale costituisce il sicurvia del percorso di un centro-sinistra che sia portatore di una cultura maggioritaria. Che non decollerà sul campo se non si sottrarrà alle logiche che hanno fin qui impedito di annoverare l’Italia nelle posizioni di testa dei sistemi più evoluti e più sviluppati del Continente.

Il dopo 4 dicembre 2016, con la risposta di Renzi ad un evento ritenuto non probabile, configura il ripetersi di un aggiustamento virale rinvenibile nei percorsi di un trentennio addietro inforcati da Craxi. Il quale, disarcionato dalla staffetta pretesa di De Mita alla guida di Palazzo Chigi (dove il leader socialista aveva dimostrato la capacità di invertire una tendenza alla stagnazione e di introdurre novità virtuose nella gestione governativa) non trovò di meglio che abbozzare ed iscrivere la vendetta in una medio-lunga prospettiva. Anziché appiattirsi sul CAF e sulla palude del tradizionale piccolo cabotaggio che gli sarà letale, avrebbe dovuto segnare una discontinuità, rispetto alla pretesa della DC di imporre un esiziale continuismo, e passare all’opposizione. Sia per rimarcare il senso della testimonianza riformista del governo a guida socialista sia per costruire le precondizioni del cambio di passo politico ed istituzionale all’insegna dell’alternativa di sinistra e dell’alternanza. All’insegna, appunto, di una grande riforma dell’impianto istituzionale e della politica in senso lato.

Renzi ne tenga conto. Perché se rinunciasse, sul terreno di una testimonianza di mediazioni, ai perni della sua offerta politica, il suo ciclo sarebbe definitivamente archiviato.

C’è, inoltre, una questione (i cui riflessi stanno plasticamente orientando l’esito delle elezioni e con esso quello che si prospetta come un organico ciclo politico influenzato dall’irrazionalità).

Ci riferiamo, ça va sans dire, alla sostenibilità del sistema Paese dei flussi migratori.

Se c’è ancor qualcuno che non se n’è accorto, i destini immediati e futuri ne saranno significativamente influenzati.

Rispetto ad essi il centro-sinistra si è consegnato come vittima sacrificale alle conseguenze di un’errata lettura delle percezioni di una parte prevalente di opinione pubblica.

Il segmento è rappresentativo di una delle mende di analisi tipica di una non rigorosa centrale elaborativa qual è il PD.

Acchiappando un po’ qui ed un po’ le suggestioni della sinistra pauperista e terzomondista e la testimonianza di una “cattedra”, generosa ma irrealistica e forse irresponsabile, il ciclo renziano non è riuscito a scollarsi dal format ispirato da un approccio misericordioso della questione.

Non accorgendosi né dell’insostenibilità di un’accoglienza senza limiti e senza controlli né delle conseguenti percezioni dell’opinione pubblica.

Solo tardivamente, a referendum istituzionale straperso e a sconfitte elettorali a ripetizione, ha cominciato a stimare che la falla veniva da questo versante e a porre rimedio ad una inescusabile negligenza.

L’illusione caduta è l’idea che per accogliere e integrare gli immigrati basti un atteggiamento aperto e tollerante degli italiani. Che, cioè, il problema fondamentale del nostro rapporto con gli stranieri sia il razzismo.

“Per integrare ci vuole qualcosa di più di un afflato fraterno e generoso: ci vogliono controlli di polizia, aziende di servizi per riassettare l’indotto dell’occupazione, i wc pubblici, un’assistenza pubblica e privata che assicuri un tetto, alimenti, un programma di istruzione e lavoro. Quindi, soldi, investimenti e progetti. Che mancano anche per gli italiani” (Polito su Corsera). Se il PD fosse quel partito descritto da Minniti (un grande partito non parla alla pancia, ma al cuore e al cervello), da tempo si sarebbe reso conto del fatto che la paura non è stata inventata dalla politica. Essa è un sentimento ovunque diffuso nella cittadinanza, che, per responsabilità evidenti del legislatore, non è protetta dalle forze dell’ordine come sarebbe necessario. Che poi la politica colga la paura e ne faccia un argomento politico non deve meravigliare.

Di sorprendente c’è solo la sorpresa del PD che se n’é reso conto tardivamente, molto tardivamente. La questione, come la spada di Damocle, è sospesa sul destino di questa consultazione elettorale. Ma quali che siano, continuerà ad essere sospesa anche sui futuri scenari. E’ bene che il PD se ne faccia una ragione ed agisca di conseguenza, se consapevolmente vuole evitare un punto di non ritorno dalla spirale di arretramento in cui è coinvolto dal 4 dicembre 2016.

C’è, infine, un profilo culturale di ordine generale da cui, già dall’indomani delle urne elettorali e per una prospettiva permanente, la coalizione di centro-sinistra non potrà prescindere. Sia nella definizione del proprio deposito teorico sia nella testimonianza politica di tutti i giorni. E’ attorno ad alcuni interrogativi che il PD deve troncare il cordone ombelicale di ascendenze che non si possono più trattare come si fa con le briciole da nascondere sotto il tappeto. Né tanto meno, come fa Veltroni nel suo ultimo romanzo .(“Ti svegli e scopri che l’Italia non è più la tua.”), appendere al candore tardive constatazioni.

Come può reggere un Paese così pieno di contraddizioni e vuoto di perni coesivi? Dove da Firenze in giù risulta inestirpabile l’impulso ad edificare, per di più fuori e contro le procedure urbanistiche, sui lidi e nei siti di grande valore storico-monumentale. Dove l’edificazione selvaggia mina la sostenibilità ambientale. Dove abitualmente la campagna, potenzialmente pregiata, diventa sito di destinazione di qualsiasi veleno da rifiuti civili ed industriali? Dove l’evasione fiscale e parafiscale presenta dimensioni impressionanti e comunque incompatibili con un minimo di giustizia impositiva. Dove il riconoscimento di disabilità fasulle viene sistematicamente giustificato come succedaneo dell’assenza di reddito. Dove si impreca contro gli alti livelli di inoccupazione ma si rifiuta l’opportunità di assunzione perché ritenuta adatta ai migranti. Dove si censura l’arretratezza delle infrastrutture viarie salvo opporsi all’ammodernamento delle linee ferroviarie secondo i canoni continentali ed al completamento di una rete viaria inadeguata, insufficiente e prossima all’inagibilità per obsolescenza fisica. Dove si lamenta giustamente una carenza idrica per l’utenza civile e spesso agricola e non si trattiene oculatamente il prodotto del disgelo e  delle precipitazioni. Dove si gira la testa dall’altra parte nei confronti della condizione di emarginazione e di sofferenza della vecchiaia ma si è pronti a tutelare specie animali intoccabili, ancorché foriere di danni. Dove si imputa (non ingiustificatamente) una forte regressione del sistema socio-assistenziale, ma si sabotano le campagne di prevenzione e di profilassi come la vaccinazione obbligatoria. Ne abbiamo elencate solo una parte.

L’abitudine ad attribuire i propri défaults e criticità, temporanei o definitivi che siano, a congiure o ad ingiustizie perpetrati dai titolari di ascensioni virtuose. Donde non riuscendo ad innalzare se stessi, si sminuisce chi riesce e ci si appella all’ingiustizia del sistema.

Ma non funziona così. Almeno come si industriò a teorizzare uno degli architravi del socialismo riformista, la teoria del bisogno e del merito. Che, come si ricorderà agevolmente, postulava e postula il bilanciamento tra l’obbligo della comunità di assicurare ad ognuno condizioni socio-economiche in linea con un profilo esistenziale dignitoso, da un lato, e, dall’altro, il pieno riconoscimento (all’ascensione nei ruoli e nei conseguenti trattamenti economici) dei meriti.

Giustizia sociale non significa livellamento, a prescindere dalle competenze e dalle responsabilità nella catena di formazione delle risorse materiali ed immateriali,  nella remunerazione delle prestazioni e nell’ordine sociale.

E’ su queste consapevolezze e sulla capacità di testimoniarle che rimane sospeso il ruolo del PD e dei movimenti collegati ad interpretare il ruolo di protagonista di un cambiamento che manca tremendamente nel destino del nostro Paese.

Ecco perché le urne del 4 marzo arrischiano, da un lato, di non essere risolutive (o non completamente risolutive) dal punto di vista dell’esigenza di fornire una necessaria base parlamentare ad un governo di cambiamento. E, dall’altro, ove ciò malauguratamente si materializzasse, a complicare maledettamente il successivo percorso.

Ecco perché la sinistra deve allacciare le cinture, formulando bene, come abbiamo a lungo argomentato, le risposte che l’elettorato di riferimento attende, e, soprattutto, preparandosi ad un prosieguo che non sarà né scontato né semplice.

Tra le sue mosse propedeutiche c’è sicuramente l’esigenza di una profonda revisione del suo format teorico ed organizzativo. L’intelaiatura associativa del centro-sinistra ha mostrato tutti i suoi limiti. Insistervi sarebbe esiziale. Le acrobazie della formulazione delle liste ne sono il principale segnalatore. La valutazione riguarda la coalizione nel suo insieme ed il piccolo segmento, quello socialista, di cui ci sentiamo parte.

Partiamo da quella sorta di algoritmo che sembra la logica che ha presieduto alla delineazione di un aggregato che arrischia di non essere utile alla causa elettorale ed al contempo di frustrare la specificità del contributo politico ed ideale dei partners (numericamente) minori del PD.

Si porrà (avrebbe già dovuto porsi) l’ineludibile necessità di prospettare in termini diversi il tessuto connettivo delle sensibilità appartenenti a questa area politica.

E’ questo un imperativo che l’area socialista non può eludere. Certamente un risultato dignitoso del raggruppamento “Insieme” di cui il PSI è significativa parte ne costituisce la premessa.

 

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