Lunedì, 23 maggio 2022 - ore 01.40

L’Eco Un 8 MARZO fuori dagli schemi: cio’ che (da tempo) si sarebbe dovuto dire

L’incipit di questa riflessione (fuori dagli schemi) si presta poco, veramente poco, ad equivoci. Per le forme e per gli intendimenti con cui viene affrontata.

| Scritto da Redazione
L’Eco Un 8 MARZO fuori dagli schemi:  cio’ che (da tempo) si sarebbe dovuto dire

L’Eco del Popolo, testata socialista fondata nel gennaio 1889 e giunta  attraverso mille peripezie sin qui, dedica il proprio tributo celebrativo della Festa (magari, sarebbe meglio, della Giornata!) della Donna alla lavoratrice Paola Clemente.

Paola lavorava nei campi ed era addetta alla cosiddetta acinellatura dell'uva. Per anni si alzava in piena notte e, percorrendo, a bordo del pulmino messo a disposizione dell’agenzia interinale (alias caporalato), 300 chilometri, giungeva nelle campagne di Andria. Alle 5 iniziava un lavoro massacrante che durava dodici ore, sotto un sole cocente. Senza contratto, senza istituti accessori ed assistenza, senza tutele, in balia dei padroni e dei caporali. Per due euro all’ora, che facevano 27 euro di paga. Al giorno! Quando ovviamente il lavoro c’era e, se c’era, l’”agenzia interinale” passava col pulmino a prelevarla in piena notte. Come tanti altri sfortunati e sfruttati lavoratori (autoctoni ed alloctoni). Il 13 luglio del 2015 Paola, a 49 anni,  è morta di fatica nei campi. Ammazzata dal lavoro. Un lavoro che, a quelle condizioni, non assicura neanche sussistenza. Ma genera umiliazione e, come si vede, morte. Arricchendo, però, i datori di lavoro e quelle odiose figure di intermediazione che sono “i caporali”. Una sorta di entità preistoriche sopravvissute (ci sarà pure una ragione!) nell’era moderna.

Massì, sono partite le inchieste e l’opinione pubblica si è sorpresa. A piccole e sporadiche dosi, s’intende. Specie da quelle parti, dove una parte non trascurabile del lavoro si svolge ancora con le modalità appena descritte. Senza (ad eccezione, forse, di una piccola aliquota di corpi intermedi sociali) troppo indignazione. Nella conformistica accettazione che in questo Paese sono cose che succedono. E succedono anche perché in questo Paese c’è sempre qualcuno che afferma che sono cose che succedono.

La cosa che umilia più della mancanza di lavoro è la constatazione che (in un’Italia molto meno ricca di quanto si dica, ma certamente non all’indigenza generalizzata) ancora si muore di “morte bianca”.

Il caso di Paola costituisce, insieme a molti altri (insopportabili) di caduti sul lavoro (italiani ed immigrati), la cartina di tornasole di una manifesta regressione civile. Qui, come in molti altri paesi dell’emisfero opulento.

Ma, poiché siamo all’8 marzo, azzardiamo che, per noi e per ciò che nel prosieguo andremo sostenendo, quello di Paola può essere percepito come un femminicidio.

Si può contestare tale assunto? Certamente, da un punto di vista strettamente semantico, che tende sempre più a restringere l’accezione alla dilagante fattispecie con cui quote non trascurabili di popolazione maschile esercitano il possesso sulla donna e sulla sua affettività.

Ma oggi intendiamo, per coerenza con la nostra cultura politica, soffermarci su questo profilo di femminicidio da lavoro.

D’altro lato, è talmente vasto il range dell’irrisolta questione femminile, che da qualche parte si deve pur indirizzare il cono di luce dell’approfondimento.

Con il che si capirà facilmente a che profilo si intende parare per celebrare della giornata.

Ci sarebbe solo l’imbarazzo della scelta tra le tante sfaccettature di quel caleidoscopio che è diventata la ricorrenza. Per pudicizia non facciamo neppure menzione alla versione dell’angelo della casa e della famiglia, tanto caro alla dottrina cattolica.

Vero anche che c’è sempre chi vorrebbe fornire una celebrazione continuistica, improntata dall’antica cifra del femminismo  e  chi, invece, rendendosi conto del fatto che non c’è ormai molto da festeggiare, sarebbe portato a delineare una denuncia delle vecchie e delle nuove ingiustizie a carico della donna di inizio del nuovo millennio.

Chi scrive propende per tale profilo.

Abbiamo tenuto, come sicurvia della rivisitazione a ritroso nel tempo della testimonianza della questione femminile nelle sue molteplici sfaccettature, la raccolta (purtroppo parziale) delle annate de L’Eco de Popolo, in cui il tema non ebbe mai soluzione di continuità nelle priorità dell’iniziativa politica ed organizzativa socialista.

Logicamente, siamo costretti, per comprensibili ragioni di spazio, ad una sintetica compilation a campione dei segmenti che abbiamo valutato tra i più significativi  dello sterminato campionario di quelle battaglie civili e politiche. Ripercorrere quelle cronache consentirà di percepire, oltre al senso ed all’importanza di quelle lotte, assolutamente pacifiche per quanto molto determinate e coinvolgenti, anche la scansione gradualistica della denuncia delle arretratezze e delle ingiustizie raffrontata ai risultati ottenuti nel tempo.

Si è soliti affermare che le conquiste non sono mai per sempre. Noi aggiungiamo che le conquiste non cadono dal cielo e, quando succedono, arrivano a tappe.

A dimostrazione del fatto che l’emancipazione della donna fosse ben sedimentata nei depositi dell’idealità socialista, tenuti sotto chiave dall’autoritarismo/totalitarismo del regime, la testata socialista la pose nelle priorità sin dalle prime edizioni del dopo Liberazione.

Quando lo specifico della condizione della donna non era ancora approdato al rango di tributo codificato, a livello nazionale ed internazionale, i socialisti ne avevano già fatto il preannuncio in occasione del referendum costituente del giugno 1946.

In tale mese, il settimanale, allora diretto da Emilio Zanoni, brandiva, come priorità assoluta del percorso politico della ricostruzione, il vessillo della  “Tutela sociale delle lavoratrici”..

La rilettura dell’intero articolo (che qui con altri alleghiamo) servirà, tra l’altro, a comprendere fino in fondo quale fosse la reale condizione femminile; cui, col riconoscimento del diritto attivo e passivo di voto, sarebbe stata riconosciuta in quella temperie una prerogativa, che, pur lasciando scoperta un’ampia rivendicazione civile e sociale, si rivelava fondamentale ai fini della piena cittadinanza.

Estrarremo dall’ampia denuncia/rivendicazione un segmento illuminante che dice sufficientemente non solo delle discriminazioni a danno della donna, ma anche di una sorta di ulteriore pregiudizio che colpiva gli strati meno protetti del lavoro femminile.

Scrive L’Eco del Popolo: “Durante il periodo di guerra venne stipulato (1 marzo 1943) un contratto nazionale, che riparando ad una patente ingiustizia, parificava il trattamento delle operaie a quello delle impiegate in stato di gravidanza. Era evidente che anche indipendentemente dallo stato di guerra non era concepibile che all’operaia fosse concesso assentarsi per un massimo di dieci settimane in confronto delle 24 settimane delle impiegate.”

Lo specifico tema rientrava in un’ampia disamina chiaramente finalizzata ad una ricognizione delle problematiche da affidare al lavoro costituente e legislativo del nuovo scenario repubblicano. In primis, come si avrà modo di constatare nel prosieguo, la tutela della maternità.

Qualche anno più tardi, in occasione delle celebrazioni del marzo 1955, il giornale socialista, con toni più ottimistici, si rivolge alle festeggiate con “Auguri di una vita felice, donne cremonesi!”.

Facendo un salto di tre anni, giungiamo all’8 marzo del 1958 che incasella un altro importante traguardo per la dignità della donna italiana. Giunge a Cremona a celebrare, in una cornice di impegno militante ma anche di festa, la Giornata Internazionale della Donna, una figura finita, per l’intensità dell’appassionato impegno politico ed istituzionale, in un clamoroso cono di notorietà. Si trattava della sen. Lina Merlin, profeta dell’omonima legge. Il cui dispositivo sarebbe stato attivato alla mezzanotte del 19 settembre di quello stesso anno. Come primo effetto della norma, sarebbero stati chiusi oltre cinquecentosessanta postriboli su tutto il territorio nazionale. Che costituivano, ancora un decennio dopo la Liberazione, un imbarazzante retaggio  della cultura della maschia gioventù del passato ventennio. Che rimarrà proiettata anche nei nuovi contesti repubblicani, incompatibili con qualsiasi lesione della dignità della donna.

Eh sì, purtroppo, anche nei tempi attuali quella figura di donna emancipata e di socialista viene di tanto in tanto presa di mezzo dagli ambienti che professano il revisionismo di una testimonianza che aveva come obiettivo prevalente la cancellazione del profilo più umiliante della disuguaglianza femminile.

Lina Merlin va ricordata per quella testimonianza prevalente, che, nel bene e nel male, l’ha consegnata ad una memoria stereotipata. Ma in realtà molto più ampio è il curriculum della senatrice di Rovigo. Nel 1925, dopo l'assassinio di Giacomo Matteotti, Mussolini consolida il suo potere,  e il destino di Angela viene così segnato. In meno di ventiquattro mesi viene arrestata cinque volte ed espulsa dai ruoli dell’insegnamento. perché si rifiuta di prestare il giuramento di fedeltà al regime, obbligatorio per gli impiegati pubblici. Per la sua attività antifascista, sarà arrestata e condannata a cinque anni di confino a Dorgali (NU), dove si farà benvolere dalla popolazione locale ed in particolare dalle donne, che col suo insegnamento verranno sottratte all’ignoranza.

La presentazione di quell’evento sarà in capo ad un contributo della responsabile femminile della Federazione Socialista, Adelia Larini, che farà un documentato rendiconto dei risultati ottenuti dalle battaglie femminili: diritto di voto, accesso alla carriera giurisdizionale, trattamento previdenziale alle casalinghe, parità salariale, tutela del lavoro a domicilio ed, appunto, Legge Merlin.

E da qui, in materia di rimandi al corrimano delle rivisitazioni di un’epoca lontana nel tempo ma capace ancor’oggi di dispensare insegnamenti, operiamo una veloce dissolvenza ad epoche più vicine. In cui la testimonianza della questione femminile piegava verso sensibilità  meno sociali e più decisamente culturali e di costume. Che, sia bene inteso, avevano e manterranno un loro precipuo valore; ma che hanno finito per marginalizzare sempre più il background delle battaglie di parità, rappresentato dalle discriminazioni socio-economiche. Insomma, dagli anni settanta/ottanta in poi il baricentro della testimonianza si sposterà sul prevalente versante rappresentato dai diritti civili, con specifico riferimento al tema della parità. Che, sotto l’impulso di letture talvolta dogmatiche ed elitarie, ha fatto del dossier donna la prerogativa di circoli ristretti, manifestanti un politically correct talmente esasperato da restringerne fortemente il campo della testimonianza.

Mentre, ovviamente, tornava in superficie, da un lato, un sommerso di vecchie discriminazioni mai totalmente piegate e, dall’altro, premevano e premono tuttora nuove ingiustizie indotte dall’arretramento sociale figlio di scenari di cambiamenti punitivi per i ceti sfavoriti e dal portato di processi globali inconsiderati od affidati esclusivamente alla narrazione fatalistica.

La questione femminile arrischia di essere ricacciata indietro da un combinato di cose: l’imbarbarimento delle relazioni sociali in generale, di cui la misoginia è una delle espressioni più evidenti, le ricadute della crisi economica che moltiplicano sulle donne un gap mai effettivamente colmato di diritti (una sorta di gabbia salariale, non di territorio ma di genere), le conseguenze inestimabili ma già avvertibili dei “flussi”.

Già, i “flussi”. Li affrontiamo serenamente, ma risolutamente. Ben sapendo che costituiscono un’insidia da sabbie mobile per chiunque volesse tenersi al riparo dalle pronte e veementi ritorsioni delle élites del politicamente corretto.

Avete capito: intendiamo entrare in un campo in cui, per effetto della pressione degli stereotipi politicamente corretti si arrischia  di rompersi il collo. Pazienza!

 Il miglior profilo di un’integrazione, ad un tempo efficace e sicura per la tenuta degli standards civili raggiunti dagli accoglienti, avrebbe dovuto essere rappresentato dall’ineludibile condizione, da parte degli accolti, di accettare il quadro delle regole del vivere civile dei paesi ospitanti.

Tale è il segnalatore di una nefasta pulsione nei paesi europei a far coincidere la real politik della diplomazia e degli affari economici con l’arretramento della priorità dei diritti umani e civili.

L’osservanza della religione islamica deve fermarsi al limite di quei valori che contrastano con la Costituzione italiana.

In primis quelli legati al ruolo delle donne: molto spesso tenute segregate in casa, impedite nella libertà di uscire e di muoversi a piacimento, impossibilitate ad apprendere la lingua, destinatarie di molte angherie, impedite nella prosecuzione degli studi e nella frequentazione dei coetanei, destinate molto spesso a matrimoni combinati contro la loro volontà, assoggettate alle mutilazioni genitali.

 Tollerare queste consuetudini, coerenti con tradizioni barbare e contrastanti coi diritti civili occidentali, significa consentire e riconoscere sovranità extra legali.

Comportamenti difformi vanno severamente contrastati e puniti.

Fermo restando il fatto non secondario costituito dalla metabolizzazione, nell’impianto civile, della pretesa di rendere compatibile l’attuale impianto di conquiste civili, tra cui o forse prima di tutto la parità di genere, con uno dei precetti sensibili dell’Islam: “Gli uomini sono preposti alle donne, a causa della preferenza che Allah concede agli uni rispetto alle altre…” (Sura IV versetto 34 An Nisa, Le Donne).

Ecco ci sembrava doveroso completare la denuncia della regressione del lavoro femminile (di cui il caso estremo di Paola Clemente è segnalatore) con il monito ad operare affinché si prevenga, fin tanto che si è ancora in tempo, involuzioni che riprecipiterebbero la donna in un passato di inferiorità. 

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Alleghiamo al presente articolo un tributo alla ricorrenza in lingua dialettale composto ed inviato a L’Eco dal M° Giacinto Zanetti

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