Venerdì, 17 agosto 2018 - ore 09.20

L’ECOLIBRI ‘Si faccia un articolo di fondo…Il Regime Fascista’

Recensione e presentazione dell’apprezzabile iniziativa editoriale della Biblioteca Statale di Cremona, sono già state ampiamente anticipate dalla stampa locale.

| Scritto da Redazione
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L’ECOLIBRI  ‘Si faccia un articolo di fondo…Il Regime Fascista’

Recensione e presentazione dell’apprezzabile iniziativa editoriale della Biblioteca Statale di Cremona, sono già state ampiamente anticipate dalla stampa locale. Ragion per cui ci limiteremo solo a qualche cenno al catalogo della collegata Mostra Bibliografica; che, allestita presso le sale della prestigiosa istituzione ed inaugurata nella mattinata di sabato 11 maggio, resterà aperta sino al 30 settembre 2018.

Molto sinteticamente diremo ai nostri lettori che si tratta di una mostra documentaria, originata dal fecondo combinato di circostanze tutte di segno positivo: la lungimirante conservazione, da parte di uno dei redattori, Renzo Bacchetta, di veline, dattiloscritti, annotazioni autografe del patron della diffusa testata fascista Il Regime Fascista, l’encomiabile gesto civico degli eredi di depositarli presso la Biblioteca Statale, l’apprezzabile intuizione della direzione della Biblioteca stessa di catalogare e rendere organicamente disponibili tali fonti. In tal modo favorendo l’incrocio con lo storico digitalizzato (per iniziativa de La Provincia) ed accessibile on line. Nella meritoria iniziativa vanno anche considerati il coinvolgimento di eminenti studiosi e giornalisti e, per l’allestimento della mostra, la dedizione del personale della struttura.

Cammin facendo, siamo sempre più indotti da queste premesse che più opportunamente avremmo dovuto inquadrare la presente segnalazione sia nella rubrica Eco Libri che in quella Eco Eventi. Perché la felice iniziativa, articolata nella presentazione del Catalogo e nella mostra, ha dato luogo ad un importante evento di arricchimento della vita culturale di Cremona. Di cui diremo nel prosieguo.

Riportiamo qui, per un dovere di completezza di informazione e di promozione di interesse nei confronti del volume, il relativo sommario:

- Introduzione di Stefano Campagnolo “Si faccia un articolo di fondo…Il Regime Fascista”

- Editoria a Cremona nel ventennio di Raffaella Barbierato

- Le “veline” di Farinacci nel Fondo Bacchetta della Biblioteca Statale di Cremona di Francesco Cignoni

- Se avanzo seguitemi un celebre discorso di Benito Mussolini di Elisabetta Castro

- Sfogliando il giornale di Francesco Cignoni

- Cremona sotto il segno del Littorio. La ritualità del consenso nella città di Farinacci di Nicola Arrigoni

- Gli abbozzi e i materiali alle stiti da Renzo Bacchetta per una biografia su Farinacci a cura di Francesco Cignoni

- Antisemitismo e leggi razziali di Francesco Cignoni

- I Protocolli dei Savi di Sion, Giovanni Preziosi e Farinacci di Raffaella Barbierato

- L’affaire Jole Foà di Raffaella Barbierato

- La Biblioteca dell’Istituto Fascista di Cultura di Raffaella Barbierato

- Scritti di e per Roberto Farinacci di Francesco Cignoni

Come sarà facile dedurre dal piano dell’edizione siamo di fronte ad un impegnativo approfondimento di una figura, quella di Farinacci, che non si può dire sia stata marginale in quel ciclo storico, e di una impresa editoriale, che, decollata a Cremona, ha esteso il proprio raggio al più ampio contesto nazionale, lambendo anche un’utenza internazionale.

Sia pure di passaggio, ricorderemo come Il Regime Fascista arrivò a tirare (e si presume a collocare tra abbonamenti ed edicole) 90.000 copie; che costituivano una cifra impressionante per gli standard di quasi un secolo fa e costituirebbero, anche nell’attuale scenario di disaffezione del cartaceo e dell’approdo al digitale, una quota di mercato ragguardevole.

Ma, al di là di questa audience rapportata al profilo di una iniziativa giornalistica immaginata per un’utenza prevalentemente locale,  la testata occuperà una posizione rilevante nel panorama informativo/formativo di un ciclo, caratterizzato dall’impulso a  creare consenso popolare attorno a quella nuova classe dirigente che, specialmente dopo l’istituzionalizzazione del format autoritario e totalitario, avrebbe proceduto, a tappe forzate, all’irreggimentazione di qualsiasi espressione che avesse rilevanza nell’informazione dell’opinione pubblica e, se è concesso, nella formazione di una cittadinanza congrua all’ordinamento delineato dalla rivoluzione.

Molti continuano, un po’ all’ingrosso, a percepire il fascismo per ciò che per molti versi non fu, se non per quel legante autoritario che effettivamente unì tutte le sue “sensibilità” underground.

Si può azzardare che la gerarchia (più che il movimento popolare) fosse resa coesa dall’inaspettato successo di una spallata rivoluzionaria inferta ad un establishment ( più che declinante, rimasto in stand by di fronte alla modernizzazione), che non aspettava altro che soccombere (per continuare l’opera, meno esposta ed impegnativa ma molto più producente, del burattinaio). Il composito gruppo dirigente della (per alcuni versi, improvvisata), rivoluzione (foriera di incognite impegnative per il prosieguo) sarebbe rimasto convergente e solidalmente cooperante per effetto di quella sorta di matrimonio di convenienza che era riuscito, alla fine della seconda decade del XX secolo, a catalizzare e ad  incollare suggestioni e testimonianze non esattamente omogenee, benché confluite in un disegno di forte e rapida discontinuità col quadro politico, istituzionale, culturale.

Si può azzardare che un siffatto aggregato potesse, anche a dispetto della propaganda e dei rituali indirizzati alla percezione di una granita coesione, essere non unito?

Il manganello e l’olio di ricino, che funzioneranno in dosi industriali per gli oppositori, costituivano un monito anche per la struttura interna e, per li rami salendo, anche per la più ristretta gerarchia in cui continueranno a convivere, unitamente a rivalità personali, significative divergenze anche di rilevanza strategica .

Il collasso dei perni del regime e della sua intelaiatura, rivelazione postuma della proverbiale notte del luglio 1943, avrebbe messo a nudo ciò che era rimasto latente per vent’anni.

Quegli insanabili antagonismi e meschine rivalità, malcelati da un monolitismo di facciata e, soprattutto, dall’abile ed incessante imbrigliamento del capo supremo, erano percepiti da ristrette élites organiche al regime. Tutt’al più alimentavano un chiacchiericcio, fisiologico e tollerato purché fosse  a bassa intensità e prerogativa dei rincalzi della gerarchia.

Ma più che della rivalità, della vera e propria irriducibile reciproca avversione tra il Duce ed il leader del rassismo, non fu necessario sussurrare tanto essa, nei gesti e nei proponimenti (per quanto velati dall’ipocrisia e dalle convenzioni formali) fu sempre esplicita.

Certamente i duellanti, vagamente accomunati da una lampante, per il maggiore ed una più incerta, per il contraddittore, provenienza socialista (raramente chiamata in causa, se non nelle drammatiche battute finali), da un impulso modernizzatore in chiave espansiva (sollecitato dai perni nazionalisti e, probabilmente, dall’ansia di ricavarne maggiori risorse con cui attivare il volano di un riequilibrio sociale suscettibile di aggregare consensi popolari), divergono, come magistralmente ha chiarito il relatore prof. Gentile, sul terreno dell’esercizio incondizionato ed illimitato del maggior marcatore della rivoluzione che fu l’antidemocrazia e, conseguentemente, della ricaduta nel rapporto partito/regime.

Ma è indubbio che il piglio antidemocratico ed autoritario, esercitato senza troppi sconti (vedi, per dire dei più simbolici,  i delitti Matteotti, Rosselli, Minzoni; vedi il Tribunale Speciale, la pratica dello stato di polizia occhiuto ed asfissiante)  da Mussolini potrebbe essere ascritto alla fattispecie ( fatta balenare dal relatore) del poliziotto buono, che di tanto in tanto deve fare il cattivo per il bene dei sottomessi.

Mentre lo stesso piglio, in Farinacci (macchiettizzato non sempre argutamente come “il più fascista”, “la suocera del regime”), apparirà, in tutta la sua nitidezza, come movente strutturale.

In Mussolini, si ripete, l’annullamento dei diritti liberaldemocratici è strumentale all’enucleazione di un apparato necessario ad un disegno di riscatto e di prestigio nazionale, di mantenimento dell’ordine, di compiacimento a certi interessi precostituiti alla base della genesi della rivoluzione fascista. Non esattamente un fine che giustifica i mezzi; ma, volendo, senza in alcun modo attenuare l’inappellabile condanna sotto ogni punto di vista del massimo artefice di un ciclo ignominioso, potrebbe essere all’ingrosso così.

Il professor Emilio Gentile, docente emerito di Storia alla Sapienza, validissimo ricercatore storico ed apprezzatissimo divulgatore, chiamato a svolgere il ruolo di protagonista alla conferenza di presentazione del volume-catalogo ed all’inaugurazione della mostra, ha azzardato che forse negli intenti di Mussolini avrebbe potuto, in certe temperie coincidenti con i picchi di consenso del regime, albergare la tentazione modulare il rigore autoritario all’accertamento delle condizioni ottimali per realizzare il programma fascista.

Tutt’affatto diversi furono l’approccio e gli sviluppi in Farinacci, propugnatore (per intima convinzione? per impulso a ricavarsi una audience permanente nel movimento fascista come nell’opinione pubblica?)  di un indefettibile intransigentismo. Che fu e sarebbe restato il movente della perfetta coincidenza tra mezzi e scopi, la linea-guida della missione del fascismo e del PNF. Quest’ultimo considerato il vero ed unico perno, più dello Stato ancorché fascistizzato, della strumentazione con cui attuare una rivoluzione fascista permanente. Una sorta di working progress destinato a non esaurirsi mai e a non distinguere tra fini e mezzi, che ha come epicentro, appunto, antidemocrazia e violenza. Citiamo qui F. W. Deakin Storia della Repubblica di Salò: “Il ras di Cremona era sempre stato irremovibile: la sua difesa del fascismo come rivoluzione permanente non aveva nulla in comune con la versione costituzionale di Grandi, Federzoni e Bottai”.

Questo tratto identificativo, ritagliato a colpi di squadrismo, irriducibile ed altrettanto permanente, attivato dal modello padano, ne avrebbe fatto, come sostiene Matteo di Faglia nel suo bel saggio “Farinacci – il radicalismo fascista al potere” (presentato dieci anni fa nella stessa Biblioteca di Cremona), l’incontrastato (per modo di dire, visto che l’ambizione a coprire quel ruolo sollecitò molte mezze tacche della gerarchia, poi, con lusinghe ed ammonimenti, imbrigliate da Mussolini) “l’organizzatore di uno squadrismo interprovinciale”. La conseguente vulgata (ai limiti della mitizzazione, accarezzata nella periferia della gerarchia riservata ai border line ed alle aspirazioni deluse) verrà capitalizzata dalla scaltra suocera del regime. Che un po’ guasconamente ed un po’ temerariamente ci avrebbe campato per tutto il ventennio. Con fortune non esattamente lineari, ma sempre con l’intima o forse illusoria convinzione che prima o poi avrebbe potuto scalzare (in proprio o su commissione) l’odiato antagonista.

Quando verrà l’occasione (il 25 luglio 1943) di regolare   i conti tra i portatori delle opposte visioni in campo da vent’anni il bluff verrà scoperto.

Nonostante che, come scrivono Alfassio Grimaldi e Bozzetti in “Farinacci il più fascista”, al Gran Consiglio, il ras per antonomasia avesse pronunciato “il discorso più importante della carriera politica di quest’uomo che lo definisce meglio di una lunga storia”.

Il cuore, acrimonioso e ritorsivo, dell’intervento, appuntato dal segretario del PNF Scorza, fu: “Il Partito non ha più che una scarsa aderenza nella Nazione, e non perché la Nazione si è distaccata da noi, ma perché noi ci siamo distaccati da essa, da quando abbiamo rotto, con la designazione dall’alto, i nostri legami col popolo”. Filippica che appare quanto meno sorprendente sulla bocca di uno come Farinacci, che, nel suo feudo padano, aveva brutalizzato qualsiasi portatore di dissenso e qualsiasi competitor, effettivo, potenziale e semplicemente sospettabile.

A riprova della modestia del bagaglio dell’avversario del Duce, Farinacci, come lo rimprovereranno qualche ora dopo i mandanti tedeschi, nel momento topico del Gran Consiglio, non solo non sarebbe riuscito a far prevalere il documento di impeachment (ispirato dal mandante tedesco in chiave di resistenza nel conflitto e precondizione per sostituirvisi nel ruolo), ma neanche a farlo votare.

Con un gesto teatrale pare si assentò al momento delle battute finali del drammatico Gran Consiglio, eclissandosi fino a mattinata inoltrata dell’indomani.

Quando, forse non completamente consapevole degli eventi scatenati dalla deposizione del Duce, si presenterà con circospezione (e mandando avanti il fido ingegner Mori che lì l’aveva condotto a bordo della fiammante Alfa) alla sede (in pieno disarmo) del PNF.

Tardivamente percepita la situazione, inimmaginabile dodici ore prima, si sarebbe recato (cosa arcinota) alla sede dell’ambasciata tedesca. Per giustificare una prestazione non esattamente esemplare? O, dopo aver capito (dalla riaffermazione, da parte dei valorosi camerati germanici, della centralità della figura di Mussolini nella prosecuzione della partnership) di aver probabilmente frainteso il senso dell’ingaggio nella partita giocata dai tedeschi alla seduta del Gran Consiglio? Rivolgendosi a von Mackensen e a Dolmann, si sarebbe superato nella ben nota inclinazione alle smargiassate (“Datemi trenta SS e con esse raggiungerò Tivoli. In nome del duce mi metterò alla testa di quelle magnifiche truppe, marcerò su Roma…circonderò ministeri e Villa Savoia, arresterò i membri di casa reale e Badoglio, libererò Mussolini ovunque si trovi e chiederò un mese di pieni poteri. E solo così entro domani a mezzogiorno il fascismo sarà salvato” .( Dolmann 1950 Roma nazista).

Come andrà realmente a finire è cosa arcinota: sarebbe stato imbarcato, munito di una valigetta recante un cambio di indumenti civili,  su un velivolo tedesco destinato a Berlino. Dopo una non breve e quasi umiliante attesa, sarebbe stato ammesso alla presenza del Fuhrer, cui offrì la sua disponibilità a sostituire, dopo averlo abbondantemente sputtanato, il Duce caduto in disgrazia.

Insomma, un Farinacci fino in fondo, che non farà breccia (anzi susciterà ribrezzo, come ha osservato il prof. Gentile) nelle percezioni di Hitler (“avesse tentato con me il tiro che ha fatto in Italia, lo avrei consegnato a d Himmler”).

Gli sviluppi successivi, imprevedibili per le loro dinamiche affidate all’irrazionalità di scenari in disfacimento e quindi incontrollabili, consegneranno ai posteri il solito, insistito timbro caratteriale del guascone. Che, talvolta, sente su di sé l’incombenza di derive difficilmente sormontabili (scrive a Mussolini “Questa notte ho profondamente meditato su tutto ed ho deciso la mia linea di condotta: salvare soltanto la mia famiglia dall’inevitabile catastrofe”), ma che non rinuncia (“Siam tornati”, “Verrà l’ora per tutti!”) a ribadire la ben nota spavalderia. Che l’aveva sempre portato ad incrociare i guanti with higher weights, ma che nella fase agonica del regime restava desolatamente priva di agganci con la realtà e di riscontri fattuali.

L’avvicinarsi del redde rationem porrà il personaggio, ed ancor prima di quasi tutti gli altri gerarchi, nella condizione di dover giustificare l’accumulo di un patrimonio assolutamente incompatibile con qualsiasi documentata spiegazione.

La procedura per la contestazione di illecito arricchimento (per quanto il gerarca dal 1926 non avesse ricoperto incarichi pubblici) era stata avviata ancor prima del collasso della RSI (ed il contenzioso si sarebbe protratto anche ad anni avanzati della  Repubblica).

Con sprezzo della realtà e del ridicolo con Mussolini si sarebbe giustificato: “Ho sempre vissuto con stipendi irrisori, ho cercato sempre di fare il passo secondo la gamba, sono sempre riuscito a non compromettere quel patrimonio morale che mio padre, modesto impiegato dello Stato, mi ha dato.”

Ma siccome l’aggancio ad una rivisitazione della figura dovrebbe essere correlato alla segnalazione dell’evento editoriale e della mostra, sentiamo l’obbligo di rientrare nel solco di una priorità che, non autorizzando quegli eccessivi sconfinamenti da noi praticati, imporrebbe di rimanere sul pezzo motivato dall’illustrazione del catalogo, della mostra e della conferenza.

Che mettono in luce uno dei segmenti centrali della parabola del ras, per mezzo del quale lo stesso acquisirà, in corso d’opera, notorietà e potere, e, nelle temperie successive, richiamerà, probabilmente anche per effetto del crescente peso che la comunicazione acquisirà nei costumi e negli equilibri di potere, un appealing rimarchevole.

Già i maggiori storiografi, che si occuparono nel tempo della genesi  e degli sviluppi del fascismo a Cremona (tra cui le ormai introvabili “Origini del fascismo a Cremona” di Francis J. Demers), furono indotti a sondare uno degli aspetti salienti del farinaccismo. Appunto quella creatura che ne accrebbe la notorietà presso i posteri.

E che, per chi è interessato alla conoscenza della storia alimentata dalle fonti dirette, resta un punto di riferimento per un esauriente e diretto incrocio critico, agevolato dalla possibilità di un comodo accesso on line e senza appoggi ermeneutici.

Le opportunità di acculturazione storica fornite da tale strumento  sono accresciute, da qualche giorno, dalla possibilità di incrociare tale risorsa con il valore aggiunto rappresentato dal recupero delle fonti, dalla mostra e dal catalogo di cui stiamo trattando.

Ne esce una sorta di trasmissione in diretta di notizie attorno ad un pianeta non certamente sconosciuto, che estendono e valorizzano una conoscenza approfondita sia d’importanti fonti documentali sia, si potrebbe azzardare, del back office del maggiore strumento di potere del Ras.

Alla soddisfacente percezione del segmento in trattazione hanno concorso tanto il rigoroso inquadramento del protagonista della conferenza quanto l’autonomo sforzo ermeneutico che ognuno degli interessati deve fare delle motivazioni del salvataggio delle fonti operato dal redattore (forse anche factotum) Renzo Bacchetta.

Renzo Bacchetta non solo motiva ciò che può apparire outing postumo nella mission di cui fu parte (ed a cui, nonostante tutto, mostra di essere stato fedele); ma rivela un inedito spaccato del modus operandi e delle linee-guida che orientavano l’assoluta subalternità operativa e mentale al dominus della testata monopolistica (una suggestione questa accarezzata, con sprezzo del pluralismo, anche dalle successive testate).

Una narrazione quella di  Bacchetta, che lascia poco all’immaginazione dei motivi della sua scelta: (“Ritengo mio dovere, ora che il tempo ha sanato tanti odii e rancori e che attraverso oneste e sincere testimonianze hanno messo in luce da ambo le parti gli errori commessi, tramandare agli italiani d’oggi e a quelli che verranno la reale  figura di Roberto Farinacci, un uomo che fu uno dei principali protagonisti del fascismo dalla nascita fino alla sua disintegrazione…So già che in talune circostanze che rievocherò urterò le convinzioni contro i giudizi dei suoi nemici più che avversari e le convinzioni di chi a quei giudizi credette e crede come rispondenti a sacrosanta verità, come so che in altre circostanze che rievocherò raccoglierò i rimproveri di chi anche di lui fece un mito così come molti fecero di Mussolini”).

Con buona pace di un afflato probabilmente virtuoso il tempo non ha sanato un bel niente in termini di odii e rancori. Sono trascorsi altri sessant’anni da quando il redattore, dopo aver appeso al chiodo la professione giornalistica presso il Regime, si riconvertì in libraio di Via Palestro e lasciò ai posteri la sua testimonianza su accadimenti e su un personaggio visto, come suggerirebbe, Andreotti, da vicino, molto da vicino.

Premesso che è inaccettabile quella larvata compensazione/equivalenza di  errori commessi da ambo le parti funzionale magari a qualche deragliamento su un terreno revisionistico, ma appare evidente l’aspirazione di Renzo Bacchetta ad una pacificazione.

Purtroppo per lui e per il suo alito probabilmente inclinante alla pacificazione, la conoscenza della reale figura di Roberto Farinacci non aiuterebbe a dischiudere quel fecondo snodo di normalità e di radici condivise che una così lunga scansione storica dovrebbe consentire.

La reale figura di Farinacci, alla luce, oltre che dei trascorsi sulla scena politica ed umana, anche dell’approfondimento storico, non si presta in tal senso. Né come figura politica né come giornalista. 

Il Regime fu un buon giornale? Difficile rispondere; anche per la consapevolezza della difficoltà a contemperare parametri valutativi riferiti a canoni qualitativi irrafrontabili.

Se tenessimo conto dei volumi di diffusione, si dovrebbe concludere che si trattò di un’impresa editoriale commercialmente fortunata e foriera di indotti politici di una certa importanza.

Merito del patron? In larga parte, sicuramente sì. Anche se sappiamo bene che il rating dipendeva da una pluralità di fattori.

Illuminante, da questo punto di vista, è l’attenta osservazione dell’immagine fotografica che riprende la foto di famiglia, ma non solo.

Vi compaiono, anche se in evidente ruolo comprimario, i componenti la macchina del giornale, ma soprattutto, a fianco del Segretario del PNF Starace, la créme della gerarchia. Ovviamente, il Ras attorniato dall’establishment istituzionale. E Varenna, ritenuto in una percezione superficiale il manager del gruppo editoriale, ma che fu l’artefice degli snodi affaristici e delle relazioni di Farinacci con il mondo finanziario ed imprenditoriale.

Quanto allo specifico profilo giornalistico, non possiamo vincere quel senso di repulsione che non può non suscitare in comuni mortali il contatto con quella sua strafottente definizione del corpo redazionale (nonostante che lo stesso obbedisse rigorosamente agli ordini e scrivesse gli articoli da lui firmati) “Quei quattro fessi che messi insieme fanno il giornale”.

Già la stessa perentorietà dell’abituale “si faccia un articolo di fondo”, indirizzato a sherpa e ghostwriter che dovevano sobbarcarsi la composizione degli editoriali, senza potersene attribuire la paternità, costituisce un aggravante almeno dal punto di vista deontologico. Anche se non possiamo escludere che nei contesti contemporanei ed attuali altri direttori costumino abbozzare la traccia ed affidare la stesura a qualche collaboratore.

In qualche modo doveva, a dispetto del tratto arrogante ed irriguardoso, averli motivati e risarciti (nelle ultime volontà avrebbe destinato il ricavato del patrimonio editoriale e l’argent de poche consegnato prima della fucilazione alle maestranze del Regime e di Cremona Nuova) se Bacchetta, a distanza di anni, sente l’impulso di “tramandare… la reale  figura di Roberto Farinacci”.                              

L’apprezzatissimo oratore prof Gentile (che amabilmente ha accettato di autografare il volume e di fornire al pubblico delucidazioni on demand), ha iscritto Farinacci nella fattispecie delle grandi figure che, tra il 19° e l’inizio del 20°, caratterizzeranno con il loro pensiero e la loro testimonianza i fermenti politici e culturali di una città come Cremona di modeste dimensioni ma capace di proiettarsi in un cono di notorietà per l’originalità e la statura dei contributi di Bonomelli, Bissolati, Sacchi, Ghisleri, Miglioli.

Ovviamente, il professor Gentile, che peraltro ha espresso un elogio alla bellezza ed alla vivacità culturale (dimostrata da iniziative come quella presentata nel corso della mattinata) della Città si riferiva non alla grandezza equivalente di tutti profili, bensì allo stupefacente combinato di notorietà e di potere, acquisito da una figura comprimaria come Farinacci. Trainata su quel gradino del podio solo dall’abilità manovriera di ottimizzare a proprio vantaggio tutti gli interstizi di una stagione che premiò soprattutto gli avventurismi.

In condizioni normali l’onorevole Tettoia, come venne bollato dagli avversari, sarebbe restato nei ranghi dell’esercizio ferroviario. Avrebbe, forse, acquisito da studente-lavoratore una laurea (ma senza plagiare la tesi messa a disposizione dal conterraneo e sodale prof. Groppali, che poi avrebbe epurato e tradito). Avrebbe condotto una normale esistenza a fianco della impalmata figlia del pasticciere socialista. Sarebbe stato orgoglioso del matrimonio della figlia con un farmacista qualunque.

Ma, come ben si sa, gli sviluppi esistenziali del Ras non sarebbero stati questi.

Non avrebbe scalzato Mussolini nel ruolo di Duce (risparmiando probabilmente una dose aggiuntiva di danni alle tragedie provocate dal ventennio); ma il fatto stesso di essere stato, come si dice oggi, l’anti-duce ed in predicato per sostituirlo stabilisce effettivamente, come suggerisce la riflessione del prof. Gentile, l’elevato rating di un self made man. Indubbiamente abile nel percepire, ovviamente nel contesto dato, l’importanza della comunicazione e la conseguente determinazione nel controllarla.

Ma anche l’importanza del rapporto sussidiario con i corpi sociali intermedi. Fino al punto, come nel caso dell’associazionismo categoriale agrario, non già di controllarlo, ma addirittura di metabolizzarlo nel sistema di potere personale.

Come, d’altro lato, avrebbe fatto sul versante del potere editoriale, scalato attraverso sedicenti atti di volontaria (sic!) donazione e controllato totalitariamente (salvo un’infinitesimale compartecipazione riconosciuta alla segretaria/manutengola).

Questi perni del potere proietteranno l’intraprendenza del Ras in una dimensione quasi senza limiti. Sul versante, ad esempio, della rigenerazione urbana (che ha comportato, come ha considerato l’arch. De Crecchio in una recente conferenza storica, colossali distruzioni di preesistenze) e del tentativo di una certa innovazione in campo industriale.

Questa (per l’interessato, s’intende) fortunata traiettoria può suggerire (ovviamente solo dal punto di vista della percezione delle dinamiche di un ascensore capace di attivare così rapide e forse facili elevazioni di rango sociale) qualche analogia con le modalità di conseguimento delle leadership nei contesti attuali.

Pur comprendendo l’apprezzabile senso di  precauzionalità donde discende,  riteniamo, infine, una benevola riserva sulla chiosa del direttore Campagnolo relativamente ai pericoli di strumentalizzazione di un’iniziativa che per quanto ci riguarda ha scritto una bella pagina nella vita civile e culturale di Cremona.

Se ci è consentito, siamo convinti che il pensiero critico e le coscienze civili reggono sulla conoscenza e sulla verità storica. Non ci può essere conclamata verità in assenza di riscontri documentali.

L’indagine storiografica, nei tempi attuali, si avvale di ausili strumentali molto efficaci e, pare, susciti, impulsi virtuosi (come la donazione del fondo Bacchetta) che costituiscono il profilo popolare della salvaguardia delle fonti.

Ha funzionato, in questo caso, con l’iniziativa su Il Regime Fascista. Ha funzionato molto bene anche nel caso dell’ottimo lavoro su Villa Merli della giornalista Barbara Caffi. Ed in altri casi, forse di minore importanza; ma che concorrono, anche attraverso l’impegno di due valide istituzioni come la Biblioteca Statale e l’Archivio di Stato, al convincimento di una certa vivacità culturale di Cremona.

Glossa relativa al supporto iconografico.

Si tratta di una cartolina postale “viaggiata”, come dicono i collezionisti, il 14.1.23 da Cremona a Piacenza. Fatto questo che non costituisce il lato più importante del reperto.

La cartolina, invece, rivela un inaspettato, per gli standards dell’epoca, di assoluto impulso modernizzatore. Rappresentato dall’affidamento di una funzione influencer ad una normale corrispondenza postale. Fatto questo che denota una certa propensione alla ricerca di innovativi canali propagandistici.

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