Lunedì, 06 dicembre 2021 - ore 16.06

L’ECOPolitica Il 4/12: No more excuses!

Ci apprestiamo a scrivere cose che non piaceranno a tutti. Ameremmo essere piacioni (nel senso di incontrare il consenso di tutti coloro cui le nostre riflessioni vengono sottoposte).

| Scritto da Redazione
L’ECOPolitica  Il 4/12: No more excuses!

Ma, sin dal rilancio della testata fondata da Bissolati e diretta, nell’era contemporanea, da Zanoni, abbiamo scelto come sicurvia della nostra testimonianza l’indefettibile aderenza al pensiero critico. D’altro lato, siamo (rispetto all’attuale demarcazione dei campi della politica) degli “apolidi”. E, poi, come suggerirebbe il filosofo veneziano Cacciari, siamo già ricchi (spiritualmente, s’intende!) di nostro.

Senza essere snobs, francamente ci schifa la sola idea di scendere nella stessa arena di confronto con interlocutori che praticano, rispetto a noi, altri linguaggi e per ben altre finalità.

Non c’è nessun “Hannibal ante portas”. Tra qualche giorno gli italiani saranno solo parte attiva, come prevede la vigente Carta, di un “tagliando” operato alla legge per eccellenza della Repubblica. La legge che, settant’anni fa, ne ha definito il programma di fondo (parte prima) e delineato i meccanismi (parte seconda).

Non è la prima volta e non sarà neppure l’ultima.

Dovremmo, ogniqualvolta ci apprestiamo al confronto sui format dell’esercizio dell’azione pubblica, tener ben presente il monito di Roosvelt “La democrazia non può permettersi il lusso di non governare”.

Facciamo di questa ineludibile citazione l’incipit delle riflessioni, con cui esaminiamo le ultime battute di quella che, nata come uno dei cardini dell’annunciato riformismo del giovane leader/premier, è negli ultimi mesi diventata una battaglia per la vita. Tra due opposte visioni della stagione politico-governativa e tra due opposte prospettive di sopravvivenza o di soccombenza dei fronti schierati.

Ci riferiamo tanto all’intero percorso legislativo della Legge Renzi/Boschi quanto al crocevia del 4 dicembre; passaggio obbligato della punzonatura popolare.

Diciamo subito che, a prescindere dalla condivisione ovvero dal rigetto delle linee che incardinano i cambiamenti nel riassetto degli organi legislativi e nelle modalità della loro elezione, mai nel passato dei quasi settant’anni che ci dividono dalla promulgazione della carta costituzionale, un così impegnativo disegno di riforma approdò a tale stato di avanzamento.

Aggiungiamo, ancor prima, che, quand’anche fossimo coevi e di massima portatori della stessa cultura politica, difficilmente parteciperemmo alla Leopolda o ci iscriveremmo al Partito, la cui leadership “il fiorentino” ha acquisito per il getto della spugna del competitor. Cosa che ci fa, ancora adesso, stimare uno spreco il “diritto di tribuna” di 10 euro messo sul tavolino, come condizione (accessoria) per votare contro Renzi (non già per Cuperlo).

E, per essere franchi fino in fondo,…un’allucinazione la percezione del progetto di leadership di Cuperlo e, prima di lui, di Bersani. Nei cui confronti, anche se ne sta facendo peggio di Bertoldo, non riesco ad essere definitivamente severo.

Oddio, già in corso d’opera (le prime primarie e la campagna elettorale del 2013, quella della non vittoria, per intenderci) si sarebbe potuto (anche senza ricorrere alla malevolenza) capire che Jim di Bettola non possedeva quel know how (da noi fortemente agognato, al limite della mission impossible) con cui suturare le ferite, inferte alla sinistra italiana (ad opera di quei giganti che rispondono al nome di Occhetto, di D’Alema, di Veltroni), con cui allestire un progetto di cambiamento del sistema-paese e con cui, infine, traghettare l’Italia nel novero effettivo della cultura di governo europea.

Lucciole per lanterne! Siamo stati ingannati dalla bonomia del “piacentino di montagna” (par condicio semantica col “fiorentino”), dal cursus honorum di governatore della regione riformista per eccellenza, dal palmares di pragmatico illuminato conquistato più sul campo della narrazione che su quello dell’effettiva correlazione (tra “liberalizzazioni” e cultura riformista).

Sia quel che sia, nel 2013 il PD di Bersani (e con le liste bloccate del Porcellum, dichiarato incostituzionale) prese il 25%, la coalizione il 29, ottenendo il 55% dei seggi alla Camera e mancando per pochi voti la maggioranza anche al Senato.

Non sarebbe stato obbligatorio rivolgersi ai bookmakers di Londra per capire che, con la squadra di guru e colonnelli (che ogni giorno faceva proprio di tutto per sfarinare una vittoria nelle possibilità anche dei portatori di handicap), bene che andasse ci si doveva accontentare della “non vittoria”. O di quel no contest, che qualche mese dopo l’autore dell’impresa avrebbe attribuito al destino cinico e baro, tutt’al più all’inconsiderato gesto con cui una parte, più o meno consistente del bacino di raccolta post-comunista, si sarebbe fatta irretire dall’appealing del comico genovese.

Cosi almeno (confidò al popolo dell’Unità del Parco delle ex Colonie Padane) gli avevano confidato i vicini di casa (di Bettola, si presume), i tassisti, le persone occasionalmente incrociate e rivelatesi ex post pentite del gesto elettorale inconsulto.

I fatti sono fatti (qualche volta) e (molto spesso) narrazione. Il segretario del PD si orientava verso una narrazione, alla quale sarebbe rimasto abbarbicato dal momento della elaborazione della sconfitta e lungo tutti gli sviluppi successivi fino a giungere alla campagna referendaria.

Aveva cominciato dall’assurda idea di mettere, il 3 marzo 2013, da premier incaricato, i Grillini con le spalle al muro. Per di più, come è facile ricordare, in streaming.

Il gruppo di neoeletti ragazzotti penta-stellati, in realtà, stava mettendo lui di fronte al pericolo di amplificazione del senso di horror vacui et dignitatis e l’incerta tattica post-elettorale su un binario morto o nella condizione di subire le conseguenze del gioco tra il gatto ed il topo (inutile precisare chi fosse il topo).

D’altro lato, è ormai del tutto evidente l’ancoraggio di quella tattica alla lettura secondo cui l’apparato teorico-pratico grillino sarebbe una variante (ancorché volta ad intercettare l’ondata ribellistica) del pensiero della sinistra.

Quindi, non già (come in effetti è) un aggregato di suggestioni che rendono il movimento pentastellato il vero interprete del populismo italiano (con venature fascistoidi), bensì un potenziale alleato in vista di scenari, oscillanti tra l’effettivo incapsulamento in alleanze organiche o, male che sarebbe stato, in una sussidiarietà. Suscettibile di farlo emancipare a ruolo di testimonianza radicale ma impiegabile nelle fisiologiche parlamentari e governative.

D’altro lato, che tale fossero (e sia, atteso che anche qui a Cremona, all’unisono con Corada, l’ha ribadito con una certa venatura di gratitudine verso un movimento che ha fatto da diga al dilagante populismo) la tattica post-elettorale è fuori discussione.

Insomma, se la missione, di cui l’incontro in streaming è stata fedele immagine, fosse andata in porto, Bersani si sarebbe trovato a condurre una coalizione, autosufficiente alla Camera e tributaria di appoggi raccogliticci (SEL, indennizzato con la Presidenza di Montecitorio) e della benevolenza sottotraccia dei 5 Stelle.

Come andò a finire è cosa nota.

Come è altrettanto nota l’impraticabilità dell’opzione di riserva, rappresentata dal Patto del Nazareno e posta sotto la conduzione di Letta. Che, ancor più di Bersani, costituiva il massimo lato impresentabile della continuità del PD come fase suprema della convergenza catto-comunista (versione seconda repubblica).

Renzi, sin dall’inizio, ha rappresentato la negazione del “contratto sociale” discendente dal compromesso fra post comunisti e post-democristiani ed indirizzato, nei contesti della transizione, alla sopravvivenza della balena bianca e della ditta rossa ed alla perpetuazione della nomenclatura. La leadership di Renzi ha segnato una forte discontinuità e potenzialmente apre per il PD la prospettiva di orientare l’area del centro-sinistra verso la cultura politica europea ed occidentale.

Non possiamo non considerare che il baricentro della sua politica ha propri perni nel terreno del realismo: le forze che si ispirano alla socialdemocrazia non hanno nessuna probabilità di autosufficienza se non pensano di correlare il pensiero della giustizia sociale a quell’efficientamento dell’azione pubblica in grado di allearle naturalmente all’area moderata.

Il sistema-Italia ha, a differenza degli altri paesi europei genericamente accomunati dalle criticità dello scenario dell’ultimo decennio, un problema in più: una macchina dello Stato adatta a temperie e a contesti clamorosamente superati.

Tale inadeguatezza, che arrischia di porre l’Italia, più di quanto già non sia, al di fuori delle posizioni di testa dei paesi che tentano la resilienza da guai prodotti dal combinato della globalizzazione e del moto di ribellione, che planetariamente sta ingrossando le pulsioni populistiche, appare vistosamente amplificata dall’incapacità della politica a tenere il ritmo dei cambiamenti in corso.

In ragione di ciò il sistema arranca più di altri; perché zavorrato da una forma dello Stato immaginata in uno senario i cui connotati evolutivi erano imprevedibili.

Dopo le tante parole spese (anche se non sempre con intenti fecondi), non ci sarebbe molto da aggiungere sul versante delle ragioni che militano a favore di una profonda (molto più profonda delle Legge Renzi/Boschi!).

Renzi è un leader non incasellabile in dottrine o scuole di pensiero.

Lo si deduce dall’offerta politica, che ha tutto, tranne che le caratteristiche del pensiero politico strutturato (un tempo si sarebbe parlato di ideologia).

Ma anche a questo quel che resta della sinistra italiana dovrà abituarsi!

Consapevolezze indotte dal realismo e progetti fortemente pragmatici.

E’ quel che sta facendo. Commette qualche errore; specie quando carica alcuni provvedimenti (jobs act) di eccessivi valori simbolici. Di tanto in tanto fa delle pestate. Nella scelta dei collaboratori di governo come nelle procedure attuative delle leggi approvate.

Quel che è vero è che ci si accorge del passaggio di mano.

All’interno e nello scenario comunitario; in cui la posizione italiana non è più marginale, ma viene percepita come una risposta di valenza comunitaria.

Il perno fondamentale di questa stagione è rappresentato inequivocabilmente dalla priorità riconosciuta alla riforma dello Stato.

Una mission, implicita nella sollecitudine degli ultimi anni della presidenza Napolitano e nel mandato a costituire il governo.

Così Sabino Cassese l’ha sinteticamente definita: “Si apre un grande cantiere che riguarda l’assetto centrale dello Stato, la sua distribuzione sul territorio, gli enti periferici, i processi di decisione e le semplificazioni, la prevenzione della corruzione, pubblicità e trasparenza, le conferenze dei servizi, le forze di polizia, l’ordinamento sportivo, gli enti di ricerca, le società pubbliche, i servizi pubblici locali, i concorsi pubblici, il codice dell’amministrazione digitale”

In tutto ciò l’efficientamento del potere per eccellenza, quello legislativo, rappresenta la condicio sine qua non per la ripartenza dell’azione pubblica.

Sapremo dai risultati referendari la rispondenza del Paese a petto di queste consapevolezze e di questa testimonianza riformista. A spanne, però, ci sembra di cogliere una diffusa mancanza di un profondo sentimento collettivo di appartenenza e di destino, indispensabili per l’esistenza della democrazia, per la sua capacità di affrontare i compiti difficili, per riconoscersi in un’impresa comune.

E così tanto per sdrammatizzare, il ragionamento si rifugia in una digressione da cine-filo e prende in prestito una metafora dal Pesce innamorato di Pieraccioni. Che nella pellicola ha una mamma che in cima ai desideri pone la vasca per l’idromassaggio ed il ping (g dolce)-pong (g dolce). Trasognata anticipa i ritmi della racchetta: e patapi e patapa, e patapi e patapa. Praticamente all’infinito.

Esattamente come i ritmi della doppia lettura del bicameralismo paritario: e patapi e patapa.

Solo così la Costituzione più bella del mondo sarebbe salva!

Assurda affermazione che malcela la pretesa di detenere arbitrariamente il potere di veto sia sugli equilibri politico-parlamentari sia su qualsiasi progetto di riformare parti più o meno significative dell’ordinamento (nell’intento di preservare una posizione che è stata di rendita e che si è snodata per la gran parte di questi settant’anni).

Noi che abbiamo conosciuto, oltre che la bella politica, anche le sue varianti di sangue e merda, ci troviamo decisamente smarriti di fronte a questa campagna referendaria!

In cui fa la voce grossa il fronte della conservazione. Si potrebbe azzardare che il morto le tenta tutte per trascinare giù il vivo.

La gerontocrazia contro le nuove generazioni!

L’accusa rivolta a Renzi di aver voluto personalizzare il confronto viola qualsiasi parametro della moderna liberaldemocrazia; in cui dovrebbero essere costanti e coerenti i principi di comportamento della leadership/premiership. Chiarezza di programmi e trasparenza di esposizione. In Italia, invece, si vorrebbe una testimonianza a minimo sindacale (per perpetuare, ben oltre il finto maggioritario, la pratica consociativa)

Qualcuno sostiene che il tracotante azzardo di Renzi di legare la propria sorte di leader e di premier all’esito del voto referendario sia stato un errore. Noi la pensiamo esattamente al contrario. Renzi si è comportato come fanno i moderni leader politici della civiltà liberal-democratica. Fece così De Gaulle alla fine degli anni sessanta. E, si parva licet, fece così Craxi legando le sue sorti di capo del governo al risultato del referendum della scala mobile. Evidentemente ai tutori della carta più bella del mondo va più a genio un leader anatra zoppa, da ricattare e cuocere a fuoco lento.

Decisamente un film che ci sembra di aver già visto e che avremmo sperato fosse stato tolto dal circuito distributivo. Ma tant’è; è ridiscesa in pista una crociata animata sia da un parterre di relegati nell’oblio sia un composito fronte tenuto insieme più dall’impulso irrazionale ad osteggiare che non dalla motivazione della sostanza del dissenso.

A tale canone di irrilevanza delle ragioni dei contenuti rispetto alla priorità del motto “Delendus Renzi!” fornisce una sistemazione teorica il padre del Commissario Montalbano (che insieme alle ricchissime royalties l’ha fatto diventare anche padre della sinistra radicalissima). Il suo lapidario endorsement è stato: “Il referendum mi sembra un gigantesco diversivo per realizzare un altro disegno. Quale, mi sfugge; ma c’è”.

Su tale linea, d’altro lato, si sono attestate ampie frange del No cremonese. Che hanno avuto la loro bella chance di rimuovere la polvere dell’oblio, di incardinarsi una second life politica, di regolare i conti per vecchi risentimenti.

Emeriti parlamentari hanno denunciato la limitatezza del risparmio della spesa pubblica, ma hanno omesso che ad incrementarla c’è anche il loro vitalizio. Hanno paventato la commissione di brogli nel voto degli italiani all’estero, ma hanno omesso di menzionare che quello strampalato riconoscimento fu il frutto di un lavoro sinergico tra il PDS ed il ministro, già ultima raffica di Salò.

Pietro Nenni ammoniva a fare politica coi sentimenti non già con i risentimenti.

Ma ci pare di trovare nelle testimonianze del No cremonese più i secondi che i primi.

Come non citare Salvati, quando considera: “Un referendum è l’occasione ideale per coalizzare contro forze eterogenee che mai potrebbero convergere su una riforma alternativa e il cui scopo è di disassare l’attuale coalizione di governo e rottamare un leader/premier il cui profilo, decisionista (come si disse di Craxi), costituisce il peggio del peggio per i convincimenti di chi è privo, in parte o in toto, di cultura di governo ed è, come Giolitti e Mussolini, assolutamente convinto che “governare gli italiani più che difficile è inutile”

Per rinvenire tracce della dura ostilità che oggi D’Alema riserva a Renzi occorre riandare a quella che Berlinguer dispensò a Craxi. Anche nelle forme e nei contenuti. Craxi aveva operato la “mutazione genetica” del socialismo italiano come oggi Renzi sta cancellando il profilo di sinistra del PD.

Ascoltare gli argomenti degli altri ed accettare la prospettiva di tenerne conto nella formulazione di una sintesi frutto di un bilancio tra aspetti positivi e rilievi critici.

Siamo certi dell’ineludibilità, in questo momento di svolta della storia del nostro Paese, di un cambio di passo nell’impostazione della forma dello Stato, per rendere più efficiente la vita delle Istituzioni e del sistema Italia. Non escludiamo che la legge Renzi-Boschi contenga limiti e contraddizioni. Ma ce ne facciamo una ragione, facendo premio su un giudizio non indulgente ma realistico.

E.V. 

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