Martedì, 25 giugno 2019 - ore 05.23

Proteste in Venezuela. Amnesty: "Assenza di giustizia per le gravi violazioni"

Via libera per ulteriore violenza

| Scritto da Redazione
Proteste in Venezuela. Amnesty:

L’assenza di indagini adeguate e di procedimenti giudiziari per i responsabili della morte di 43 persone e il ferimento e la tortura di altre centinaia durante le proteste del 2014 in Venezuela sta di fatto dando il segnale di via libera per ulteriori abusi e violenze.

Lo ha dichiarato Amnesty International in un rapporto diffuso oggi, intitolato “I volti dell’impunità. Un anno dopo le proteste, le vittime attendono ancora giustizia”. Il rapporto passa in rassegna i casi delle persone morte o arbitrariamente arrestate e poi torturate in carcere durante e dopo le proteste che sconvolsero il Venezuela tra febbraio e luglio del 2014.Tra i morti e i feriti vi furono manifestanti, passanti e membri delle forze di sicurezza. Alcuni imputati sono ancora detenuti in attesa di processo.

“In Venezuela le persone dovrebbero poter manifestare senza paura di perdere la vita o essere illegalmente arrestate” – ha dichiarato Erika Guevara Rosas, direttrice del programma Americhe di Amnesty International. “Ogni giorno che passa senza affrontare la lunga serie di violazioni dei diritti umani che ebbe luogo durante le proteste è un altro giorno di profonda ingiustizia per le vittime e le loro famiglie. Tutto ciò deve cessare” – ha aggiunto Guevara Rosas.

Nel corso delle proteste vennero arrestate 3351 persone, gran parte delle quali in modo arbitrario. Nella maggior parte dei casi, furono rilasciate senza accusa ma 1404 rischiano ancora di essere incriminate e 25 sono in carcere in attesa del processo.

Amnesty International ha esaminato i fascicoli di cinque persone detenute in attesa di giudizio giungendo alla conclusione che la loro incarcerazione è arbitraria. Due di loro, in seguito, sono state rilasciate in attesa del processo.

Secondo le prove raccolte da Amnesty International, le forze di polizia permisero ai gruppi armati filo-governativi di attaccare manifestanti e passanti e persino di entrare illegalmente nelle abitazioni private, anche con le armi in pugno.

Guillermo Sánchez morì dopo essere stato picchiato e raggiunto da colpi di arma da fuoco ad opera di un gruppo armato filo-governativo, nella città di La Isabelica (stato di Valencia), nel marzo 2014. Sua moglie, Ghina Rodríguez, ha dovuto lasciare il paese insieme ai due fogli dopo aver ricevuto minacce di morte, solo per aver chiesto giustizia. I responsabili della morte di Guillermo Sánchez devono ancora rispondere alla giustizia. Anche i familiari e gli avvocati di altre vittime hanno denunciato di aver subito minacce e intimidazioni dopo aver intrapreso campagne per chiedere giustizia e riparazione. Difensori dei diritti umani che avevano denunciato gravi violazioni dei diritti umani sono stati a loro volta aggrediti.

L’eccessivo uso della forza nei confronti di manifestanti e gli arresti arbitrari sono proseguiti anche dopo la fine delle proteste. Il 14 febbraio 2015 un ragazzo di 14 anni è stato ucciso dalla polizia a Táchira e cinque giorni dopo Antonio Ledezma, sindaco di Caracas, è stato arrestato in circostanze dubbie.

Invece di affrontare il problema, alla fine del gennaio 2015 il ministro della Difesa ha emesso una circolare che consente l’impiego di tutte le unità delle forze armate in operazioni di ordine pubblico, compresa la gestione dell’ordine pubblico nel corso delle manifestazioni e l’uso delle armi da fuoco in tale contesto.

“L’uso della forza sproporzionata e non necessaria è esattamente ciò che ha esacerbato la scia di tragici eventi dello scorso anno. Invece di gettare benzina sul fuoco autorizzando l’esercito a scendere in strada, le autorità venezuelane dovrebbero dire a chiare lettere che l’uso della forza eccessiva non sarà tollerato” – ha commentato Guevara Rosas.

Uccisioni e ferimenti durante le proteste

Il rapporto di Amnesty International documenta gli eventi del febbraio 2014, quando migliaia di manifestanti anti-governativi scesero in strada. Morirono 43 persone, tra cui otto agenti delle forze di sicurezza, e vi furono 878 feriti, circa 300 dei quali tra le forze di sicurezza. Mettendo a confronto le testimonianze delle vittime con le prove fornite dalle immagini, Amnesty International ha concluso che le forze di sicurezza picchiarono, torturarono e persino colpirono con proiettili veri i manifestanti.

Torture e maltrattamenti in stato di detenzione Amnesty International ha documentato numerosi casi di detenuti sottoposti a torture e maltrattamenti tra cui pestaggi, bruciature, abusi sessuali, asfissia, scariche elettriche e minacce di morte. Il 27 febbraio 2014 a La Grita (stato di Táchira) Wuaddy Moreno stava tornando a casa dopo una festa di compleanno quando venne arrestato perché sospettato di aver preso parte alle proteste. Agenti di polizia lo picchiarono e lo ustionarono, poi lo portarono in questura per rilasciarlo poco dopo senza alcuna accusa. I responsabili del suo trattamento sono ancora in servizio e hanno rivolto minacce e intimidazioni tanto a Wuaddy quanto ai suoi familiari che chiedono giustizia.

Migliaia di arresti

Tra coloro che sono ancora in carcere, figurano Leopoldo López, leader dell’opposizione, Daniel Ceballos, sindaco di San Cristóbal (stato di Táchira) e Rosmita Mantilla, attivista per i diritti delle persone lesbiche, gay, bisessuali, transgender e intersessuate. Amnesty International continua a sollecitare il loro rilascio.

Due persone arrestate arbitrariamente lo scorso anno sono state recentemente rilasciate. Si tratta dell’avvocato Marcelo Crovato, posto agli arresti domiciliari il 25 febbraio, e di Christian Holdack, rimesso in libertà su cauzione il 17 marzo.

Indagini

Nella maggior parte dei casi, i responsabili delle violazioni dei diritti umani non sono stati portati di fronte alla giustizia. L’ufficio del procuratore generale ha indagato su 238 denunce di violazione dei diritti umani e solo in 13 casi sono seguite incriminazioni.

Inoltre, secondo l’ufficio del pubblico ministero, 30 agenti di polizia sono stati incriminati per la morte di manifestanti, l’uso della forza eccessiva nonché per torture e maltrattamenti. Finora, tre di essi sono stati condannati per maltrattamenti e altri 14 sono stati posti in detenzione È stato spiccato un mandato d’arresto nei confronti di un ulteriore agente che però non risulta sia stato ancora arrestato. I restanti 12 sono stati posti in libertà condizionata.

Fonte: Amnesty International

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