ADÈSS BAASTA Corteo cittadino — sabato 7 novembre, Cremona.
Percepiamo ogni giorno, nei nostri circoli, la fatica delle persone nell’arrivare a fine mese, nel liberarsi dell'ansia per guerre di cui non si vede la fine, per la difficoltà di immaginare un futuro che non sia il peggioramento del presente. E percepiamo forte anche la paura di parlare: un dissenso — anche quello pacifico, quello di un cartellone in mano — viene gestito come un problema di ordine pubblico. Pensiamo quindi che in questo momento non sia in discussione solo il nostro diritto la nostra protesta, ma il diritto di tutte e tutti a prendere parola.
Oggi, nel 2026, non siamo davanti solo ad una somma di crisi.
Siamo dentro un cambio d'epoca.
Guerra, disuguaglianze, precarietà, crisi climatica, impoverimento della democrazia non sono emergenze separate: si alimentano a vicenda. La guerra non è solo un conflitto armato, è diventata un linguaggio, un criterio di governo, un modo di decidere dove mettere i soldi, la ricerca, l'economia, l'immaginario del futuro. E la paura diventa il modo più rapido per trasformare ogni problema in un nemico: chi migra, chi è povero, chi manifesta, chi fa cultura critica, chi difende l'ambiente, i femminismi, le soggettività LGBTQIA+.
Noi crediamo che nulla di questo sia inevitabile.
Da quasi settant'anni Arci e l'associazionismo popolare che rappresenta ha scelto di essere libero, autonomo, mutualistico e organizzato: oggi - come ieri - quella scelta significa trasformare la paura in relazione, la solitudine in comunità, l'indignazione in organizzazione, la protesta in partecipazione.
Vogliamo costruire un futuro di pace che non significa neutralità.
Significa rifiutare che guerra, riarmo, lavoro povero, restringimento degli spazi democratici e arretramento dei diritti siano l'unico orizzonte possibile. Perché la sicurezza di cui abbiamo bisogno non è quella dei controlli e delle zone rosse, ma è giustizia sociale: salari dignitosi, sanità accessibile e scuola pubbliche, casa, welfare, spazi civici.
E allora le ragioni del corteo sono le nostre ragioni quotidiane.
Concentramento ore 14 all'ex Foro Boario (parcheggio via Mantova), partenza ore 15.
Arci Cremona – insieme ai suoi circoli - aderisce e sostiene il corteo di sabato 7 novembre.
Scendiamo in piazza perché la nostra rete è fatta di persone che vivono in territori e in una società sempre più sotto scacco. Scendiamo in piazza perché non possiamo farne a meno, perché le persone che vivono i nostri spazi, le nostre socie e i nostri soci non stanno fuori dalla crisi: ci sono dentro. Sono le nostre amiche e i nostri amici, i nostri ragazzi, le famiglie che attraversano i circoli.
Arci Cremona – insieme ai suoi circoli - aderisce e sostiene il corteo di sabato 7 novembre.
Scendiamo in piazza perché la nostra rete è fatta di persone che vivono in territori e in una società sempre più sotto scacco. Scendiamo in piazza perché non possiamo farne a meno, perché le persone che vivono i nostri spazi, le nostre socie e i nostri soci non stanno fuori dalla crisi: ci sono dentro. Sono le nostre amiche e i nostri amici, i nostri ragazzi, le famiglie che attraversano i circoli.
Percepiamo ogni giorno, nei nostri circoli, la fatica delle persone nell’arrivare a fine mese, nel liberarsi dell'ansia per guerre di cui non si vede la fine, per la difficoltà di immaginare un futuro che non sia il peggioramento del presente. E percepiamo forte anche la paura di parlare: un dissenso — anche quello pacifico, quello di un cartellone in mano — viene gestito come un problema di ordine pubblico. Pensiamo quindi che in questo momento non sia in discussione solo il nostro diritto la nostra protesta, ma il diritto di tutte e tutti a prendere parola.
Oggi, nel 2026, non siamo davanti solo ad una somma di crisi.
Siamo dentro un cambio d'epoca.
Guerra, disuguaglianze, precarietà, crisi climatica, impoverimento della democrazia non sono emergenze separate: si alimentano a vicenda. La guerra non è solo un conflitto armato, è diventata un linguaggio, un criterio di governo, un modo di decidere dove mettere i soldi, la ricerca, l'economia, l'immaginario del futuro. E la paura diventa il modo più rapido per trasformare ogni problema in un nemico: chi migra, chi è povero, chi manifesta, chi fa cultura critica, chi difende l'ambiente, i femminismi, le soggettività LGBTQIA+.
Noi crediamo che nulla di questo sia inevitabile.
Da quasi settant'anni Arci e l'associazionismo popolare che rappresenta ha scelto di essere libero, autonomo, mutualistico e organizzato: oggi - come ieri - quella scelta significa trasformare la paura in relazione, la solitudine in comunità, l'indignazione in organizzazione, la protesta in partecipazione.
Vogliamo costruire un futuro di pace che non significa neutralità.
Significa rifiutare che guerra, riarmo, lavoro povero, restringimento degli spazi democratici e arretramento dei diritti siano l'unico orizzonte possibile. Perché la sicurezza di cui abbiamo bisogno non è quella dei controlli e delle zone rosse, ma è giustizia sociale: salari dignitosi, sanità accessibile e scuola pubbliche, casa, welfare, spazi civici.
E allora le ragioni del corteo sono le nostre ragioni quotidiane.
Il carburante ha superato i 2 euro al litro, la spesa costa sempre di più, gli stipendi perdono potere d'acquisto, le persone (soprattutto le più giovani) non sanno come uscirne. Ed in fondo a tutto ciò, ci aspetta un inverno di bollette stellari.
Intanto il Governo di Giorgia Meloni finanzia le guerre che fanno lievitare energia e carburanti, taglia i fondi alla sanità pubblica a vantaggio della privata rendendo un privilegio essere curate in tempi accettabili, taglia cattedre e finanzia le scuole paritarie. Le poche riforme sembrano pensate solo per il proprio bacino elettorale e nessuno parla seriamente di tassare gli extraprofitti degli speculatori.
Quindi ora basta. Ades Basta.
Il 30 ottobre e il 20 novembre il Paese si ferma con due giornate di sciopero generale. Da settimane a Sud autotrasportatori e agricoltori bloccano strade e raffinerie, a Nord studenti e movimenti spontanei protestano. Non siamo soli. Anche a Cremona, sabato, questo dissenso prende finalmente la forma di un corteo cittadino: studenti, lavoratori, disoccupati, pensionati, associazioni e movimenti che rifiutano lo scontro fra generazioni e fra categorie, perché chi è sfruttato e chi sfrutta sono due cose diverse e vale la pena tornare a dirlo.
Il nostro modo di stare in piazza è parte del messaggio.
Ci prendiamo cura dei linguaggi che usiamo, dei corpi più esposti, di chi partecipa a una manifestazione per la prima volta. Non rispondiamo alla violenza con la violenza e non accettiamo che la paura venga strumentalizzata per dirci che stare in piazza è pericoloso. Per questo il corteo di sabato è di tutte e tutti: chi è già con noi e chi finora non ha trovato un posto dove stare.
Contro il carovita, per salari dignitosi, per la sanità e la scuola pubbliche, per i soldi spesi per la gente e non per le armi.
Intanto il Governo di Giorgia Meloni finanzia le guerre che fanno lievitare energia e carburanti, taglia i fondi alla sanità pubblica a vantaggio della privata rendendo un privilegio essere curate in tempi accettabili, taglia cattedre e finanzia le scuole paritarie. Le poche riforme sembrano pensate solo per il proprio bacino elettorale e nessuno parla seriamente di tassare gli extraprofitti degli speculatori.
Quindi ora basta. Ades Basta.
Il 30 ottobre e il 20 novembre il Paese si ferma con due giornate di sciopero generale. Da settimane a Sud autotrasportatori e agricoltori bloccano strade e raffinerie, a Nord studenti e movimenti spontanei protestano. Non siamo soli. Anche a Cremona, sabato, questo dissenso prende finalmente la forma di un corteo cittadino: studenti, lavoratori, disoccupati, pensionati, associazioni e movimenti che rifiutano lo scontro fra generazioni e fra categorie, perché chi è sfruttato e chi sfrutta sono due cose diverse e vale la pena tornare a dirlo.
Il nostro modo di stare in piazza è parte del messaggio.
Ci prendiamo cura dei linguaggi che usiamo, dei corpi più esposti, di chi partecipa a una manifestazione per la prima volta. Non rispondiamo alla violenza con la violenza e non accettiamo che la paura venga strumentalizzata per dirci che stare in piazza è pericoloso. Per questo il corteo di sabato è di tutte e tutti: chi è già con noi e chi finora non ha trovato un posto dove stare.
Contro il carovita, per salari dignitosi, per la sanità e la scuola pubbliche, per i soldi spesi per la gente e non per le armi.
SABATO POMERIGGIO CI VEDIAMO IN PIAZZA!
Comitato Provinciale
Arci Cremona aps




