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Il libro Luciano Lama, parole e immagini vent’anni dopo di Emiliano Sbaraglia

C’è una foto, tra le tante contenute nel bel volume curato da Ilaria Romeo, che ritrae lo storico leader Cgil nella Forlì degli esordi con un altrettanto giovane Berlinguer: l’istantanea di due uomini che, con pregi e difetti, sapevano parlare al Paese

| Scritto da Redazione
Il libro  Luciano Lama, parole e immagini vent’anni dopo di Emiliano Sbaraglia Il libro  Luciano Lama, parole e immagini vent’anni dopo di Emiliano Sbaraglia

Scrive Susanna Camusso nella sua prefazione: “Lama è stato il segretario generale degli anni delle conquiste”. Questo, ma anche molto altro, in effetti, rappresenta nella storia italiana dello scorso secolo Luciano Lama, che come titola il libro Ediesse curato da Ilaria Romeo e a lui dedicato, da tutti venne riconosciuto come “Il sindacalista che parlava al Paese”. Il volume, pubblicato in occasione dei vent’anni dalla sua scomparsa, raccoglie parole e immagini di un uomo che sin dalle origini – proveniente dalla generosa provincia dell’Emilia Romagna – dimostra quelle peculiarità caratteriali che lo contraddistingueranno per la vita intera.

Come testimonia il racconto di Nino Larghi, ex funzionario della Camera del lavoro di Forlì, quando un giovane Lama, appena ventenne, nel corso del secondo conflitto mondiale già comandava un nutrito numero di combattenti dei gruppi di azione partigiana. “Nel carcere di Forlì erano tenuti prigionieri una trentina di nostri compagni. Organizzare un assalto per liberarli sembrava un’impresa impensabile e impossibile. A Luciano venne un’idea: travestirsi da ufficiale tedesco, lui che oltretutto se la cavava bene con la lingua e, a ben guardare, aveva proprio l’aspetto di un tedesco. Assieme ad altri compagni, anch’essi in divisa, Lama riuscì ad entrare in carcere. Trovatosi faccia a faccia con il direttore, dapprima confessò la propria identità e dopo un’accesa discussione lo convinse a liberare i detenuti”.

Un episodio emblematico per comprendere sino in fondo il coraggio, il carisma e l’estrosità del soggetto. Da partigiano a sindacalista il passo è breve: anche se, come Lama stesso affermò, si può dire che la scelta di abbracciare la causa sindacale avvenne quasi per caso, per istinto, in maniera “rozza e spontanea”. Qui inizia un altro impegno, quello per le lotte del lavoro, che occuperanno la sua attività, prima (nel 1952) alla guida della Filc, l’allora Federazione italiana lavoratori chimici, e cinque anni dopo quale segretario della Fiom, in un periodo che lo vedrà anche per la prima volta – nel 1958 – eletto deputato.

Tornato nel 1962 nella segreteria nazionale della Cgil, in concomitanza con il primo governo di centro-sinistra, di lì a poco le conquiste operaie in tema di contrattazione aziendale porteranno all’Autunno caldo, ai fermenti del decennio dei sessanta, alla rivolta studentesca e alle tute blu davanti ai cancelli delle fabbriche. Allo Statuto dei lavoratori. Un percorso di sofferenze e di conquiste, per l’appunto, non facile da gestire nell’ottica delle logiche sindacali dell’epoca, che vede Lama tra i protagonisti del rinnovamento sociale e democratico del Paese.

L’elezione a segretario generale arriva il 24 marzo del 1970, a coronamento di una “prepotente vitalità”, come titolarono in quei giorni alcuni quotidiani. Per tre lustri, l’incarico di numero uno della Cgil verrà portato avanti con attenzione e lungimiranza, superando altri ostacoli di non poco conto. Inevitabile ricordare ancora, a metà del cammino, il valore simbolico rappresentato dalla famosa “cacciata” dall’Università di Roma, il 17 febbraio del fatidico 1977, che Lama stesso così commentò: “Ci sarei andato lo stesso, era necessario far scoppiare il bubbone, bisognava che si capisse dove stava il pericolo e di che cosa si trattava. E infatti milioni di persone cominciarono a capire”.

In verità, da quel momento in poi, da quel “Lama o non L’ama” degli indiani metropolitani, oltre che capire molte cose altre continuarono a confondersi nel buio, dalla tragedia di Aldo Moro alle nuove stragi, catapultandoci in quegli ottanta dall’inconfondibile accento frivolo ed edonista, sino all’epilogo di un’intera stagione della storia, conclusa con la caduta del Muro di Berlino e il conseguente crollo del blocco sovietico. In quegli anni, sino al suo ultimo giorno di vita, il 31 maggio del 1996, Luciano Lama non smise di vivere le battaglie proprie e altrui, di alimentarle con l’energia di sempre, senza mai rinunciare alla sua poliedrica determinazione.

C’è una foto, tra le tante contenute in questo bellissimo libro, che lo ritrae nella Forlì degli esordi, con un altrettanto giovanissimo Enrico Berlinguer: l’istantanea di due uomini che, con pregi e difetti, nel pubblico e nel privato, sapevano parlare al Paese, alle persone, con sincerità e passione. Di uomini così, ogni giorno di più, si sente tremendamente la mancanza.

Fonte: Rassegna Sindacale 

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