Mercoledì, 08 aprile 2020 - ore 05.10

L’Eco Cremona Ci ha lasciato Franco Dolci

Già, ci ha lasciato, non possiamo proprio dire inaspettatamente e prematuramente. Perché i guai di salute, la debilitazione ed il decadimento, la cui constatazione è stata ben presente in chi ha continuato a stargli vicino, lo facevano prevedere

| Scritto da Redazione
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Ma non di meno il trapasso ci fa avvertire un senso di commozione e di sottrazione di una significativa entità al nostro campo esistenziale. Fatto di relazioni umane, come di consuetudini, temporalmente lunghe ed impegnative, di esperienze e lavoro comuni.

Senza indulgere né punto né poco alla retorica, l’incipit per queste annotazioni sulla figura di Franco Dolci, induce spontaneamente a pensare che la storia passa e, quando lascia qualche segno di sé, diventa memoria. E, poiché, come si sa, la memoria degli umani è breve, mentre non lo é la memoria storica, ispireremo questo profilo all’impegno di non disperderne almeno i tratti salienti.

Dolci è stato attivo protagonista della nostra storia collettiva e ha lasciato con la sua testimonianza segni che meritano di essere registrati ed acquisiti nella memoria.

Il tasto play per far scorrere i fotogrammi di quasi cinquant’anni di conoscenza diretta e, per chi scrive, di apprendimenti per tradizione orale non può che partire da un insopprimibile impulso all’aneddotica ed alla memorialistica personale; contemperato dalla consapevolezza di un doveroso aggancio ad utili rimandi ai contesti in cui la sua testimonianza si è snodata.

Diversamente la sua rivisitazione arrischierebbe di diventare, al di là delle intenzioni, un arido elenco di tappe virtuose.

Per delineare un compiuto profilo dello scomparso, bisognerebbe, prima di tutto, impegnare sinteticamente la risposta alla domanda: cos’è stato Franco Dolci?

Certo, è stato molte cose. Si è impegnato in un ampio arco di testimonianze. Ma è stato, prevalentemente, totus politicus; in quanto il suo contributo è stato sempre permeato dall’idealismo e dall’insopprimibile aderenza all’imperativo di sentirsi parte di un aggregato (il partito e gli organismi collegati) , vocato a tradurre concretamente nei fatti quel progetto di trasformazione della società.

Azzarderemmo, totus politicus e totus militans. Un binomio il cui perno, fu per Dolci e, senza distinzione di appartenenza, per molti altri contemporanei, poggiava, non solo sulla dedizione prevalente alla testimonianza politica, bensì su una cifra esistenziale che, ad eccezione della famiglia, prevedeva quasi unicamente l’abnegazione esclusiva alla causa cui avevi deciso di dedicarti.

Vabbé, poi i tempi sono (fortunatamente) cambiati. Ma l’esistenza di Dolci, nella quale l’interessato si é ritagliato adeguati spazi di acculturazione e di approfondimento, è stata, come per la generazione contemporanea e successiva di dirigenti di sinistra (comunisti e socialisti), destinata alla realizzazione di quegli ideali.

Di cui il Partito (Comunista o Socialista che fosse) costituiva il cardine. Iniziavi dalla filiera formativa (la scuola di partito e/o la scuola sindacale). Ti facevi le ossa in Federazione, nella Zona, nella sezione. Approdavi, come successe per Dolci (e per quasi tutti gli altri), ad un incarico verticale e, poi, inevitabilmente, andavi a farti le ossa alla Camera del Lavoro, alla Cooperazione, agli organismi di massa in genere, all’associazionismo ad hoc (come i Comitati per la Pace).

Sempre a tempo pieno, s’intende; sempre nella forma mentis del, ci si scherzava su, rivoluzionario di professione; sempre nell’incombenza di molti rischi e di molta precarietà. Che integravano: un trattamento economico, che nei tempi migliori, restava ancorato alla parametrazione del salario (quando arrivava) dell’operaio metalmeccanico; una condizione mutualistico – previdenziale improbabile; la certezza di finire tra le maglie repressive di un potere politico, che, nelle acuzie dello scontro, non esitava ad interpretare l’ostracismo con provvedimenti restrittivi.

E, per concludere la rivisitazione del format di quella militanza, accenneremmo al fatto che i doveri conseguenti prevedevano la assoluta disponibilità a quella sorta di porte girevoli che era la filiera del passaggio a quasi tutti i tasselli organizzativi del movimento.

Se resistevi (come nel caso generale di quella generazione), ti facevi le ossa, acquisivi una conoscenza enciclopedica e salivi su un ascensore, che ti portava ai piani alti delle responsabilità. Dal punto di vista dei benefits (come si definiscono oggi le prerogative per una certa agiatezza), non cambiava molto. Alcuni (per la verità, pochi) sarebbero “andati a Roma”, altri (dopo il 1970) sarebbero andati in Regione, altri, ancora, dopo aver percorso esperienze decennali di consigliere comunale e provinciale, avrebbero imboccato i vertici delle istituzioni locali.

Ultima fattispecie francamente rara per gli appartenenti all’apparato comunista; che, almeno fino a metà degli anni settanta, per una serie di circostanze legate ad equilibri elettorali sfavorevoli, arrivavano, di tanto in tanto, solo alla Giunta del Capoluogo.

Franco Dolci, dopo la lunga corvée nel Sindacato, nella Cooperazione, nei Comitati per la Pace, nell’apparato del PCI, aveva raggiunto il vertice della carriera con l’investitura, nella prima metà degli anni settanta, a segretario della Federazione. Condizione che avrebbe dovuto preludere, appunto, al laticlavio parlamentare (succedendo a Bardelli e/o a Garoli).

Ma il destino non volle così. Nella tarda primavera del 1975 si svolse quello che oggi si chiamerebbe election day. I risultati sarebbero stati il preannuncio, da una parte, di un forte indebolimento elettorale della Balena Bianca e, dall’altro, di quella che sarebbe stata una valanga rossa, per la prima volta capace di cambiare profondamente i rapporti di forza elettorali, incardinati il 18 aprile 1948.

Ne avrebbe tratto maggior vantaggio il PCI (secondo chi scrive non per merito di un più virtuoso progetto politico; ma per conseguenza dell’abilità, come disse Pietro Nenni, di scuotere l’albero e raccogliere le mele messe a dimora da altri). Anche se in proporzioni minori, se ne avvantaggiarono anche i socialisti, che nella decade precedente (metà sessanta/metà settanta) avevano dato vita all’unico assetto reso possibile dai rapporti elettorali; vale a dire la collaborazione tra cattolici e socialisti.

Che, tutto sommato, aveva, ai suoi esordi, funzionato bene. Forse anche grazie alla funzione di garanzia, esercitata dalle personalità di Vernaschi in Comune e da Ghisalberti in Provincia. Poi erano affiorati attriti di programma e di coesione, prevalentemente riconducibili al collassamento della tenuta interna della DC e, soprattutto, delle sue rappresentanze elettive.

Lo si dice con tutta franchezza: il quinquennio della prima sindacatura Zanoni fu qualcosa molto simile ad un calvario; dal punto di vista di una scioltezza dell’azione amministrativa.

I socialisti, di fronte al materializzarsi, per la prima volta dopo il 1946, di un equilibrio favorevole ad una maggioranza numericamente autosufficiente (non tale si può dire quella del 1957, che, in circostanze un po’ rocambolesche aveva reso possibile la Giunta Feraboli), trassero le conclusioni da quel cul de sac che arrischiava di diventare, in termini di inerzia amministrativa, l’alleanza quadripartita.

Non esattamente all’unanimità, ma a grande maggioranza (con la resistenza della componente filo-governativa), l’organo dirigente del PSI decise di dar vita, nel Comune Capoluogo, ad una Giunta di sinistra (e laica).

Avrebbe, anche in omaggio ai buoni rapporti con il Presidente uscente Manfredi e con la feconda esperienza della sua giunta, voluto continuare la collaborazione di centro-sinistra. In Provincia, come in altri importanti Comuni (come Pizzighettone e Crema).

Ma la DC pose questo progetto (di quadro non precostituito ed omogeneo di alleanze) con le spalle al muro:  o con noi o col PCI.

Un’alternativa questa basata su una logica blindata che i socialisti avevano sempre respinto (in Emilia e Toscana era continuata la tradizione di sinistra; a Milano, proprio nello stesso periodo, si era costituita una Giunta di sinistra guidata dal partigiano socialista Iso).

Per farla breve, la mappa geo-politica ed istituzionale della provincia cremonese si infittì di bandierine rosse. Dove esistevano le condizione numeriche ed anche dove gli equilibri erano più precari.

Nacque così, in Provincia, la Giunta Dolci/Bellisario; la cui dote era rappresentata dai 15 seggi acquisiti nelle urne (contrappuntata dai restanti 15 di DC, MSI, PSDI).

Tale inaspettato (soprattutto, per il PCI) approdo avrebbe costituito, oltre che sorpresa, anche un nuovo terreno di sfide; per un partito che, inizialmente orientato dalla prospettiva di ritornare sui banchi dell’opposizione, si sarebbe trovato ad assumere il carico delle responsabilità di vertice.

Fu così che il segretario provinciale comunista Dolci, indirizzato dalle consuetudini alla probabile investitura di un seggio legislativo (per il quale aveva requisiti e preparazione sovrabbondanti) , fu costretto dagli eventi a modificare programma.

All’epoca non operava “il maggioritario”. Le maggioranze e le giunte si costruivano non il giorno dopo; bensì quando, eventualmente scartata l’opzione del ritorno alle urne per manifesta impossibilità di allearsi, si consolidavano le intenzioni di collaborazione nei consessi amministrativi eletti.

Il ballottaggio ci sarebbe stato, ma non come ora con un secondo turno elettivo, bensì dopo la terza votazione in Consiglio Provinciale.

In queste circostanze delineate da sicura precarietà fu eletto alla presidenza, come abbiamo anticipato, Franco Dolci (il primo comunista chiamato ad un ruolo, che fin lì era stato intangibile prerogativa della DC).

 L’assolvimento degli incombenti istituzionali (ma, soprattutto, della regia per sostenibilità dell’assetto politico) avrebbe tratto beneficio sia dalla personalità, umana e politica, sia dalla ricca esperienza maturata su un campo così vasto.

Siamo certi di non venir meno, specie in un momento come questo, che pretende misura e riserbo, ad un dovere di rispetto. Forse, orientati da una lunga consuetudine di confronto e di reciproco approfondimento, possiamo azzardare, sul profilo dello scomparso, una cifra sintetica “non autorizzata”.

Ma non siamo lontani dal vero, quando affermiamo che, sulla base di quanto abbiamo scambiato verbalmente e di quanto abbiamo approfondito documentalmente sul suo profilo politico, Franco Dolci difficilmente fosse, in quell’estate del 1975, il massimo e più convinto testimone dell’urgenza di incardinare a Cremona un’esperienza di “compromesso storico”.

Era giunto al vertice della Federazione del PCI più che per traino del berlinguerismo, sicuramente per conseguenza della sua autorevolezza e del riconosciuto ruolo di garanzia, di equilibrio, di afflato unitario (nel PCI e nella sinistra cremonese).

Una caratteristica, questa, che un tempo, invece, era stata foriera di complicazioni.

Per ciò, leggasi l’esito della riunione del 5 dicembre 1956 del Comitato Federale, chiamato ad eleggere la Segreteria ed il Comitato Direttivo; dal quale fu escluso inopinatamente (presumibilmente come portato di una situazione interna resa difficile dal confronto sulla questione ungherese).

Per quanto protette dall’ermetismo del centralismo democratico, delle collocazioni interne del PCI si sapeva, per consuetudine di lavoro comune quotidiano e per l’acquisita capacità di leggere la filigrana, tutto e di più.

Si sapeva che il senatore soresinese era da tempo attestato sulla sponda della destra ultra-sovietica (e poi filo-cinese). Come si sapeva altrettanto precisamente del profilo “socialista” di Antoniazzi e di Giano Chiappani. Bardelli era altrettanto amendoliano, ma nel dna una qualche conseguenza aveva avuto la sua formazione comunista durante la prigionia in URSS. Gli altri dirigenti, chi più chi meno, ricadevano nella fattispecie della qualificazione di centrista.

Una qualificazione che, per quanto fattuale, non calzerebbe perfettamente alla fisonomia politica e, soprattutto, culturale, di Franco Dolci.

Al momento dell’assunzione della presidenza provinciale incarnava sicuramente l’adesione, consapevole e leale, alla filosofia sottostante all’alleanza di sinistra.

Ma, mostrava l’altrettanto evidente consapevolezza del contesto.

In tal senso Dolci, durante tutto il mandato, si mostrò coerente con le linee progettuali di un’alleanza di sinistra, non numericamente auto-sufficiente ma assolutamente determinata ad imprimere un cambio di passo innovativo all’ente intermedio. Si mostrò, per questa ragione imposta da incerti equilibri ed in particolare per intima convinzione, un presidente garante di una visione istituzionale non partisan e di un esercizio trasparente ed inclusivo dell’azione amministrativa.

Fu per questa ragione fondamentale (rafforzata dal galantomismo di oppositori come Martino Manfredi) che il mandato amministrativo 1975-80 si svolse senza soluzione di continuità procedurale e, osiamo affermarlo, con un cospicuo carnet di risultati innovativi e di gestione finanziaria virtuosa.

Ci sarebbe da aggiungere che a quei tempi l’ente Provincia era percepito ed effettivamente funzionava come un ente intermedio (tra Regione e Comuni), capace di esprimere senso di appartenenza al territorio e di coesione in un comune progetto di sviluppo armonico ed equilibrato.

Un ente intermedio che, in dipendenza di tali caratteristiche, interloquiva con le istituzioni di livello superiore (come l’appena insediata Regione, aperta in quegli anni al rapporto con i livelli inferiori) e con lo Stato che si avvaleva di esso per dare gambe a riforme fortemente innovative. La Lombardia stava impostando le basi del sistema sanitario regionale. Lo Stato metteva in dirittura d’arrivo la legge 180 per la psichiatria e la riforma del sistema sanitario nazionale.

La Provincia a quei tempi operava (in esclusiva) nel campo della psichiatria e dell’igiene del suolo, delle acque superficiali, degli alimenti.

La Giunta Dolci in Provincia e, parallelamente, la Giunta Zanoni in Comune (avvalendosi di due importanti personalità come Parlato e Majori) affiancarono virtuosamente la loro azione a quella dello Stato e della Regione ed anticiparono (con un profondo, lungimirante cambiamento operato sull’Ospedale Psichiatrico, con l’istituzione della medicina preventiva in campo scolastico e sportivo, con l’impostazione del servizio dedicato alle tossicodipendenze) le condizioni favorevoli al dispiegamento delle riforme che sarebbero venute.

Abbiamo letto in questi giorni l’attribuzione alla figura del presidente Dolci della paternità della rassegna Recitarcantando.

Una rassegna che effettivamente prese avvio e si sviluppò durante quel mandato amministrativo. Di cui si può, nel bene e nel male, dire tutto quel che si vuole; tranne (con ampia facoltà di prova) che sia stata, soprattutto, nelle sue modalità pratiche ai vertici delle sollecitudini programmatiche del Presidente.

Se, come temiamo, l’arbitraria attribuzione ha come finalizzazione collaterale la sollecitazione del ritorno alla pratica del panem et circenses, la conseguenza è che non si rende un buon servizio alla memoria di un amministratore, il cui profilo è sempre stato ispirato all’ansia di combattere sprechi e voluttuarietà da son et lumière nella spesa pubblica.

E, sempre restando aderenti ad una rievocazione capace di fornire rimandi all’interpretazione dei contesti attuali, concludiamo con un cenno alla cultura istituzionale di Dolci e di quel ceto contemporaneo di uomini impegnati nella vita pubblica.

Si avverte vieppiù negli attuali scenari, pervasi dallo smarrimento di un passato che non passa e di un futuro che viene continuamente conclamato ma che non arriva, l’urgenza della formazione di un ceto politico-amministrativo, attrezzato a  comprendere i cambiamenti e, se possibile, a governarli.

Quel che è vero è che tutto quanto ha per mezzo secolo costituito il campo di azione di Dolci e dei politici coevi. Non esistono più l’associazionismo politico popolare, non esiste più financo la politica. I corpi intermedi sociali, come il sindacato e la cooperazione, si sono (purtroppo!) disintegrati, a cominciare dalla considerazione di una sinistra letteralmente scomparsa. E, per tornare alla cultura amministrativa di Franco Dolci, l’intelaiatura della Repubblica delle autonomie è sotto la pressione di riforme non ben considerate e principalmente di una classe politico-istituzionale, principalmente animata da presuntuosi e da ignoranti.

Così sta sparendo anche quella Provincia, che, come abbiamo visto, ha rappresentato un virtuoso campo d’azione per la testimonianza civile di Dolci e di altri significativi personaggi. Se come su tutti gli attempati incombe anche su chi scrive l’obbligo di preservare e divulgare la memoria, allora non possiamo non concludere con un richiamo all’epoca in cui i protagonisti della vita istituzionale locale non si limitavano solo alla buona e giusta amministrazione della cosa pubblica, ma dimostravano capacità nel leggere e nell’individuare la direzione di marcia della riforma permanente dell’ordinamento amministrativo.

“Dare un ruolo alla Provincia. Uscire dall’impasse Provincia SI  Provincia NO- Noi diciamo che la Provincia può divenire uno strumento sub-regionale per la propulsione e promozione- nell’ambito di una programmazione regionale- delle attività economico-sociali del nostro territorio” (dichiarazioni nella seduta del Consiglio Provinciale dell’11.08.1975).

“Stato, Regione ed Enti Locali hanno pari dignità e devono partecipare alla vita economica, politica e sociale del Paese… La Provincia può divenire quel potere politico orizzontale; un ente sub-regionale e sovraccomunale intermedio, non meramente esecutivo, ma istituzionale, interlocutore politico tra Regioni e le Comunità di Base” (intervento nella seduta del Consiglio Provinciale del 20.10.1975)

“Nella fase storica attuale, mi sento di esprimere una visione dinamica del divenire delle istituzioni. Non amo il dogmatismo. Ritengo si debba lavorare per far crescere il nuovo” (intervento al Convegno promosso dal quotidiano Il Giorno il 2 maggio 1977)

Cinque anni prima, all’interno di uno scenario contraddistinto da un diverso assetto di alleanza, ma evidentemente in una linea di continuità civile e culturale, avevano scritto sempre in materia di riforma dell’istituzione periferica cose non del tutto diverse, due protagonisti della vita amministrativa.

Martino Manfredi, Presidente della Provincia: “ Se dovessimo sintetizzare i motivi di fondo della crisi degli enti locali, dovremmo dire che trattasi per i comuni di crisi di dimensioni e per la Provincia di crisi di funzioni”.

Il suo vicepresidente (poi Senatore della Repubblica) ing. Giuseppe Grossi: “Il discorso della corretta collocazione della Provincia di Cremona nel vasto e articolato quadro della Regione Lombardia postula una verifica del metodo della programmazione per realizzare il riequilibrio territoriale “

Poi, senza alcuna volontà di polemica, si è perso non solo il filo del ragionamento, ma la capacità di ragionamento.

Anche per questo la scomparsa di Franco Dolci, che ci addolora sul piano umano, rende ancor più consapevole il senso di perdita irreparabile per il patrimonio civile e culturale della comunità.

E.V. 

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