Mercoledì, 16 ottobre 2019 - ore 18.43

L’ECOPOLITICA E che non ce lo sapevamo…

Sottotitolo: ultime battute di un confronto elettorale, forse non eccelso progettualmente, ma sostanzialmente, fin qui, corretto, che sta deragliando per effetto di gesti e dichiarazioni caratterizzate da impudenza e da irresponsabilità etica.

| Scritto da Redazione
L’ECOPOLITICA E che non ce lo sapevamo…

L’ECOPOLITICA E che non ce lo sapevamo…

Sottotitolo: ultime battute di un confronto elettorale, forse non eccelso progettualmente, ma sostanzialmente, fin qui, corretto, che sta deragliando per effetto di gesti e dichiarazioni caratterizzate da impudenza e da irresponsabilità etica.

Il vice candidato sindaco per il centro-destra (che secondo noi aveva dato di molto meglio nel ruolo di trascinatore cestita ai tempi della storica Juvi) garantisce che col voto di domenica “Cremona aggancerà il treno della ripresa.” Essendo sottinteso che se non tutto in larga parte dipenderà dal voto.

Più esplicito è stato, nel corso dell’ospitata nella sede de La Provincia (che è tornata agli splendori della supponenza monopolistica e della corrispondente mission di fiancheggiamento dei “poteri”), è stato Stefano Parisi, discussant con il candidato di centro-destra Malvezzi. Riprendendo a distanza il filo metaforico dell’aggancio (non solo ferroviario), sviluppato forse un po’ troppo rudimentalmente da Zagni, l’étoile, presumibilmente fatta venire da Milano, dove due anni fa aveva perso neanche troppo onorevolmente con Sala, o da Roma dove due anni fa aveva straperso contro il candidato-governatore Zingaretti)  per sostenere il campo (cui aveva portato così tanta fortuna) in materia del nesso di causalità tra il brand del voto politico e la ricaduta di vantaggi sulle comunità locali.

L’armatore magnate partenopeo dispensatore di pacchi di pasta e di calzature era stato meno subliminale con quel suo ricatto tra scarpa destra (prima del voto) e scarpa sinistra (dopo la garanzia della scheda infilata nell’urna).

Non lascia spazio all’immaginazione l’incipit di Parisi, che, dopo il tracollo della prima Repubblica si riconvertì, brandendo trascorsi di appartenenza al gruppo dirigente craxiano, alla causa azzurra, alla stessa “scuola di pensiero”  appartengono o erano appartenuti oltre a Tremonti e Brunetta tutti coloro che avendo famiglia e soprattutto volendo come la Fracci non appendere mai al chiodo le scarpette di civil servant (soprattutto, di servant dei nuovi potenti politici) manifesta la vera ragione di coloro che si sentono spiazzati dal ciclone Salvini.

E che mettono le mani avanti, nella percezione delle assai probabili conseguenze dell’asfaltatura dei vecchi players dell’asset precedente. Ergo, necesse, come ai tempi delle vecchie signorie,  un gesto di servaggio/prostrazione al nuovo satrapo accompagnato da congrua narrazione.

L’aveva già fatto qualche giorno fa il Commissario di Forza Italia, rieletto a Bruxelles. Di cui si può dire tutto, tranne che sia appartenuto, appartenga od apparterrà al filone laico-liberale del berlusconismo. Egli essendo, infatti, l’esponente massimo, sopravvissuto allo smottamento del potere formigoniano, della holding mistico-imprenditoriale che è stata Comunione e Liberazione (circostanza questa che dovrebbe porre sotto diversa angolatura la percezione dell’effettiva rappresentatività ideale anche del candidato sindaco).

Siamo in presenza dell’effetto domino, carini! Ed i più lesti fanno outing velocemente.

Salini (pensa che con una v in mezzo avrebbe potuto portare lo stesso cognome del Capitano furoreggiante!), in merito ai percorsi di armonizzazione ed allineamento non si avvale certamente di circonlocuzioni evolute, forbite e fuorvianti.

La circostanza di essere stato eletto in Provincia e nel Parlamento sotto le insegne del PPE deve essere evidentemente una sine cura, non deve aver distolto il rieletto parlamentare europeo (nelle liste del PPE) e grande sponsor dell’operazione Malvezzi-Zagni dall’esplicitare Più di quanto già fatto il riposizionamento (“Non ho mai fondato la mia campagna sul rapporto tra Partito Popolare e Partito Socialista. Quello è un rapporto finito per tutti e a maggior ragione per me…che continuo a credere e crederò sempre sulla libertà degli industriali, che alla tutela dell’ambiente sanno pensare da soli”).

A prescindere dalla metrica e da una certa zoppia LOGICA, non v’è chi non veda l’ansia del nuovo dominus del centro berlusconiano di una rassicurazione al senior partner, che è interessato, come è noto, a disegnare il nuovo equilibrio europeo sullo scardinamento della storica alleanza tra moderati popolari/cristiani e gradualisti socialisti in vista dell’approdo ad un’alleanza di cui sia perno il blocco sovranista.

Ed essendo che è l’aratro a tracciare il solco e la spada a difenderlo, la voila la sollecitudine del civil servant paracaduto nell’ultimo miglio di una campagna elettorale (accesa ma sostanzialmente corretta)  sillabare, a beneficio dell’attrazione del consenso del voto moderato e liberale (che nel duo Malvezzi/Zagni troverebbe poco riscontro di rappresentanza ed affidabilità) l’esigenza di riequilibrare la sottorappresentazione dell’area popolare e liberale.

Nella realtà una siffatta testimonianza rappresenta poco più di un minimo sindacale per l’identificazione del tratto politico, mentre, nel caso non si fosse sufficientemente capito, risponde all’input della sala di regia, che è quello di scandire (a beneficio del popolo leghista in subbuglio) la localizzazione del perno del nuovo potere della destra in via di sovranizzazione; nonché la direzione verso cui dovrà guardare, nel caso venisse eletto, il candidato capofila dell’ex envencible armada ciellina (per il vero un po’ ammaccata dai testacoda di Formigoni ed Inzoli).

Nel timbro di una funzione amministrativa che voglia essere in toto ossequiente al Capitano maximo ed alla nomenklatura locale.

Forse l’economista Stefano Parisi, abituato alle dinamiche delle comparsate nei talk show, deve aver stimato che nel contado (e, soprattutto, di fronte alle severissime domande del direttore di una testata rivelatasi “normalizzata” rispetto al suo naturale retroterra datoriale) potesse fare la pipi fuori dal vaso con un wording e un specc , diciamo, poco congrui ad un gentlemen agreement istituzionale e, decisamente, poco consoni a quella che dovrebbe essere una visione condivisa del bene comune. Ma certo che ce lo sapevamo che così va il mondo. Vale a dire che ogne scarrafone è bell' a mamma soja e che chi è vicino al fuoco del potente amico si scalda di più. Non è un caso il fatto che clientelismo e scambismo costituiscono una costante dell’etica (sic!) politica italiana.

E su questo, tanto ciò essendo scontato, saremo stringati. Ma un conto è privilegiare i “noti” in omaggio ad una sinergica lettura fatta di priorità nella destinazione delle risorse e di (almeno non conclamato) favoritismo; altro conto è affermare, come ha fatto Parisi, istigato da un interrogante tutt’altro che inflessibile, “quel che conta politicamente è che se la Regione è amica del Sindaco di Cremona, e di Malvezzi è molto amica, forse gli investimenti sulle infrastrutture possono essere fatto”

Forse è scappata la mano al civil servant paracaduto in un contesto che, ricorrendo ad un generoso eufemismo, non conosce approfonditamente. Fino alla prima Repubblica c’era un conto sospeso (di insoddisfazione e di frustrazione), tra il territorio e la Regione “milanocentrica”. Le giunte, rappresentative dell’equilibrio stabilizzato frutto dell’alleanza tra cattolici democratici e socialisti riformisti, non sempre, a partire da un certo periodo, interpretarono l’esigenza di un riequilibrio territoriale. Ma, mai in dipendenza di un pregiudizio, per di più sotteso ad un ricatto di scambio, a danno dei territori politicamente non omologati.

Il verso è cambiato con i Governatori della Lombardia di eccellenza le cui opzioni nella destinazione delle risorse affondavano quasi esclusivamente in una logica di favoritismo delle aree politicamente omologhe o, che dir si voglia, colonizzate.

Lo sapevamo, ma adesso ce lo sentiamo dire, papale papale.

E se lo dovrebbe sentir dire anche il corpo elettorale, al di là dei legittimi convincimenti soggettivi.

Solo qualche giorno fa su questa testata avevamo denunciato “la marginalizzazione territoriale, che ha assunto uno stadio, temiamo, di non ritorno.

In aggiunta, infatti, alle conseguenze di un quarto di secolo di scelte che hanno, come abbiamo considerato nelle premesse, destinato risorse in modo palesemente iniquo e penalizzante per le aree periferiche della Lombardia, il centralismo regionale ha operato uno spoil system, ancor più intollerabile: la centralizzazione degli strumenti di gestione dei servizi sul territorio.

Si è cominciato con la cosiddetta “aziendalizzazione” dei presidi ospedalieri, che di fatto ha privato il territorio della facoltà di programmazione e di controllo. Con la conseguenza, da un lato, dell’annullamento della potestà di indicazione del territorio sulla programmazione degli investimenti e dell’ottimizzazione dei servizi e, dall’altro, dall’intollerabile infeudamento delle responsabilità gestionale (che rispondono, con i risultati ben evidenti, meramente a logiche spartitorie e clientelari).

Per la stessa logica ed in omaggio alla ottimizzazione gestionale, si è proceduto a tagli di reparti e di servizi sui presidi ospedalieri minori di intensità talmente elevata da renderne, a questo punto, problematica la sopravvivenza.

Lo stesso criterio ha operato nel campo dei presidi multizonali, oggetto di un accentramento più simile alla rarefazione sul territorio (Aler ed ex PMPIP, per dirne soli due).

Ultima ma non ultima, la questione della Camera di Commercio, un’entità istituzionale incardinata sul ruolo gestionale diretto dei corpi sociali intermedi che, nel corso di molti decenni, aveva dato buona prova”.

Dobbiamo alla santa innocenza del testimonial del candidato Sindaco Malvezzi se quanto sopra assume il crisma di una certificazione.

Ma un siffatto “confronto” dialettico, che dovrebbe preservare i cardini etici del bene comune valore universale per tutto il ceto politico-istituzionale, cede alle dinamiche di uno stile di testimonianza, di narrazione, di ammonimento che (va bene che col Capitano il leon non mangia il teron, Roma non è più ladrona e l’Italia non finisce sull’asse del Po) appare più consono a certe tradizioni culturali (fin qui avute in odio e, per effetto del tributo elettorale, diventate ).

L’ultimo botto della campagna del centro-destra inequivocabilmente pone anche le fasce di opinione non preconcette di fronte al pericolo di una deriva di deterioramento dell’etica istituzionale. E, conseguentemente, di fronte ad una scelta che non lascia scampo.

 

 

 

 

 

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