Martedì, 21 maggio 2019 - ore 20.29

L’ECOSTORIA Mario Coppetti, l’ultimo testimone

Verso settembre si svolgerà, probabilmente a Palazzo Comunale, la mostra della parte più significativa delle sue realizzazioni artistiche.

| Scritto da Redazione
L’ECOSTORIA  Mario Coppetti, l’ultimo testimone

L’ECOSTORIA  Mario Coppetti, l’ultimo testimone

Nella chiusa della cronaca, fornita nei giorni scorsi, della cerimonia per la ricorrenza del primo anniversario della scomparsa di Mario Coppetti, cui, come si ricorderà hanno partecipato oltre ai famigliari, il Sindaco, il Presidente della Provincia e gli esponenti delle associazioni che negli ultimi anni hanno collaborato con l’artista-partigiano, avevamo colto l’occasione per delineare il vasto programma rievocativo della sua lunga e feconda testimonianza civile, politica ed artistica.

Ribadiamo qui quanto anticipato; vale a dire che nella seconda metà dell’anno corrente vedrà la luce la conclusione della procedura di costituzione della fondazione a lui intitolata, che avrà come finalità principali il mantenimento, permanente ed aperto, dell’atelier, in cui lavorò ed in cui sono custodite le sue opere più significative. Che nelle sue intenzioni ed in quelle dei famigliari diventerà un laboratorio per la formazione ed il perfezionamento di giovani scultori.

Verso settembre, inoltre, si svolgerà, probabilmente a Palazzo Comunale, la mostra della parte più significativa delle sue realizzazioni artistiche.

Sempre a Cremona, per iniziativa di Gigi Torresani, Coordinatore Progetti Formativi - ‎Università Cattolica di Milano – Consigliere del Panathlon di Cremona, verrà presentato in prima nazionale il libro dedicato, dal nipote Vittorio, ai fratelli torinesi Francesco e Vittorio Staccione. Operai socialisti entrambi, uno calciatore del campionato di A, entrambi attivi nell’antifascismo e nella Resistenza, entrambi internati nel campo di concentramento di Gusen, sottocampo di Mathausen, entrambi morti a pochi giorni dalla  liberazione dal giogo nazista e dalla fine del conflitto.

A Vittorio, come si ricorderà, Mario Coppetti dedicò un’installazione, che ricorda la loro impareggiabile testimonianza civile e sportiva e che, inaugurata nella giornata della memoria alla presenza di numerosi studenti, è visibile all’ingresso alla tribune dello Zini.

Tra i progetti abbozzati nel primo anniversario uno di essi è ormai in dirittura d’arrivo. Si tratta dell’intervista, realizzata dal filmaker documentarista casalasco Pierluigi Bonfatti Sabbioni nel gennaio 2017. In cui, nonostante i 103 anni doppiati con invidiabile lucidità, Mario Coppetti consegnò ai posteri una testimonianza esistenziale destinata a conservare a lungo (ed auspicabilmente con risultati edificanti specie per le nuove generazioni) il valore di un’esortazione alla coerenza verso idealismi virtuosi ed alla tenacia nel praticarli nell’ambito comunitario.

Ma non si tratta, mettiamo le mani avanti, di un generico testamento ideale. Si tratta, invece, pur tra le tante ed apprezzate interviste rilasciate e registrate (tra cui ricordiamo doverosamente quella commissionata da Giorgio Mantovani e raccolta, in grande sintonia, con l’intervistato da Agostino Melega e, per la parte fotografica, da Boiocchi-Sessa), di un segmento tematico. Che focalizza il tratto, forse più caratteristico, della sua testimonianza civile, imperniata, come si sa e si avrà modo di verificare approfonditamente, sull’adesione all’antifascismo ed alla militanza politica, delineata dal progetto di Giustizia e Libertà. Che, a partire dalla fine degli anni Venti, avrebbe dato compiuta sistemazione teorica ed adeguata struttura organizzativa al socialismo liberale dei fratelli Carlo e Nello Rosselli.

L’apprezzabile lavoro di Bonfatti Sabbioni, visionato nei giorni scorsi presso il Filo, proietta l’adesione di Coppetti in un contesto teorico-pratico, discontinuo rispetto alle tradizionali “scuole” del pensiero socialista. Che erano state, quella anarchico/operaista degli albori, quella umanitaria e riformista di Bissolati e Turati degli esordi, quella massimalista (che vedrà accozzati Mussolini ed i sostenitori del proposito di “voler fare come la Russia”). La colpevole, avventuristica inconcludenza di quest’ultima (che ben presto dilapiderà il cospicuo successo elettorale del 1919) in associazione all’irresponsabile opzione frazionistica dell’Ordinovismo avrebbe servito su un piatto d’argento le conseguenze dell’indebolimento del movimento di classe ed il pretesto e le suggestioni di un rivoluzionarismo inclinante, al di là delle evidenze, ad una stretta autoritaria.

Il binomio socialismo e liberalismo avrebbe potuto costituire, a partire dagli anni Trenta del 20mo secolo, l’opzione più adeguata e più razionale all’interno di una mobilitazione che aveva come obiettivo assolutamente prioritario il contrasto al fascismo ed il rilancio di un progetto per reinnestare in Italia la testimonianza di una sinistra politica e sociale di segno riformatore.

In tale periodo, contraddistinto dall’acme popolare di un regime da tempo approdato al completamento della fascistizzazione autoritaria e totalitaria, l’antifascismo non comunista, per quanto privo dell’efficacia di un ramificato insediamento interno quale quello comunista, si riorganizza all’estero e partecipa alla più vasta mobilitazione avviata in Europa contro la tendenziale sinergia nazi-fascista.

Ma, come abbiamo detto, al  netto del divario della leva mobilitativa dell’interno, l’antifascismo non comunista sarà in grado di mettere a punto un organico progetto per liquidare la dittatura; che, per la sua originalità ed immediatezza di analisi e di attacco, costituirà, similmente alla testimonianza di Giacomo Matteotti (non casualmente accomunato nella militanza nel PSU fondato da Turati) la risposta ritenuta più temibile da Mussolini. Che avrebbe tolto di mezzo Matteotti con l’orrendo delitto politico il 10 giugno 1924, rinviando solo di qualche anno (il 9 giugno del 1937, sulla scia di un vasto consenso popolare ritenuto suscettibile di metabolizzarne senza troppi danni le conseguenze politiche), l’assassinio di Carlo e Nello Rosselli.

I due giovani pensatori liberalsocialisti, che avevano costituito una delle più elevate espressioni della sinistra laica e riformista, avrebbero, soprattutto a partire dal progetto messo a punto nel 1929 da Carlo, rappresentato un ineludibile riferimento di riscatto dal giogo nazifascista e dall’irrilevanza della sinistra politica e sociale.

La loro generosa, lungimirante e perseverante testimonianza avrebbe catalizzato l’impulso della fascia di opinione, insediata soprattutto nell’ambiente giovanile ed intellettuale, fortemente determinata a non recedere di fronte al completamento dell’irreggimentazione e a rilanciare le prospettive di un progetto di cambiamento della società che fosse, come abbiamo anticipato,  di discontinuità rispetto al socialismo tradizionale e che si contraddistinguesse come post-marxista ma rivoluzionario, cooperativista e libertario. Un siffatto impulso ideale approdato ad un organico progetto politico raccolse consensi ed adesioni, soprattutto, tra le fila dell’esilio politico in Francia.

Tra loro un giovane scultore, Mario Coppetti, che espatriato con mille difficoltà nel 1935 (rifiutando la chiamata alle armi per la guerra dell’Africa Orientale e per la sciagurata partecipazione fascista alla guerra civile di Spagna), imparò molto bene sia l’arte scultorea (che ha  esercitato fino alla scomparsa a 104 anni) sia l’impronta di dirigente politico. Alla scuola, appunto, dei fratelli Rosselli, che frequentò assiduamente sino a qualche giorno prima dell’assassinio nel disadorno salone di Boulevard Saint Michel, sede parigina di Giustizia e Libertà. Come assiduamente frequentò altri esuli cremonesi, dando vita ad un collegamento clandestino con gli antifascisti rimasti a Cremona.

Si potrebbe dire che per coloro, che non si vollero conformare al regime liberticida, risultò impossibile continuare a vivere e ad operare a Cremona, come divenne difficile e particolarmente rischioso svolgere un minimo di attività politica in esilio, considerata la fragilità operativa del Centro Estero del PSI.

Difficoltà e rischi, ovviamente, destinati ad accrescersi drammaticamente a seguito dell’occupazione tedesca e della creazione della repubblica-fantoccio di Vichy, prodromo di una sistematica intelligenza tra gli apparati polizieschi fascisti, nazisti e collaborazionisti, impegnati nella pulizia etnica dell’antifascismo riparato, specie dopo la infausta conclusione della guerra civile spagnola, in territorio francese.

In tale contesto si iscrivono tanto l’assassinio dei fratelli Rosselli nel 1937 a Bagnoles de l’Orne, della cui vigilia fu testimone Mario Coppetti quanto le ondate repressive, sistematicamente perseguite ed agevolate sia da un possente apparato spionistico e poliziesco sia dalla endemica perforabilità di un apparato politico-organizzativo, qual era Giustizia e Libertà, privo di una minimale autodifesa (che invece fu una costante di un apparato cospirativo come il PCI, operante all’interno ed in esilio) e, fors’anco di un elementare senso della prudenza. Del tutto assente in un carattere ottimista e solare come Carlo Rosselli.

Da tale punto di vista, per meglio inquadrare il senso e la portata dell’intervista di Coppetti rispetto a tale segmento, estraiamo dal nostro precedente lavoro intitolato “Il socialismo di Patecchio” una parte del capitolo riservato a “Il socialismo liberale di Giustizia e Libertà”. Che parte da un breve inciso sui Rosselli, dedotto da “Amalia Rosselli rientra in Italia” – L’EdP n°67 del 27 luglio 1946 di Paola Carrara Lombroso: “(…) Nel 1915 scoppia la guerra. Aldo, il suo primogenito ha 19 anni; si arruola volontario negli alpini….Sul Pal Piccolo, nel gennaio del ’17 cade in combattimento ventunenne… Amalia ha la forza d’animo di accondiscendere che il suo secondo Carlo diciassettenne parta volontario, e che dopo Carlo anche Nello si arruoli…Dal 1927 al 1937 seguono gli episodi che sono ormai nel dominio di tutti. La destituzione di Carlo dalla cattedra, il processo e l’assoluzione di Salvemini, la casa di via Giusti assaltata e svaligiata dalle camicie nere perché i Rosselli hanno ospitato Salvemini. La fuga di Turati architettata da Carlo e il clamoroso processo di Savona. Carcere e confino alle Lipari per Carlo che riesce audacemente a fuggire con Lussu e Nitti e riparare a Parigi. Vendetta sull’innocente Nello confinato a Ustica…Carlo inizia il movimento di Giustizia e Libertà e il suo giornale giunge per mille vie segrete in Italia… E’ un nemico che si deve eliminare…”

Il delitto Rosselli, inequivocabilmente di marca fascista, fu oggetto di una interessata operazione di depistaggio, abilmente condotta dai servizi segreti del regime, i veri ispiratori, parrebbe su ordine diretto di Mussolini e di Ciano, dell’imboscata di Bagnoles in bassa Normandia, ancorché realizzata dalla “manovalanza” di un oscuro gruppo terrorista di destra denominato La Cagoule (da cui Cagoulards - gli incappucciati, i suoi adepti disponibili ad ogni nefandezza su commissione politica).

Il regime rigettò qualsiasi responsabilità, orientando la stampa, ormai imbavagliata, ad accreditare la pista interessata di un regolamento nel “clima torbido del fuoriuscitismo”.

Tesi questa, come ricorda Paolo Pillitteri nel suo recente ed intrigante saggio storico-thriller “Il conformista indifferente e il delitto Rosselli”, ignobilmente avvalorata, tra l’altro, anche da Moravia, per inciso, primo cugino dei Rosselli.

Che i Rosselli, specie Carlo, autore di Socialismo Liberale, il manifesto (ancora attuale) per un liberalismo-socialismo antagonistico al fascismo come al comunismo, rappresentassero una spina nel fianco per i due opposti totalitarismi era implicito, anche per quel loro ruolo irrituale nella guerra civile spagnola a fianco degli “irregolari” anarchici e trotzkisti, destinatari degli anatemi, ma anche delle purghe decretate da Stalin e dal Komintern, che culminarono nell’eliminazione addirittura di Trotzkij, nel 1940.

D’altro lato, vanno considerate alcune circostanze che potrebbero, in qualche misura, rendere non del tutto infondate o fantasiose le supposizioni di Pillitteri.

Cominciamo dal fatto che la Catalogna fu liberata dagli anarchici, prevalenti in quella nazione, dove, oltre che i trotzkjisti, operava anche Carlo Rosselli, il quale, ad un certo punto, costituì, a proprie spese, un battaglione indipendente, fuori dal controllo politico del Komintern. Ferito dovette rientrare a Parigi, anche per curare una flebite, pur tuttavia col proposito di tornare in Spagna a combattere.

Immediatamente dopo seguì, ad opera del “servizio d’ordine” stalinista, l’eliminazione del più significativo esponente del movimento anarchico, l’italiano Berneri, che diede la stura ad una vasta operazione di pulizia etnica negli ambienti anarchici e trotzkisti. Indubbiamente l’azione ficcante dell’Ovra, particolarmente in Francia, aprì varchi di collaborazionismo e di doppiogiochismo nell’ambiente dei fuoriusciti, in cui potrebbe integrarsi un significativo episodio di intercettazione di fuorusciti cremonesi operanti nelle file di Giustizia e Libertà.

Mario Coppetti, che, come é stato detto, fu esule dal 1935 al 1939, dopo che il padre socialista fu costretto a lasciare l’impiego in ferrovia avendo rifiutato la tessera fascista, descrive efficacemente la condizione e lo stato d’animo di quei giorni “Sentirsi estranei e isolati nel proprio ambiente, doversi guardare intorno prima di parlare provoca un senso di oppressione che non si riesce ad esprimere perché la libertà quando la si ha sembra una cosa naturale; é come l’aria: non ci rendiamo conto che ci sia, ma se manca si muore. Si viveva nell’incubo della squadra politica della questura e dell’Ovra, la efficiente polizia segreta a difesa del regime, con la quale purtroppo ho avuto a che fare dopo il mio rientro dalla Francia”.

Coppetti restò nel mirino del regime, coinvolgendo, suo malgrado, nel destino di vigilato (come dimostra la recente, apprezzabilissima ricerca di Giuseppe Azzoni presso l’Archivio di Stato attorno al Casellario Politico della Questura di Cremona) anche la madre Angela, sottoposta, al momento del rientro in patria da un incontro con il figlio a Parigi, a diligente perquisizione, come a “riservatissima revisione” sarà sottoposta, nel prosieguo, la corrispondenza di tutta la famiglia Coppetti.

Questo non impedirà al giovane scultore di fede socialista di fare del proprio studio di Via Bertesi un sito di collegamento tra liberi pensatori, oppositori del regime. Lì si incontravano uomini che avrebbero un ruolo significativo nella Resistenza e nella ricostruzione democratica della Città: i socialisti Dott. Emilio Zanoni, l’Avv. Bruno Calatroni (futuro Sindaco della Liberazione), l’artigiano Dismo Maggi (che diventerà consigliere comunale) il Prof. Piero Bettoni, i fratelli Avv. Arideo e Prof. Pietro Fezzi (ferventi animatori della ricostruzione del movimento socialista cremonese), gli amici di fede comunista, tra cui il Prof. Franz Cortese, stimato oncologo fondatore della Lega Tumori, e  Renzo Bernardi.

Nella rievocazione Coppetti inserisce spunti non ancora divulgati delle modalità della sua militanza parigina correlata ad una attività artistica che non perderà mai di vista la dorsale dell’idealismo politico.

Per quanto giovane, Coppetti non era esattamente alle prime armi come scultore. Di più, essendo uno spirito curioso di quel mondo più aperto della città d’origine si era facilmente integrato nel nuovo contesto di studio e di vita, oltre che militanza politica.

Mantenendo un rapporto di affabilità con la famiglia parigina di cui era pensionante (al punto che la signora stabilirà nelle volontà testamentarie la gratuita restituzione delle sculture realizzate dal giovane scultore cremonese) e di piena appartenenza ai fermenti ed al contesto civile e culturale.

Aveva partecipato e vinto, come attesta un articolo di giornale dell’epoca, ad un concorso artistico riservato a giovani scultori. Aveva realizzato, in omaggio a questa sua indefettibile predilezione per l’arte politicamente impegnata, un rilievo del volto (restato nella disponibilità degli eredi) di Henri Barbusse (Asnières-sur-Seine, 17 maggio 1873 – Mosca, 30 agosto 1935), il quale all’epoca dev’esser stato, oltre che scrittore, giornalista e attivista comunista di successo, anche un importante influencer, come si direbbe oggi, fino a costituire, qualcuno ha azzardato, un nodo qualificante della cultura francese degli anni venti, più di Marcel Proust, di André Gide e di André Malraux.

Un’altra significativa opera artistica, di chiara impronta  idealistica, è rappresentata dal rilievo del volto di Carlo Rosselli, dal cui calco (rimasto in Francia dopo il rientro in Italia dell’artista) sarebbero state ricavate alcune decine di medaglioni in bronzo venduti, come si evince dall’edizione della testata del movimento “Giustizia e Libertà, nell’ambiente impegnato della capitale francese.

Come rivela a Bonfatti Sabbioni nell’intervista l’autore, per ovvie ragioni dettate dall’imperativo di non fornire pretesti all’OVRA (di per sé molto attiva già a partire dalla frontiera di Ventimiglia), non avrebbe potuto portarne con sé neanche un esemplare. Nel prosieguo avrebbe rimediato realizzando una testa del leader del socialismo liberale, confluita in quel Pantheon artistico-ideale che nel corso dei decenni avrebbe mantenuto una posizione centrale e privilegiata nell’atelier di Via Chiara Novella.

L’intervista del documentarista Pierluigi Bonfatti Sabbioni salda a quanto già noto della testimonianza antifascista e rosselliana di Coppetti all’apprezzabile sforzo di puntualizzazione e di rimando di quanto raccolto oralmente ad un più vasto contesto storico.

La presentazione del docu ed il relativo approfondimento saranno oggetto di una conferenza prevista per Venerdì 17 maggio 2019 ore 17,30 Sala Convegni Circolo Filo - piazza Filodrammatici, 2 – Cremona.

Di cui daremo più ampia descrizione in un prossimo articolo, fatto salvo l’annuncio della centrale partecipazione del prof. Valdo Spini, indimenticato ed apprezzato protagonista della vita politica ed istituzionale e Presidente della Fondazione Rosselli. Che qualche anno addietro fu già a Cremona per un approfondimento del profilo delle “donne di casa Rosselli”

PROFILO DELL’AUTORE

Pierluigi Bonfatti Sabbioni, filmaker documentarista. Nel 1984 inizia a filmare con una cinepresa super 8. Nel 1986 partecipa al Torino Fil Festival nella sezione Spazio Aperto con il cortometraggio "Foglie bruciate". Con il documentario "Giovani e lavoro" nel 1987 comincia a raccontare il suo territorio documentando: personaggi, situazioni sociali, artisti ed eventi di rilievo. Nel 2002 crea l'ARVITER Archivio video territoriale del comprensorio Oglio Po, nel 2009 diventa canale YOU TUBE con circa 120 video.

Alcuni titoli significativi: "La Casa dell'Accoglienza (1993)", "Testimonianze dei partigiani cremonesi (1995)", "Giuseppe Morandi da Piadena" (2003),"Intervista a Mario Lodi(2003)", "L'occupazione della Cartiera (2006)", "L'ordine era di sterminare la piaga gitana (2013), "Slegami dal gioco (2018)" e due lungometraggi 

Ha lavorato a molti progetti didattici per scuole di ogni ordine e grado e per vari enti delle provincie di Cremona e Mantova oltre a musei e associazioni.

Attualmente sta lavorando per costruire un grande centro di documentazione video storico presso la biblioteca di Casalmaggiore.

 

 

 

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