Martedì, 21 settembre 2021 - ore 17.04

La Costituzione della paura di Giampiero Carotti (Soresina)

Il dibattito sulla riforma costituzionale e sulla nuova legge elettorale si va inasprendo, come è naturale con l'approssimarsi del voto. Approssimarsi si fa per dire, visto che la data viene continuamente rinviata a seconda delle convenienze e dei sondaggi.

| Scritto da Redazione
La Costituzione della paura di Giampiero Carotti (Soresina)

E i sondaggi dicono che il fronte del Sì non riesce ad affermarsi, anzi tende ogni settimana di più a retrocedere, man mano che i cittadini approfondiscono e capiscono i contenuti delle riforme. L'esercito del Sì sta allora ricorrendo negli ultimi tempi e sempre più di frequente a un'arma tanto potente quanto irrazionale, la paura. Nel corso delle settimane abbiamo assistito allo srotolarsi di linee di filo spinato attorno ai piedi dei cittadini, nel tentativo di portarli tutti in una direzione. Proviamo ad elencare brevemente alcuni di questi Venerdì 13 legati allo spauracchio della vittoria del No: l'Europa si vendicherà sui conti italiani; la crisi economica si aggraverà (perché il governo cadrà e perché non avremo governabilità); non sarà mai più possibile fare alcuna riforma costituzionale; cadranno gli investimenti esteri in Italia; alle prossime elezioni politiche vinceranno i barbari. L'elenco potrebbe “allegramente” continuare: ma fermiamoci qualche minuto a riflettere sul metodo.

L'uso della paura a fini politici non è una novità: è triste dato storico (e ricordo di pelle dei più anziani tra noi) che il fascismo si affermò proprio grazie a un blocco sociale detentore del potere che ebbe paura di una Italia in evoluzione (si era in epoca di grandi e diffuse rivendicazioni da parte della maggioranza bistrattata del popolo). Incauta e stupida, quella Italia impaurita si affidò a gente che andava per le spicce per risolvere le lotte sociali. Poi quella paura di cambiamento divenne paura reale, quando il fascismo impose su tutti i cittadini i propri metodi di persuasione.

Il guaio è che la paura funziona. Per bilanciare un grammo di paura ci vogliono molti chili di ragionevolezza, di sincerità, di obiettività: usare la paura per “vincere” è giocare scorretto, tanto più se le minacce su cui la paura fiorisce si rivelano campate in aria a un esame obiettivo. Ma l'esame bisogna avere il tempo, gli strumenti e la serenità di farlo.

Qual è allora l'antidoto da tenersi in tasca? La memoria. All'epoca del dibattito (altrettanto aspro) sul divorzio si giocò molto sulla paura, si disse che riconoscere il divorzio avrebbe dissolto in un baleno i legami familiari e che saremmo diventati dei selvaggi, che nessun matrimonio più sarebbe sopravvissuto. Il tempo ha dimostrato l'ovvio, cioè che la saldezza di una unione sta nella serietà dei contraenti, non nelle possibilità che essi hanno di slegarsi. Più di recente tutti noi ricordiamo senza dubbio il terrorismo psicologico che ha infiammato le poche ultime settimane di campagna referendaria sulla Brexit: l'Europa sarebbe esplosa, i mercati europei sarebbero crollati, la Gran Bretagna sarebbe fallita. Oggi la Gran Bretagna sta meglio di prima, gli ovvii contraccolpi sui mercati sono stati già pienamente assorbiti e l'Europa se traballa lo fa per ben altre cause.

Tornando alla nostra Costituzione, non avrebbero dovuto e potuto i Costituenti del 1948 essere pieni di paure? Venuti com'erano da una guerra sanguinosa e penosa, così diversi tra loro, così inabituati a guidare democraticamente una nazione? Eppure non ebbero paura, perché seppero credere nella politica. Che è confronto, non gara. Nessuno di loro volle vincere (e alcuni avrebbero potuto provarci). Non si cucirono addosso una Costituzione, la vollero per tutti, per i propri avversari prima che per sé. Non pensarono alla stabilità ma alla parità di diritti dei cittadini. Non costruirono leggi elettorali fatte apposta sulla contingenza per assicurarsi la “vittoria” ma pensarono anzitutto a dare voce a ogni cittadino. Fu la vittoria (quella sì) più alta di un ceto politico al massimo della propria credibilità, con un vero e incrollabile senso Stato come nazione di popolo, che è ben altro dal populismo d'accatto dei nostri giorni.

Anche la memoria ha i suoi bicipiti: teniamoli belli tonici, facciamo palestra. Tutti i giorni.

Giampiero Carotti (Soresina) 

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