NUCLEARE, BRESSAN: «IL PUNTO NON È ESSERE PRO O CONTRO UNA TECNOLOGIA. È DECIDERE COME PRODURREMO L’ENERGIA CHE CI SERVIRÀ»
Gli interventi e le repliche di questi giorni dimostrano che si è aperto un confronto che considero positivo. Preferisco una discussione nel merito, anche con posizioni molto diverse dalla mia, rispetto a un dibattito fatto esclusivamente di slogan.
Proprio per questo credo sia utile chiarire alcuni punti.
Partiamo dalle rinnovabili. La provincia di Cremona sta già facendo molto e può certamente fare ancora di più. Fotovoltaico, biogas, biomasse e le altre fonti rinnovabili fanno e faranno parte del nostro sistema energetico. Pensare al nucleare non significa essere contro le rinnovabili: è esattamente il contrario. Significa chiedersi come costruire un mix capace di accompagnarne la crescita garantendo contemporaneamente continuità e sicurezza della fornitura.
Fotovoltaico ed eolico hanno raggiunto costi di generazione molto competitivi, ma sono per loro natura fonti non programmabili. Gli accumuli saranno fondamentali e dovranno crescere enormemente, così come le reti e le interconnessioni.
Ma un conto è spostare energia dalle ore nelle quali viene prodotta a quelle nelle quali serve maggiormente; un altro è affrontare la stagionalità o periodi prolungati nei quali, per ragioni meteorologiche, la produzione rinnovabile è ridotta.
È qui che entra il tema della produzione programmabile.
E se decidiamo di escludere una tecnologia dobbiamo anche spiegare con quali altre intendiamo garantire quella produzione. Perché, almeno nella fase di transizione, una parte della risposta rischia altrimenti di continuare ad arrivare dalle fonti fossili.
Su questo permettetemi anche una considerazione. La provincia di Cremona ha già conosciuto discussioni, comitati e opposizioni territoriali molto forti intorno ad altre tecnologie energetiche. È accaduto, per esempio, anche con biogas e biomasse. E tra chi oggi manifesta una forte contrarietà al nucleare c’è anche chi, in passato, si è opposto con altrettanta decisione allo sviluppo di altri impianti energetici sul territorio.
Non lo dico per mettere sullo stesso piano tecnologie profondamente diverse né, tantomeno, per criticare il diritto dei cittadini a contestare un progetto. Quel diritto è sacrosanto.
Il punto è un altro: se diciamo no al nucleare, no agli impianti a biogas, no alle biomasse e poi incontriamo resistenze anche quando si realizzano altre infrastrutture energetiche, a un certo punto dobbiamo avere il coraggio di indicare quale sistema energetico vogliamo davvero costruire.
Non possiamo volere contemporaneamente più elettrificazione, meno emissioni, energia disponibile in ogni momento, prezzi competitivi e poi considerare accettabili gli impianti necessari a produrla soltanto quando vengono costruiti altrove.
Serve una linea energetica seria. Nessuna tecnologia è priva di criticità e nessuna diventa automaticamente priva di problemi quando dalla teoria si passa alla realizzazione concreta.
Per questo non vorrei ridurre il confronto a una contrapposizione tra una fonte “buona” e una “cattiva”. Dobbiamo invece stabilire quale combinazione di tecnologie permetta di raggiungere gli obiettivi ambientali garantendo allo stesso tempo energia sufficiente, stabile e sostenibile economicamente.
C'è poi il tema dei tempi.
Nessuno sostiene che gli SMR siano pronti domani mattina o che il nucleare possa risolvere il fabbisogno energetico italiano dei prossimi tre o cinque anni.
Il nucleare è una scelta di lungo periodo.
Ma proprio per questo il momento di discuterne è oggi. Le infrastrutture energetiche che potrebbero servirci tra quindici o vent'anni non possono essere decise quando ne avremo già bisogno.
Nel frattempo dobbiamo continuare a sviluppare rinnovabili, accumuli, reti, efficienza energetica e interconnessioni. Le due strategie non sono incompatibili perché rispondono anche a orizzonti temporali differenti.
La domanda elettrica, inoltre, è destinata a confrontarsi con trasformazioni enormi: elettrificazione dei consumi, mobilità, industria, pompe di calore, digitalizzazione, data center e intelligenza artificiale.
Se questa domanda crescerà significativamente, dovremo decidere quanta parte della maggiore energia necessaria vogliamo produrre all'interno del nostro Paese.
Ed è qui che entra il tema delle importazioni.
L'interconnessione europea è una risorsa straordinaria. Poter acquistare e vendere energia tra Paesi diversi rende il sistema più efficiente e più resiliente.
Ma interconnessione non può diventare sinonimo di dipendenza.
Non possiamo costruire la politica energetica italiana dando per scontato che qualcun altro produrrà sempre l'energia che ci manca. Soprattutto perché l'elettrificazione non riguarderà soltanto l'Italia: tutti i Paesi europei dovranno affrontare contemporaneamente una trasformazione dei propri sistemi energetici.
Il supporto reciproco europeo è una forza. Conservare una capacità produttiva nazionale adeguata è sicurezza energetica.
Le crisi internazionali degli ultimi anni dovrebbero averci insegnato quanto sia rischioso dipendere eccessivamente dall'esterno per una risorsa strategica.
Anche sul costo dell'energia credo serva evitare confronti eccessivamente semplicistici.
È corretto confrontare il costo per MWh delle diverse tecnologie. Ma un sistema elettrico non è composto soltanto dal costo dell'energia nel momento in cui viene prodotta.
Servono reti, accumuli, capacità di riserva, servizi di bilanciamento e sistemi capaci di garantire continuità quando alcune fonti non producono.
Questo non significa sostenere che il nucleare sia automaticamente la tecnologia economicamente migliore. Significa che, se vogliamo fare un confronto serio, dobbiamo confrontare sistemi capaci di fornire lo stesso servizio.
E questo diventerà sempre più importante anche per la competitività industriale. Energia disponibile, stabile e a costi competitivi sarà uno dei fattori che determineranno dove verranno realizzati i grandi investimenti industriali e digitali dei prossimi decenni.
C'è poi la questione delle scorie e del deposito nazionale.
È un problema reale e non va minimizzato. Ma l'Italia deve affrontarlo indipendentemente dalla costruzione di nuove centrali, perché possediamo già rifiuti radioattivi derivanti dal precedente programma nucleare e continuiamo a produrne attraverso attività sanitarie, industriali e di ricerca.
Qualunque eventuale ritorno al nucleare dovrebbe quindi prevedere fin dall'inizio una strategia credibile sull'intero ciclo.
C'è infine il tema dei referendum.
Nel 1987, dopo Chernobyl, gli italiani si espressero attraverso tre quesiti riguardanti specifiche norme allora vigenti in materia nucleare. Nel 2011 si votò invece sull'abrogazione delle disposizioni che avrebbero consentito la ripresa di un programma nucleare in Italia.
Sono pronunciamenti democratici che vanno rispettati.
Ma rispettare un referendum non significa impedire a un Paese di discutere nuovamente, a distanza di decenni, della propria politica energetica.
C'è inoltre un aspetto che secondo me non può essere ignorato: nel frattempo è cresciuta un'intera generazione di italiani che sul nucleare non ha mai avuto la possibilità di esprimersi.
Milioni di cittadini che oggi lavorano, hanno famiglie, pagano bollette e vivranno direttamente le conseguenze delle scelte energetiche dei prossimi decenni nel 2011 non avevano ancora diritto di voto; molti non erano nemmeno nati.
Il voto di chi si espresse allora merita rispetto. Ma anche le generazioni successive hanno pieno diritto di partecipare alle scelte che riguarderanno il proprio futuro e quello dei propri figli.
Sono cambiate le tecnologie, gli obiettivi di decarbonizzazione, il sistema energetico europeo e il contesto geopolitico. È cambiata soprattutto la prospettiva sulla progressiva elettrificazione dell'economia.
Rispettare la scelta di una generazione non può significare impedire per sempre alle generazioni successive di interrogarsi nuovamente sulla stessa questione in un mondo profondamente cambiato.
Riaprire una discussione non significa cancellare il voto degli italiani. Significa domandarsi se, davanti a condizioni profondamente cambiate, le scelte per i prossimi decenni debbano essere nuovamente valutate.
E se un domani il Paese arrivasse concretamente a una scelta di ritorno al nucleare, il confronto democratico, istituzionale e con i territori sarebbe inevitabilmente parte del percorso.
Infine voglio rispondere anche alla domanda più semplice che mi è stata rivolta in questi giorni: “Va bene parlare di nucleare in provincia di Cremona, ma una centrale la vorresti a Offanengo?”
Non mi sottraggo.
Se in futuro ci fosse un progetto per Offanengo, lo valuterei con attenzione, senza preconcetti ideologici e senza quella logica del “comitato dei no” che porta a rifiutare a priori impianti di questo genere. La valutazione dovrebbe essere fatta sulla base dei benefici, delle problematiche, delle garanzie di sicurezza, dell'idoneità del sito e della sostenibilità ambientale, per arrivare poi a una scelta consapevole.
Naturalmente oggi questa è un'ipotesi puramente teorica. Non esiste alcun progetto per Offanengo e non spetta alla politica decidere a priori se un territorio possieda le caratteristiche necessarie per ospitare un impianto nucleare.
Ma sarebbe poco coerente sostenere che l'Italia debba tornare a valutare questa tecnologia per poi aggiungere: “purché venga fatta a casa di qualcun altro”.
Le scelte non devono essere bloccate dall'ideologia, dai preconcetti o dalla consuetudine, tutta italiana, secondo cui gli impianti sono accettabili soltanto quando vengono realizzati nei paesi e nelle comunità diverse dalla propria. La stessa serietà che chiedo quando parlo della provincia di Cremona deve valere quando la domanda riguarda il mio territorio: si valutano dati, benefici, criticità e garanzie, e sulla base di questi elementi si decide.
Quindi torno al punto dal quale ero partito.
Non ho mai detto che domani debba essere costruita una centrale nucleare in provincia di Cremona. Non esiste alcuna localizzazione già decisa e sarebbe assurdo discutere come se ci fosse già un progetto sul tavolo.
Ho detto una cosa diversa: se l'Italia decide di riaprire seriamente la partita del nucleare, credo che anche la provincia di Cremona debba essere disponibile a valutarne opportunità, condizioni, sicurezza, sostenibilità e possibili ricadute sul territorio, senza partire né da un sì pregiudiziale né da un no ideologico.
E questo principio, per quanto mi riguarda, vale anche per Offanengo.
Possiamo discutere delle tecnologie, dei costi, dei tempi e delle soluzioni. Anzi, dobbiamo farlo.
Ma alla fine rimane una domanda alla quale nessuno di noi può sottrarsi:
l'energia che consumeremo nei prossimi decenni, chi la produrrà?»
Daniel Bressan
Vicesindaco di Offanengo



