Scarica questo comunicato stampa
Il 26 aprile 1986, in seguito ad un collaudo di sicurezza, esplode il reattore 4 della centrale nucleare di ÄÂernobyl', in Ucraina, allora Repubblica Socialista Sovietica. L’Europa e il mondo affrontavano il più grave incidente nucleare della storia, del quale ricorre il quarantesimo anniversario.
Ricordare Cernobyl vuol dire, tra l’altro, ricordare la storia dell’ambientalismo. Poche settimane dopo l’incidente, il 10 maggio del 1986, Legambiente organizzò una grande manifestazione a Roma per chiedere la rinuncia al nucleare che portò, nel 1987, al primo referendum per l’uscita dal nucleare del nostro Paese.
L’Italia, dopo la dismissione delle quattro centrali allora esistenti, ancora oggi non ha un sito di stoccaggio delle scorie definitivo e sicuro. Possiamo consolarci ricordando che nessun paese al mondo, nemmeno la Francia o gli Stati Uniti, ha risolto il problema dello stoccaggio definitivo delle scorie: solo la Finlandia, proprio in questi giorni, ha ultimato i lavori per la realizzazione del primo costosissimo sito adatto allo scopo, in una profonda cavità sotterranea artificiale. Ma basterà per contenere solo poco più dell’1% delle scorie ad alta attività prodotte fino ad oggi nel mondo.
“Dobbiamo continuare a raccontare Cernobyl. Legambiente lo fa anche attraverso le storie dei tanti bambini dell’area colpita, dal 2006 ospitati in Lombardia per periodi di risanamento, e tutt’oggi assistiti in una colonia in territorio bielorusso,” ricorda Barbara Meggetto, presidente di Legambiente Lombardia. “In questo modo, continuiamo a mantenere un solido legame con le popolazioni colpite e tutt’ora esposte a livelli elevati di radioattività. Lo facciamo per tenere alta la guardia, essendo grati a chi si è sacrificato per spegnere l’incendio attorno alla centrale e per bonificare l’area, senza i quali le conseguenze sarebbero state ancora più gravi.”
Della centrale di Cernobyl si continua, purtroppo, a parlare ancora adesso. Il “sarcofago” attuale, New Safe Confinement (NSC), finanziato e completato nel 2016 da oltre 45 Paesi e dall’Unione Europea e giudicato sufficiente per un secolo di protezione dalle emissioni radioattive, nel 2025 è stato colpito da un drone con testata esplosiva ad alto potenziale nel corso di un attacco militare russo nella regione. La stabilità del sarcofago è seriamente compromessa, con una falla che occorre riparare rapidamente. Tutta la struttura potrebbe essere a rischio di collasso. Quanto accaduto nel conflitto in Ucraina, che ha visto ripetuti attacchi anche alla centrale di Zaporizhzhia, ma anche nel corso degli attacchi all’Iran, ci ricorda anche che i siti nucleari sono a rischio anche per essere obiettivi militari sensibili. In un mondo sempre più instabile è un ulteriore tema da considerare per ogni Paese che intenda sviluppare una filiera nucleare. Stesso rischio anche per gli eventi naturali: in questo caso vale l’esempio di Fukushima, dove non è bastata una impeccabile procedura di emergenza seguita a un terremoto a scongiurare il peggio.
Il desiderio di realizzare tecnologie nucleari fuori dalla storia continua però ad alimentare sia fantasie sia problemi reali. Anche l’Italia prova a fare marcia indietro rispetto alla scelta di uscire dal nucleare, nonostante la chiara volontà espressa dagli italiani, anche con l’ultimo referendum del 2011. Il Consiglio dei Ministri ha infatti approvato una legge delega sul “nucleare sostenibile” – non si dice di quale sostenibilità si parli – che prevede la creazione di un'Autorità per la sicurezza e un programma nazionale. Sempre nel 2025, L'Italia ha inoltre aderito formalmente all'Alleanza Nucleare Europea, un’entità che conta già tredici aderenti, promossa dalla Francia nel 2023, che vedrebbe l'energia atomica come “pilastro della transizione energetica” anche se, secondo il Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC), un apporto significativo del nucleare verrebbe solo dopo il 2035-2040.
Ed è una previsione estremamente ottimistica: considerato che nel nostro paese non esistono siti nucleari e nemmeno una pianificazione per la loro individuazione, i tempi sarebbero necessariamente superiori: se anche si partisse oggi, difficilmente si immetterebbe in rete elettricità da fonte nucleare prima degli anni Cinquanta: quando, cioè, stando ai piani di decarbonizzazione impostati dall’UE, dovremmo già essere riusciti ad eliminare quasi del tutto l’impiego energetico delle fonti fossili. Se ci riusciremo, e soprattutto in quale quadro geopolitico ci muoveremo negli anni Cinquanta del Terzo Millennio è, oggi, quanto di più difficile da prevedere.
La Lombardia, dal canto suo, ha firmato nel 2025 – prima regione a volerlo fare – un protocollo d’intesa con l’AIEA, l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, vagheggiando di un uso pacifico del nucleare. Una “quarta via” energetica che la Lombardia vede possibile entro dieci anni. Realisticamente, dieci anni non saranno però sufficienti nemmeno per arrivare all’individuazione del sito per il primo cantiere nucleare. Parlare di nucleare serve a distogliere da soluzioni energetiche che invece sono accessibili a investimenti attuabili da subito, necessari per sottrarsi dalla dipendenza da fonti fossili.
“Il nucleare è un’arma di distrazione dalle priorità energetiche della Lombardia, regione che dovrebbe semmai guadagnare il terreno perso sullo sviluppo delle filiere oggi più accessibili, sostenibili, pacifiche e reversibili, quelle che sfruttano le fonti rinnovabili”, commenta Damiano Di Simine, responsabile scientifico di Legambiente Lombardia. “Le rinnovabili, insieme alla riduzione della domanda e al miglioramento dell’efficienza in tutti i settori, sono l’architrave del sistema energetico nei prossimi decenni, mentre il nucleare è più simile a un boccone avvelenato gettato nel dibattito. C’è chi vorrebbe mantenere uno status quo basato sull’importazione e l’estrazione di combustibili fossili, anche a costo di caricare i costi su imprese e famiglie, che già oggi pagano questa dipendenza con le bollette energetiche più care d’Europa.”.