Martedì, 14 luglio 2020 - ore 15.29

Panico coronavirus nell’Italia del nord, dove in migliaia muoiono d’inquinamento ogni anno

Finora si contano nell’intero Paese 219 contagi e 5 vittime, contro le 76.200 morti premature l’anno dovute agli inquinanti atmosferici. Eppure la percezione del rischio è ribaltata

| Scritto da Redazione
Panico coronavirus nell’Italia del nord, dove in migliaia muoiono d’inquinamento ogni anno

Nel giro di un fine settimana l’Italia del nord si è trovata stretta sotto assedio dal nuovo coronavirus, con focolai d’infezione che – mentre scriviamo – hanno provocato 219 casi di contagio e 5 morti legati alla sindrome simil-influenzale denominata Covid-19: gli ultimi due decessi, entrambi in Lombardia, riguardano un 84enne e un 88enne, in linea con i dati finora raccolti che mostrano come i casi più gravi – proprio come per gli altri casi d’influenza – siano legati prevalentemente a persone anziane e con patologie pregresse.

«L’infezione, dai dati epidemiologici oggi disponibili su decine di migliaia di casi – spiegano al proposito dal Cnr – causa sintomi lievi/moderati (una specie di  influenza) nell’80-90% dei casi. Nel 10-15% può svilupparsi una polmonite, il cui decorso è però benigno in assoluta maggioranza. Si calcola che solo il 4% dei pazienti richieda ricovero in terapia intensiva. Il rischio di gravi complicanze aumenta con l’età, e le persone sopra 65 anni e/o con patologie preesistenti o immunodepresse sono ovviamente più a rischio, così come lo sarebbero per l’influenza».

I focolai di Covid-19 sono però legati a un nuovo coronavirus, per contrastare il quale non abbiamo ancora vaccini a disposizione, e dunque per contenerne la diffusione le autorità sanitarie preposte stanno adottando misure straordinarie. Eppure l’Italia risulta il Paese europeo più colpito dal nuovo coronavirus: perché? «Troviamo tutti questi malati in questo momento, perché, semplicemente, abbiamo cominciato a cercarli», risponde la virologa Ilaria Capua, una lettura confermata dallo stesso premier Conte che sottolinea come nel nostro Paese siano stati effettuati finora circa 4mila tamponi alla ricerca del coronavirus contro i 400 effettuati in Francia. Inoltre il focolaio epidemico è partito da un ospedale, con i primi casi riscontrati in quello di Codogno, e questo ha contribuito ad amplificare la diffusione del coronavirus.

Ma in questa fase a creare più danni del Covid-19 è la percezione dei rischi collegati, che sta portando a difficoltà nella gestione stessa del fenomeno: «Nell’ambito delle attività messe in campo per fronteggiare l’emergenza coronavirus, la collaborazione dei cittadini è fondamentale – sottolineano non a caso dalla Protezione civile – Si invita pertanto la popolazione a recarsi nelle strutture sanitarie e ad utilizzare i numeri di emergenza solo se strettamente necessario».

In questo contesto è importante sottolineare la distanza che si è venuta a creare tra rischi effettivi per la salute e la loro percezione. Finora si contano nel nostro Paese 5 vittime legate al nuovo coronavirus, mentre ogni anno l’inquinamento miete 76.200 vittime secondo gli ultimi dati messi in fila dall’Agenzia europea dell’ambiente: l’Italia è infatti il primo in Europa per morti premature da biossido di azoto (NO2) con circa 14.600 vittime all’anno, ha il numero più alto di decessi per ozono (3.000) e il secondo per il particolato fine PM2,5 (58.600).

E i danni maggiori legati all’inquinamento atmosferico, paradossalmente, si registrano proprio nelle regioni del nord Italia che oggi si sentono sotto assedio a causa di un altro nemico “invisibile” come il nuovo coronavirus; circa il 95% degli europei sottoposti a sforamenti contemporanei nelle emissioni di particolato, biossido di azoto e ozono vive infatti nel nord del nostro Paese.

Interrogati al proposito, i cittadini della Pianura padana sembrano consapevoli dell’elevata presenza di inquinamento nell’aria che respirano ma sembrano poco disposti ad agire per limitare i rischi. Dopo aver coinvolto oltre 7mila residenti nell’area, il progetto europeo Life Prepair documenta infatti sia una percezione errata nel merito (che la qualità dell’aria sia in peggioramento, anche se i dati reali ci dicono che le emissioni dei principali inquinanti sono in diminuzione, nonostante le numerose vittime ancora collegate) sia una scarsa propensione a far fronte ai rischi collegati: i cittadini individuano infatti come prioritario intervenire su processi e prodotti industriali e solo nell’11,1% dei casi considerino rilevante attuare limitazioni al traffico, nonostante la corretta percezione dell’impatto dei trasporti come primaria causa di inquinamento (59,8%).

L’inquinamento dunque non fa paura, e anche quando la fa si individuano i colpevoli sbagliati. Un’amara constatazione che richiama (anche) la responsabilità dei media a ridurre la distanza tra rischi reali e percepiti, in modo mettere in campo un’azione davvero efficace contro i pericoli da affrontare per la nostra salute e per quella del pianeta.

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