Mercoledì, 01 aprile 2020 - ore 10.17

Piemonte: la Regione dichiara lo stato di massima pericolosità incendi e poi approva le deroghe per l’abbruciamento all’aperto

Legambiente alla Regione: ''No alle deroghe. Sono fonte di grandi quantità di micropolveri e, in piena siccità, innalzano il rischio di incendi''

| Scritto da Redazione
Piemonte: la Regione dichiara lo stato di massima pericolosità incendi e poi approva le deroghe per l’abbruciamento all’aperto

Il 6 febbraio, la Direzione opere pubbliche, difesa del suolo, protezione civile, trasporti e logistica della Regione Piemonte ha dichiarato lo stato di massima pericolosità per gli incendi boschivi in tutto il territorio regionale e i divieti prevedono che «entro una distanza di cento metri dai terreni boscati, arbustivi e pascolivi, le azioni determinanti anche solo potenzialmente l’innesco di incendio, quali: accendere fuochi, accendere fuochi pirotecnici, far brillare mine, usare apparecchi a fiamma o elettrici per tagliare metalli, usare apparati o apparecchiature che producano faville o brace, fumare, disperdere mozziconi o fiammiferi accesi, lasciare veicoli a motore incustoditi a contatto con materiale vegetale combustibile o compiere ogni altra operazione che possa creare comunque pericolo mediato o immediato di incendio; è vietata qualunque generazione di fiamma libera non controllabile nel tempo e nello spazio».

Poi, il 18 febbraio, la Terza e la Quinta commissione consiliare della stessa Regine Piemonte, riunite in sede legislativa, hanno approvato una nuova legge secondo la quale «Il divieto di abbruciamento di materiale vegetale, nel periodo compreso tra il 1° novembre e il 31 marzo dell’anno successivo, potrà essere derogato, limitatamente alla combustione dei residui colturali, per un massimo di trenta giorni anche non continuativi per i Comuni montani e per un massimo di 15 giorni anche non continuativi per le aree di pianura. Le deroghe vanno decise dai sindaci con propria ordinanza, fermo restando i limiti posti dal decreto legislativo 152/2006, che all’art.182 prevede che i Comuni e le altre amministrazioni competenti in materia ambientale abbiano in ogni momento la possibilità di sospendere, differire o vietare l’abbruciamento delle sterpaglie in tutti i casi in cui sussistano condizioni meteorologiche, climatiche o ambientali sfavorevoli, con particolare riferimento al rispetto dei livelli annuali delle polveri sottili».

Il presidente della Regione, Alberto Cirio (Forza Italia), ha sottolineato che la Regione ha voluto «modificare la legge introdotta dall’amministrazione precedente adottando un criterio di buonsenso, per permettere alle migliaia di agricoltori piemontesi di poter svolgere serenamente il proprio lavoro»

Il vicepresidente e assessore alle foreste Fabio Carosso (Lega Salvini Piemonte) ha spiegato che questa modifica normativa è «nata soprattutto dall’esigenza di sostenere l’economia agricola nelle zone montane e collinari, favorendo la corretta gestione dei terreni, nell’ottica anche di una prevenzione dei rischi idrogeologici e di un mantenimento delle coltivazioni agrarie tradizionali con valenza economica, sociale e paesaggistica. In particolare, ciò che che si vuole evitare è che si vengano a creare situazioni di pericolo idrogeologico a causa di accumuli incontrollati di residui vegetali in zone destinate al deflusso dell’acqua».

A nessuno dei due sembra passare per l’anticamera del cervello che tra i due provvedimenti presi a 12 giorni di distanza ci sia una qualche contraddizione.

Ma a farlo notare è il presidente di Legambiente Piemonte e Valle d’Aosta Giorgio Prino che aggiunge anche altro: «Curioso come gli atteggiamenti della Regione Piemonte siano contrastanti fra loro a seconda del campo di applicazione. Quando parlano di inquinamento atmosferico in città assolvono le auto e incolpano i riscaldamenti, in particolare quelli a biomassa. Ciononostante contemporaneamente liberano le deroghe agli abbruciamenti liberi. Abbiamo l’impressione che il costante appellarsi al semplice buonsenso stia producendo dei cortocircuiti politici».

Prino spiega che «Il divieto nasce dalla necessità di contenere il rischio per la salute umana e la deroga in capo ai Comuni lo rende di fatto inutile: è sufficiente che un Comune programmi o distribuisca le giornate di deroga per dar modo di smaltire a fuoco tutto quanto producibile nelle operazioni agricole autunnali e invernali, semplicemente concentrando gli abbruciamenti. Inoltre, posto che gli abbruciamenti sono una fonte significativa, scientificamente accertata, di particolato e Composti Organici Volatili, la deroga è di fatto una valutazione della non pericolosità delle emissioni degli abbruciamenti consentiti. La responsabilità di decidere se tale pratica sia nociva per la salute umana (in termini di inquinanti a tossicità immediata e di accumulo di inquinanti in troposfera) è dunque traslata sui Sindaci (la deroga si applica con ordinanza sindacale) che non hanno una struttura tecnica di supporto, come ha invece la Regione».

Secondo il Cigno Verde piemontese, «Il mantenimento della pratica di abbruciamento dei residui, oltre a non valutare gli aspetti sanitari, è incongruente con la realtà sotto il profilo ambientale e agronomico: in un sistema di agricoltura industriale che ha causato in 50-80 anni l’impoverimento e la mineralizzazione dei suoli padani (con la liberazione di quantità significative di carbonio) non andrebbe favorita la combustione ma la triturazione e l’interramento (previo l’eventuale compostaggio) dei residui».

Prino conclude: «Alle questioni legate ad inquinamento e a qualità del suolo, si aggiunge quella sulla sicurezza: in un momento storico in cui gli effetti dei cambiamenti climatici si traducono sul nostro territorio con inverni sempre più siccitosi, permettere abbruciamenti liberi significa elevare significativamente il rischio di incendi. Quegli stessi incendi che nell’autunno del 2017 hanno martoriato il territorio piemontese».

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