Giovedì, 09 luglio 2020 - ore 06.41

ADUC Ripresa da coronavirus. Chiedere, chiedere e chiedere… ma lo Stato e l’Unione siamo noi

Cittadini, imprese e consumatori. Dobbiamo essere noi i protagonisti. E’ un motivo conduttore abbastanza diffuso, senza distinzione di parte politica: chiedere, chiedere e chiedere.

| Scritto da Redazione
ADUC  Ripresa da coronavirus. Chiedere, chiedere e chiedere… ma lo Stato e l’Unione siamo noi

ADUC  Ripresa da coronavirus. Chiedere, chiedere e chiedere… ma lo Stato e l’Unione siamo noi

Cittadini, imprese e consumatori. Dobbiamo essere noi i protagonisti. E’ un motivo conduttore abbastanza diffuso, senza distinzione di parte politica: chiedere, chiedere e chiedere.

Ogni richiedente, ovviamente, ha ragioni a sfare nell’analisi del suo proprio. A parte Amazon e simili, gli operatori Tlc ed energetici, i dipendenti dello Stato e della Pubblica Amministrazione, i lavoratori e/o imprenditori dei servizi che sono rimasti aperti durante il confino (1)… tutti gli altri (che anche se non sono la maggioranza degli italiani, sicuramente ne costituiscono una cospicua fetta, soprattutto in termini produttivi e di consumi) sono a zero o vicini.

Questo nell’immediato, ché fra un po’, anche i garantiti pubblici, non è detto che a fine mese troveranno sempre il necessario in busta paga, anche se al gigantesco buco in crescita dello Stato arriva in soccorso l’Unione Europea…. Che però non è un’entità astratta che raccoglie i soldi da particolari alberi magici, ma li ha “a disposizione” grazie alle entrate che le derivano dagli Stati membri. Insomma un “circolo vizioso” a cui fare molta attenzione che, appena ci si distrae, qualcosa “sguilla” da una parte, qualcosa dall’altro. Soprattutto, a livello europeo, i 500 miliardi per la sanità (Mes), i 200 miliardi per le imprese (Bei),  100 miliardi per i disoccupati (Sure) e i 750 miliardi per l'acquisto di titoli pubblici, anche spazzatura (Bce), nonché (in programma) il Recovery Fund per 1000-1500 miliardi, che grossomodo sono gli importi che dovrebbero essere utilizzati (per tutti i Paesi, non solo per l’Italia), ci sono se sono attivi i

versamenti degli Stati membri e se vengono approvate e vanno veloci le politiche da cui dovrebbero venire questi soldi.

A quelli dell’Ue vanno aggiunti i soldi dello Stato italiano, anch’essi non frutto di una raccolta dai soliti alberi magici, ma proventi dalle tasse dei contribuenti e dalle specifiche politiche economiche quando lo Stato si fa imprenditore.

Insomma una cosa complessa. Ci fermiamo coi macro-numeri. E andiamo su quelli del cosiddetto piccolo quotidiano.

Da più parti si sente dire che, ammesso che l’emergenza finisca (tutti ottimisti, per carità, ma la serietà si vede proprio nel prevedere ed essere pronti al peggio, Germania docet), è come se fossimo usciti da una guerra… e qui i riferimenti alla fine della seconda guerra mondiale si sprecano. Ma non è così per diversi motivi, primo fra tutti che, a differenza di una guerra che tutto distrugge (oltre le vite anche case, edifici e macchinari di produzione), qui le vite distrutte sono quel che sono (sempre troppe ovviamente) ma, soprattutto tutto ciò che ci consente di produrre è integro e sembra non si sia deteriorato nella pausa del confino, o comunque lo è in minima parte (2).

Sperando che questi aspetti siano chiari (non abbiamo scoperto niente di fantasmagorico, abbiamo solo messo insieme alcuni pezzi), Stato o non Stato, Unione o non Unione, sono gli individui che contano.

Per se stessi, per l’economia, per la società.

Quegli stessi individui che hanno dimostrato e continuano a dimostrare un alto senso civico rispettando il confino, foss’anche il confino a Lampedusa (con malati vicini allo zero) o a Bergamo (sappiamo tutti…). Questi individui si devono dar da fare non chiedendo ed aspettando e lanciando improperi contro chi dà loro meno di quanto si aspettavano o anche niente. Questi individui devono fotografare ognuno la propria realtà, la propria professionalità, i propri desideri, le proprie esigenze e agire di conseguenza adeguandosi a ciò che possono produrre (prodotti e servizi) in questo contesto.

Uno stimolo che vale molto per imprenditori di vario livello (che sono i creatori del lavoro), ma anche per coloro che sono dipendenti e che sono consumatori: a non pretendere, ad adeguarsi, ad essere collaborativi e costruttivi ricordando anche che il loro potere (forza lavoro e consumi) è comunque equilibrato con quello degli imprenditori che devono comunque calibrare il loro altrettanto potere con chi serve loro per produrre e consumare.

Su tutto ovviamente c’è la “cappa” di uno Stato che fino ad oggi (prima della emergenza) non ha brillato per favorire imprenditori, lavoratori e consumatori. Ora lo Stato si sta impegnando per evitare di dover esser tale solo di fronte a malati e cadaveri…. Ma non basta, occorre rimettere in discussione tutto quello che ha portato lo Stato ad affrontare male questa situazione (sempre Germania docet), rimuovendo, a partire dalla burocrazia mefitica, tutti gli ostacoli che possano limitare l’espressione di questi tre soggetti. Espressione che, ben incentivata, può produrre il necessario gettito fiscale.

E’ certo che domani mattina non sarà così. Ma vorremmo poter credere che potrebbe esserlo fra un po’.

1 - facendoci la tara perché, per esempio, un negozio di ferramenta che è rimasto aperto, con gli agglomerati urbani vuoti, quanto potrà avere incassato? Una miseria.

2 – valutazione a parte, e particolare, va fatta per il settore servizi tipo (notevole nel nostro Paese e non solo) turismo dove, a parte i tentativi degli operatori del settore di rifarsi (poca roba, ma odiosa) sui soldi dei viaggiatori (https://salute.aduc.it/coronavirus/comunicato/coronavirus+vacanze+governo+auspica+poterle+far_31071.php ), occorre ragionare a dimensioni mondiali. E, secondo noi, al momento non si possono fare progetti, a parte i “giochini” delle cabine in plexiglas sulle spiagge, la disinfezione della sabbia e altre amenità del genere. Per cui, nell’immediato, anche se può sembrare odioso e distruttivo, crediamo non ci siano alternative all’invito (ovviamente incentivato) alla riconversione di alcuni servizi turistici in attività di più facile inserimento nel tessuto produttivo e che, soprattutto, non comportino quella mobilità senza la quale lo stesso turismo non ha senso.

Vincenzo Donvito, presidente Aduc

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