Martedì, 27 settembre 2022 - ore 22.57

Boris Johnson si dimette. 'Lascio ma non avrei voluto farlo'

La resa in un discorso alla nazione. BoJo intende comunque restare capo del governo fino all'elezione di un successore alla guida del partito prevista per ottobre. 'Nessuno è indispensabile'

| Scritto da Redazione
Boris Johnson si dimette. 'Lascio ma non avrei voluto farlo'

Boris Johnson si è dimesso da primo ministro. Lo ha annunciato stamattina, davanti alla porta numero 10 di Downing Street: "Sono costretto a lasciare il lavoro più bello del mondo, dopo aver ottenuto la più grande maggioranza parlamentare dal 1987. Mi spiace e sono triste. Ma nessuno è indispensabile, e dunque lascio, se questa è la volontà dell'istinto del gregge a Westminster, che mi ha frenato".

Nessuna forzatura alla Donald Trump, come si temeva. Ma anche niente scuse per gli scandali che lo hanno affondato, bensì soltanto un elenco dei "successi" del suo governo: "Abbiamo completato la Brexit, distribuito i vaccini anti Covid prima di tutti, abbiamo guidato l'Occidente nel sostegno all'Ucraina contro l'aggressione di Putin, avevamo in mente di redistribuire le ricchezze in tutto il Paese. In questi giorni ho detto a tutti che sarebbe stato perlomeno eccentrico cambiare guida al governo, ma non mi hanno ascoltato. Ringrazio i cittadini britannici, mia moglie Carrie e i nostri bambini", presenti in strada a Downing Street, "la mia famiglia e tutto lo staff. Rimarrò in carica fino a quando non sarà eletto il mio successore, che avrà tutto il mio sostegno".  

Dopo una resistenza sempre più folle e paradossale, con quasi tutto il partito contro, il primo ministro britannico si è finalmente arreso. Non aveva altra scelta dopo essersi asserragliato a Downing Street per giorni, mentre continuava il fiume di dimissioni dal suo governo e dal partito conservatore e la processione di tory al numero 10 per convincerlo a mollare. Johnson aveva cercato nuovi ministri per rimpiazzarli, ma nessuno era disponibile a immolarsi per un leader oramai screditato e una barca che stava affondando. Il primo ministro britannico annuncerà le sue dimissioni oggi. Una caduta incredibile, a meno di tre anni dal suo storico trionfo elettorale.

La resa

Johnson ha resistito fino all'ultimo prima di lasciare. Ma stamattina è rimasto davvero solo a Downing Street. Perché sin dalle 6.30 di mattina ha ripreso il flusso di dimissioni di membri del suo esecutivo, che ha sfondato addirittura quota 60 in pochissime ore. Tra questi, ci sono stati anche gli addii clamorosi di due ministri nominati soltanto 48 ore fa, in un rimpasto lampo e disperato. Ovvero il nuovo cancelliere dello Scacchiere, ossia il ministro delle finanze Nadhim Zahawi, e la ministra dell'Istruzione Michelle Donelan. Zahawi ha scritto, in una lettera pubblica neanche indirizzata direttamente al primo ministro che lo aveva nominato: "Devi andartene, per il bene di tutti". Un teatro sempre più dell'assurdo a Whitehall. 

Gli ultimi fuochi

Oramai, Boris Johnson, l'uomo che due anni fa ha conquistato il più grande trionfo elettorale dagli anni Ottanta, aveva quasi tutto il partito contro e l'89% dei britannici che chiede la sua dipartita (tra cui il 54% dei conservatori). Fatali lo scandalo "Partygate" delle feste in lockdown a Downing Street, per cui è stato multato e indagato dal Parlamento per aver detto probabilmente il falso in aula, e l'ultimo del deputato Christopher Pincher: promosso da Johnson nel governo nonostante le sue serate di alcol e molestie sessuali contro giovani uomini e attivisti tory. Anche in questo caso, il primo ministro aveva inizialmente detto di non essere a conoscenza delle malefatte di Pincher, prima di essere inchiodato da vecchi documenti ed ex collaboratori che ancora ricordano le battute di Boris sui vizi del deputato.

 L'inizio della fine

Sono gli ultimi due capitoli dell'incredibile la parabola della sua caduta, con una maggioranza monstre, di oltre 80 seggi, dilapidata in poco più di due anni. Tutto è iniziato con l'addio di Dominic Cummings, il suo "rasputin" e artefice della vittoria degli euroscettici al referendum Brexit del 2016, molto probabilmente cacciato anche dalla moglie del primo ministro, ossia Carrie Symonds. Un caso che scatenò una House of Cards a Downing Street, e numerose faide interne che si sono trascinate fino ad oggi.

Lo scorso ottobre, poi, c'è stato il caso del deputato tory Owen Paterson, additato da una commissione Parlamentare bipartisan di aver fatto lobby e ottenuto guadagni sfruttando indebitamente il suo seggio nella Camera dei Comuni di Westminster. Così il primo ministro, anche per l'amicizia che lo lega a Paterson, "si era andato a schiantare in rettilineo", metafora automobilistica sua: prima ordinando al partito di votare una legge in difesa di Paterson e altri casi simili, costringendo molti tory riluttanti a sacrificare la propria etica e reputazione. Poi, di fronte alle enormi polemiche generate, facendo una clamorosa marcia indietro, costringendo Paterson alle dimissioni. Di lì è iniziata la catastrofica caduta di Boris, accusato negli ultimi mesi di aver screditato la reputazione e l'onore non solo del partito, ma anche del Paese.

 Il prossimo leader

Johnson dovrebbe rimanere comunque in carica, seppur dimissionario, fino all'autunno. Smentite le voci che davano un clamoroso ritorno di Theresa May a Downing Street, seppur ad interim. In estate verrà scelto il prossimo leader dei conservatori e dunque il nuovo primo ministro, come impongono le regole dei tories. Tutto questo prima delle elezioni generali, che a questo punto si terranno molto probabilmente come previsto nel 2024. Tuttavia, il leader del Labour, Sir Keir Starmer, non ci sta, e chiede che Johnson vada via immediatamente. Altrimenti, chiederà l'ulteriore umiliazione per Boris di un voto di sfiducia in Parlamento. Anche diversi parlamentari tory sono scettici di mantenere Johnson al potere per altri mesi.

Alla fine, Johnson, che da bambino voleva essere il "re del mondo" e che fino all'altro giorno diceva di voler rimanere in carica fino a oltre il 2030, ha resistito al Numero 10, almeno sino a oggi, per 1079 giorni, uno in più del primo ministro dell'"appeasement" Neville Chamberlain e qualche settimana in più di Gordon Brown. Theresa May, invece, dal 2016 al 2019 rimase a Downing Street per 1106 giorni, e a questo punto dovrebbe essere superata anche lei, qualora l'attuale leader dovesse rimanere in carica fino all'autunno.

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