Domenica, 17 novembre 2019 - ore 10.42

Cremona L'urlo di un gesto - L'Eco

“Un caso risolto nell’arco di poche ore”: si è commentato da parte degli inquirenti nei confronti, appunto, dell’uxoricidio (termine di solito usato per definire delitti con ben altri moventi) avvenuto dalle parti della Giuseppina.

| Scritto da Redazione
Cremona L'urlo di un gesto - L'Eco

Edvard Munch, l’autore del celeberrimo dipinto, cui frequentemente si ricorre come supporto grafico dei concetti espressi, si sentì in dovere, per quanto non ce ne fosse bisogno, di fornire una spiegazione al senso della sua opera: «ero al margine della follia, sul punto di precipitare».

Abbiamo scelto di ricorrere a questo incipit ermeneutico per meglio immedesimarci nell’orribile fatto avvenuto ieri, che lascia senza parole. Curando, come è nostro costume, di stare ben lontani dal prevalente impulso tossico ad una narrazione pervasa unicamente dall’indotto del clamore suscitato, per di più in una città piccola, da una tipologia tragica che arrischia di condurre all’assuefazione.

L’informazione fa il suo mestiere, mentre noi avvertiamo il dovere di rimandare il significato di tragedie come queste, sempre più frequenti, al retroterra che ne costituisce l’humus.

Un caso risolto nell’arco di poche ore”: si è commentato da parte degli inquirenti nei confronti, appunto, dell’uxoricidio (termine di solito usato per definire delitti con ben altri moventi) avvenuto dalle parti della Giuseppina.

Investigativamente parlando, sicuramente è così.

Ma anche dal punto di vista della scansione antropologica le cose si presentano facili: un anziano, disperato, sopprime la consorte, anziana ed avviata ad un crepuscolo molto problematico.

La giustizia e l’indagine psicologica seguano il loro corso.

A noi interesserebbe, non tanto, com’è d’altronde implicito, saldare i profili investigativi ed eventualmente patologici dell’insano gesto, quanto ripercorrere, in chiave prevalentemente sociologica, la filiera delle spiegazioni del delitto; per ,poi, poter trarre deduzioni di ordine generale.

Sarà utile partire da un collage del retroterra esistenziale dei protagonisti (la vittima e la vittima-uxoricida), quale si può desumere dalle dichiarazioni rese dai molti che li hanno conosciuti.

Cominciando dalla narrazione di com’erano prima dello snodo (la malattia della moglie) destinato a deviare il corso della normalissima esistenza di entrambi): “Una donna bravissima, socievole, una grande lavoratrice. Faceva le pulizie per integrare il reddito da pensione del marito già operaio… una famiglia perfetta, con il loro lavoro hanno tirato su le due figlie… una coppia felice che andava a ballare e che aveva amici affezionati”.

Ma, ad un certo punto, i cardini di una vita normale, per molti versi (se si pensa ai tempi correnti) esemplare, repentinamente vanno in frantumi.

Una punizione biblica, direbbero gli esegeti della versione dogmatica della fede, inferta dal Creatore per far riflettere (e vien bene a Quaresima appena inforcata) sul senso permanente di quel “Memento homo, quia pulvis es et in pulverem reverteris

Molto più semplicemente Bianca è colpita da un gravissimo problema neurologico ed è costretta ad affrontare un lungo ricovero ospedaliero ed una lunghissima “riabilitazione”; donde sortisce, più che parzialmente riabilitata, molto menomata nelle sue funzioni vitali e nella sua autonomia.

E’ toccata a me; forse era meglio morire. Adesso come farò?”: confida a chi le è vicino.

Tra i più vicini, ovviamente, è il marito Libero. La cui affettuosa dedizione viene unanimemente descritta: “Da quando si è ammalata, ogni sera era accanto al suo letto…Lui andava a farle visita ogni giorno… Ha fatto il possibile per starle vicino… Sempre più preoccupato per quello che sarebbe accaduto al rientro di sua moglie a casa. Chissà se sarò in grado di farlo. Recuperare al massimo e provare a ripartire, a riprendere una vita (quasi) normale…”.

Questo è il prodromo, dedotto dalle testimonianza dei conoscenti, della condizione che avrebbe portato ad un epilogo tanto tragico. Che accade eccezionalmente, ma che è sicuramente nell’angoscia di chi viene a trovarsi nella condizione di Bianca e Libero.

Ci si potrebbe liberare del gravame di ulteriori riflessioni cedendo ad una conclusione dal profilo prevalentemente psichico.

Qualcuno ha riportato: “Era entusiasta all’idea di tornare finalmente a casa”. In che si rivela l’istinto di sopravvivenza. Che avrebbe dovuto, però, fare i conti con la sostenibilità dal punto di vista clinico e, soprattutto, da quello pratico.

Il marito aveva adattato l’appartamento alla nuova condizione della moglie, apprestandosi a dare risposte concrete alla sconcertante domanda “Adesso come farò?”. Ma la distanza tra l’aspirazione a riprendere quella vita (quasi) normale che abbiamo più sopra citato e le possibilità concrete è enorme. Soprattutto, quando si fa strada la consapevolezza che la dedizione si rivelerà illimitata nel tempo e soverchiante rispetto alle risorse messe in campo.

Oh sì, se andrà bene, arriverà ciò che passa il convento: l’assistenza domiciliare (che frequentemente si rivela eccellente, per quanto non congrua a casi così impegnativi), integrata dal volontariato.

Ma, come abbiamo potuto dedurre da una non breve (e, comunque, per noi dolorosa) esperienza di volontariato, sui tempi lunghi e sul’impantanamento del recupero effettivo, prima o poi avviene il collassamento  della macchina generosamente approntata.

Capitasse a noi, non ci sarebbe dubbio alcuno attorno alla totale condivisionedella conclusione di Bianca “forse era meglio morire”.

Ma nell’Italia, afflitta dal peso delle arretratezze culturali e dai condizionamenti di una religione riluttante a non praticare invadenze di campo, è, in casi estremi come quello in esame, ancor più difficile morire di quanto non lo sia vivere.

Come nel caso della Englaro, viene offerta l’opzione delle “misericordine”, che come deterrente agl’insani gesti non è minimamente considerabile, neanche dal punto di vista ipotetico. 

Sissignori! Noi rivendichiamo, anche in questa occasione e senza riserva alcuna, il diritto di dar seguito legalmente alle conclusioni cui potrebbe essere pervenuta Bianca: “meglio morire”.

Meglio morire nel pieno diritto, nella piena dignità, fors’anco nella serenità di compiere un gesto acconsentito, eticamente e legalmente, dalla comunità di cui si è parte.

Ma, avendo questa comunità la prerogativa di ospitare la sede del vicario in terra, tutto ciò che rimanda, in qualche modo al diritto di fine vita, viene osteggiato da una casta sacerdotale arcaica, più interessata all’esorcizzazione di questa testimonianza civile (no all’eutanasia!), viene, conseguentemente, proibito per legge. Mentre la gauche au caviar delle élites snob e del politically correct spende, come si sa, tutte le proprie energie per ben altre campagne dei diritti civili!

Per chi ritiene indignitoso ed insopportabile continuare la vita, non resta che il viaggio della dolce morte all’estero. Una prospettiva che, per il carico di spesa e di drammatizzazione, non è per tutti.

L’alternativa, ovviamente per chi volesse accettare la sfida della sopravvivenza e del recupero, sarebbe rappresentata da un sistema sanitario e socio-assistenziale da paese evoluto, civile e giusto con i suoi cittadini, specie con quelli più deboli.

Quando succedono fatti rimarchevoli, degni di nota come quello di cui stiamo parlando, ci si trova di fronte ad un insopportabile ingorgo di attenzioni mediatiche e di narrazioni più o meno interessate. Ma, poi, tutto torna alla normalità ed i più girano la faccia dall’altra  parte.

Si criminalizza il fine vita assistito, si esorta ad affidarsi alla misericordia dei credenti ed ai doveri dello Stato.

Il dramma più grande non è quello di chi se n’è andato, ma di chi rimane”: è stato il commento di una addolorata amica di Bianca.

Noi ci sentiamo parte del dramma della famiglia e degli amici; perché l’ennesimo epilogo è il dramma di una società ingiusta, più brava a postulare da narrazioni arcaiche che a farsi carico adeguatamente della tutela della vita dei cittadini (anche se l’onere incredibile della spesa socio-sanitaria potrebbe contraddire).

Abbiamo avuto modo, negli ultimi anni di toccare con mano diretta, le conseguenze non tanto di una generica malasanità (che, in molti casi, è smentita da buone performances degli operatori di ogni livello) dell’assolutamente carente struttura di assistenza dedicata ai disabili ed agli anziani (che nel maggior numero dei casi costituiscono categoria combinata).

Diventare anziani e per di più totalmente non sufficienti è un dramma di dignità e di sostenibilità per milioni di italiani; che hanno trascorso la vita lavorando, pagando le tasse, adempiendo agli obblighi di buona cittadinanza, allevando figli. In famiglia non si può vivere, non perché, come afferma la vulgata di comodo (peraltro, veicolata dal monicelliano parenti serpenti), i figli vogliono scavallare l’obbligo di assistenza, ma perché certe patologie sono intrattabili a domicilio e, soprattutto, perché il trattamento istituzionalizzato è accessibile con un percorso di guerra, nonché economicamente proibitivo per famiglie normali.

Si tende così ad accreditare la tesi che più di così la mano pubblica non può fare e che le famiglie devono farsi carico. Attireremo i fulmini di Zaus su di noi, ma, ben consapevoli dell’assoluto divieto, a non sovrapporre piani distinti, sentiamo, in questo momento, di dover dire la nostra su un versante dell’assottigliamento della spesa socio-sanitaria e, più in generale, della spesa pubblica. Da qualche tempo, ci si trova di fronte ad un’attenzione più che proporzionale, conseguentemente asimmetrica, agli afflati umanitari verso l’accoglienza, scanditi da una mediatica potenza di voce declinata dalla solita minoranza “politicamente corretta”. Che, oltre a narrare contesti di sostenibilità macroscopicamente contro-fattuali (l’Italia è un paese ricco e non ha problemi ad accogliere) pone in cima alla gerarchia di priorità nella destinazione delle risorse (molto declinanti) il segmento di elezione. Ovviamente senza limiti, a pié di lista. E, poiché da un po’ di tempo, non è più consentito, dai trattati comunitari in materia di bilanci agganciati alla moneta comune, andare a pié di lista in materia di splafonamenti, allora, nell’attesa che i mastini di Bruxelles e, soprattutto, di Francoforte si decidano a conteggiare fuori dai parametri di spesa consentita il carico dell’accoglienza, ci si appresta, bongré malgré, a spalmarne nello spending consentito le conseguenze.

Il che implica di tirare la coperta, lasciando scoperti i piedi del welfare tradizionale.

Di cui pagano le conseguenze, a causa di un grottesco scarica-barile tra Stato, Regioni e l’ultimo detentore del cerino acceso, il Comune, le categorie più deboli rappresentate dagli anziani, soprattutto, se portatori, unitamente agli indotti della senescenza e del decadimento fisico che riduce l’autosufficienza, anche di patologie vere e proprie. Di cui, in quanto tali, dovrebbero farsi carico, a prescindere dall’età, lo Stato e le Regioni.

Ma così non é. Il crepuscolo esistenziale diventa così un’ulteriore forca caudina per gli ultimi. C’è da sorprendersi se, di fronte a situazioni inenarrabili, come quella vissuta da Bianca e da Libero, di tanto in tanto, ma sempre più frequentemente, l’unica alternativa a tanto dolore e disperazione sia un epilogo così drammatico?

L’Eco del Popolo affronterà con uno specifico Dossier di denuncia e di sensibilizzazione il tema specifico delle violazioni perpetrate in danno dei più deboli e delle famiglie lungo la filiera dell’istituzionalizzazione del trattamento dei cittadini anziani e non più trattabili a domicilio.

Chi vuole intervenire per denunciare e per confrontarsi invii il proprio contributo a: forum.lecodelpopolo@email.it.

 

 

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