Martedì, 04 agosto 2026 - ore 11.57

Cronache e Storie del Museo del Violino

Dietro un violino si nascondono mille storie. Storie incise nella materia, sedimentate sulle superfici.

| Scritto da Redazione
Cronache e Storie del Museo del Violino


 

         Cronache e Storie del Museo del Violino

 
 
 

editoriale di Riccardo Angeloni

 

Dietro un violino si nascondono mille storie. Storie incise nella materia, sedimentate sulle superfici. Storie di artefici, di musicisti, di luoghi, di idee, di persone. Entrando nello Scrigno dei Tesori, la galleria principale del Museo del Violino, si viene investiti dalla bellezza.

Si scosta una tenda rossa e ci si ritrova circondati dai capolavori della liuteria cremonese, in piedi, testimoni silenziosi di bellezza e sapere artigiano. Ma se interrogati, iniziano a parlare, a vibrare, a raccontare.

 All’interno del Museo, questo racconto è affidato agli strumenti tipici dell’esposizione museale: pannelli, didascalie, visite guidate, ma anche all’esperienza diretta, come quella dell’ascolto dal vivo degli strumenti storici in Auditorium Giovanni Arvedi.

D'altronde, il museo può essere un luogo di bellezza e piacere, ma non fine a sé stesso, come sottolinea la definizione di museo promossa da ICOM.

 Il museo è un’istituzione permanente senza scopo di lucro e al servizio della società, che compie ricerche, colleziona, conserva, interpreta ed espone il patrimonio culturale, materiale e immateriale.

 Aperti al pubblico, accessibili e inclusivi, i musei promuovono la diversità e la sostenibilità.

 Operano e comunicano in modo etico e professionale e con la partecipazione delle comunità, offrendo esperienze diversificate per l’educazione, il piacere, la riflessione e la condivisione di conoscenze.

 Oltre le mura dello Scrigno dei Tesori, oltre i confini di Cremona, EXTRADIVARI vuole essere uno spazio in cui il Museo del Violino porta avanti questa missione. Più di una newsletter, un universo editoriale in cui discutere di liuteria, dei suoi capolavori, dei suoi protagonisti di ieri e di oggi, ma anche di musica, scienza, cultura e società. Uno spazio dove condividere racconti e pensieri arricchiti da video, immagini e consigli di lettura.

 La parola sarà affidata a chi vive il museo da dentro o da fuori: dai professionisti che gestiscono i vari aspetti della vita dell’istituzione, ai ricercatori, agli artisti, agli educatori, fino ad arrivare al visitatore.

 In questo primo numero non potevamo che partire dal raccontare il capolavoro assoluto delle collezioni: lo Stradivari 1715 Cremonese, il violino simbolo di una città intera, di cui ascolteremo il suono grazie all’archetto di Edoardo Zosi. Roberto Codazzi, Direttore Artistico di STRADIVARIfestival, che presenta l’artista residente della rassegna, l’istrionico Sergej Krylov, e il suo rapporto con la città del violino. Partendo dall’interpretazione di Zosi sul Cremonese, Silvia Borghese presenta la sua rassegna da Capo a Coda, e ci porta a scoprire l’estetica e il linguaggio di Eugène Ysaÿe. Marco Fornasari ci traghetta invece nella dimensione sociale del Museo, presentando uno spazio dedicato ai servizi educativi e alle relazioni che prende il nome dall’antico quartiere dei liutai cremonesi: l’Isola.

 

FOCUS

Così il Cremonese cambia il paradigma 

di Riccardo Angeloni,

Conservatore - Museo del Violino



Cremona, 1961. Sono passati ventitré anni dall’apertura della Scuola Internazionale di Liuteria, anni difficili e critici per il consolidamento di quell’impulso di riscoperta della celebre tradizione cittadina scaturito dalle Celebrazioni Stradivariane del 1937. Gli studenti e i liutai diplomati, sebbene forti della presenza in città dei Reperti Stradivariani, non hanno a disposizione un violino che possa servire da modello di riferimento o fonte di ispirazione.

 Con l’arrivo del Cremonese 1715, si apre un nuovo capitolo della storia della liuteria. Finalmente, un capolavoro del più grande liutaio di tutti i tempi è in città per essere ammirato, studiato, ascoltato. Ancora oggi, il Cremonese rappresenta per molti aspiranti liutai il primo modello con cui misurarsi: un modello che ti accompagna per tutta la carriera, un archetipo da continuare a esplorare, comprendere, rielaborare, violino dopo violino.

 L’acquisto del Cremonese, operazione delicata e complessa portata avanti grazie alla visione di Alfredo Puerari, aveva scosso tutto il mondo del commercio di strumenti antichi. Ad interessarsi alla vicenda e a proporsi di fornire a Cremona un violino che potesse rappresentare una città intera troviamo i più importanti commercianti ed esperti del tempo: da Rembert Wurlitzer a Hemil Hermann, da Jacques Francais a Desmond Hill. Ad affiancare Puerari nell’impresa sono Ferdinando Garimberti e Simone Fernando Sacconi, che con grande cautela ed esperienza esaminano numerosi strumenti, arrivando vicinissimi a portarne a casa un altro, il Willemotte del 1710, per poi giungere alla proposta dell’Ex-Joachim 1715 da parte della ditta Hill di Londra. Sarà questo esemplare incredibile a prendere il nome della città di Stradivari.

 L’arrivo del Cremonese non segna solo l’ambiente dei liutai, ma rappresenta un punto di svolta nel percorso di ricostruzione dell’identità culturale cittadina. L’acquisto funge da impulso per la nascita di un’intera collezione, quella degli Archi di Palazzo Comunale, che nel 2013 diverrà protagonista dello Scrigno dei Tesori del Museo del Violino. Un’idea, quella di Puerari, che al pari della donazione Fiorini e dell’istituzione, cinquant’anni fa, del Concorso Triennale diverrà una pietra di fondazione del Museo stesso.

 

 

 

Al Cremonese 1715 è dedicata una piccola monografia a cura di Fausto Cacciatori: “Antonio Stradivari – il violino 1715 Cremonese” edita dal Museo del Violino.

 

Il volume è corredato da fotografie del violino e dei reperti stradivariani, da immagini di repertorio, da schede dati e da una bibliografia essenziale.



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DA CAPO A CODA

“Da capo a coda” vuole essere uno spazio in cui esplorare i legami culturali tra il violino, il suo repertorio e i grandi interpreti, con la letteratura, l’arte e la scienza. Il suono porta con sé i racconti di vite, idee e tradizioni da scoprire insieme.

Tra Joachim e Ysaÿe: un dialogo attraverso il tempo

di Silvia Borghese,

Violinista e Dottoranda di ricerca - Conservatorio di Cremona

Il violino, strumento eletto per l'esplorazione dell'anima umana, ha conosciuto nei secoli interpreti che ne hanno ridefinito i confini tecnici ed espressivi. Tra questi, risalta una figura fondamentale per la capacità di trasformare la corda vibrante in voce carica di modernità e colore: Eugène Ysaÿe.

 Eugène Ysaÿe (Liegi, 1858 - Bruxelles, 1931) fu uno dei violinisti più influenti del suo tempo, ammirato per musicalità, virtuosismo e libertà interpretativa. Numerosi musicisti ne lodarono l’arte: tra questi, Pablo Casals lo definì «una rivelazione non solo per la padronanza tecnica, ma soprattutto per il colore, il calore, la libertà e l’espressività».

 Particolarmente significativo è il legame con il virtuoso Joseph Joachim (Köpcsény, 1831 -  Berlino, 1907), il quale apprezzava profondamente la capacità del collega belga di rinnovare il repertorio attraverso uno stile personale e originale. Emblematica, a questo proposito, è la reazione di Joachim all’ascolto di Ysaÿe nel Concerto per violino di Johannes Brahms: egli confessò di aver avuto l’impressione di trovarsi di fronte quasi a un’opera nuova, «più quella di Ysaÿe che dello stesso Brahms», incoraggiandolo così a esprimere senza esitazioni la propria visione interpretativa.

 L’esecuzione di Ysaÿe era caratterizzata da rubato frequente, vibrato espressivo e uso innovativo di portamenti. Tali elementi si ritrovano nelle composizioni proprie, in cui si percepisce l’influenza del clima culturale della Parigi tardo ottocentesca, capitale di sperimentazione artistica e musicale.

Parigi alla fine dell’Ottocento: tra i colori e i ritmi vivaci dei balli al Moulin Rouge e al Bal du Moulin de la Galette, Ysaÿe traduceva in musica la luce, il ritmo e la libertà dell’arte impressionista.

- At the Moulin Rouge: The Dance, 1890, di Henri de Toulouse-Lautrec (1864 - 1901), olio su tela, Philadelphia Museum of Art. Immagine da Wikimedia Commons. -

Tali aspetti, uniti al virtuosismo e al raffinato senso del colore e della frase musicale, emergono con particolare evidenza nelle Sei Sonate per Violino Solo, op. 27, composte tra il 1923 e il 1924. L’ispirazione nacque dall’ascolto di Joseph Szigeti in una delle sonate per violino solo di Bach. Ysaÿe fu colpito dalla perfezione e dalla grandezza di scrittura del compositore, come dalla capacità dell’interprete di adattare il proprio talento a diversi linguaggi. Le Sonate mostrano questa sintesi: riferimenti al passato barocco e primo romantico, armonie moderne ispirate a Debussy insieme a un linguaggio tecnico che esplora timbro, registro e effetti sonori inediti.

Ritroviamo questa tensione nell’interpretazione di Edoardo Zosi del quarto movimento Les Furies della seconda sonata sullo Stradivari 1715 Cremonese, appartenuto a Joseph Joachim stesso. Lo strumento diventa tramite di una continuità espressiva, in cui la tradizione di Joachim sembra riecheggiare nella poetica di Ysaÿe, mantenendo vivo un dialogo che attraversa il tempo.

Per quanto riguarda il significato dell’intera sonata, alcuni hanno individuato un desiderio mistico di morte, o addirittura «un capitolo del mondo della negromanzia». Nonostante l’assenza di indicazioni originali del compositore, il riferimento al "Dies Irae", tradizionale simbolo musicale della morte, rafforza la dimensione tragica dell’opera.

Il celebre incipit del primo movimento “Obsession” è solo la manifestazione più esplicita di un idea fissa: il tema del Dies Irae, qui presentato nella sua forma originale, agisce in realtà come un vero e proprio DNA melodico di tutta la sonata, riaffiorando costantemente sotto diverse spoglie: ora come eco spettrale, ora come urlo furioso.

"Les Furies" incarna perfettamente la visione estetica del tempo, dove virtuosismo, espressività e colore musicale dialogano, catturando intensità emotiva e movimento dinamico.

 

Oreste perseguitato dalle Furie, simbolo di tormento e ineluttabile tensione, richiama la forza drammatica del movimento “Les Furies”.

- Les remords d’Oreste, 1862, William-Adolphe Bouguereau (1825 - 1905), olio su tela, Chrysler Museum of Art. Immagine da Wikimedia Commons -

BIBLIOGRAFIA:

-Curty, Andrey, A Pedagogical Approach to Eugène Ysaÿe’s Six Sonatas for Solo Violin, Op. 27, tesi di dottorato, University of Georgia, 2003.

-Grove Music Online, Oxford University

-PressJSTOR, archivio di articoli accademici online

-Yang, Manshan, The Six Sonatas for Unaccompanied Violin by Eugène Ysaÿe: a study in dedication and interpretation, tesi di dottorato, Victoria University of Wellington, 2016.

 

AUDITORIUM GIOVANNI ARVEDI

Krylov nel cuore di Cremona

di Roberto Codazzi,

Direttore Artistico STRADIVARIfestival

Una doppia responsabilità per Sergej Krylov. Un onore e onere, si diceva una volta. Il grande violinista è l'unico infatti a potersi fregiare del titolo di artista residente di STRADIVARIfestival, ciò per diversi motivi. Anzitutto per il suo legame con Cremona, di cui è cittadino onorario, anche se attualmente risiede in Lituania dove nel corso degli anni ha saputo plasmare un'orchestra che oggi è a sua immagine e somiglianza, la Lithuanian Chamber Orchestra.

 È infatti nella doppia veste di solista e direttore che il maestro di origine moscovita si è recentemente (ri)presentato all'Auditorium Giovanni Arvedi per evento incluso nella XIV edizione di STRADIVARIfestival, uno dei più attesi in cartellone. Ogni anno Krylov si esibisce infatti nella concert hall del Museo del Violino, presenza costante e ricorrente che ha contribuito a cementare il suo rapporto col pubblico cremonese, di cui è un beniamino. Un affetto reciproco di più: un amore consacrato anche dall'uscita di Io Sergej Krylov, il libro pubblicato da Cremonabooks che racconta la vicenda umana e artistica del virtuoso che giovanissimo si trasferì sotto il Torrazzo assieme alla famiglia per seguire la vocazione del padre Alexander, bravissimo liutaio.

 Il programma scelto dal maestro per il concerto del 19 maggio è stato una sorta di compendio del suo attuale sapere , in materia di musica. Un sapere che spazia dal virtuosismo violinistico, non disgiunto a una suprema maturità interpretativa, al talento direttoriale che non è certo solo quello del bravo strumentista prestato alla bacchetta . Per la speciale occasione Krylov ha scelto come pagina solistica il Concerto n. 5 di Paganini, quello la cui apertura è una marcia trionfale, aperta da uno splendido tema principale, come se un eroe di guerra fosse tornato a casa dopo aver vinto una battaglia, per dirla con le parole di Franco Gulli, il leggendario violinista che fu artefice della riscoperta di quest'opera portandola al debutto in epoca moderna grazie alla ricostruzione della parte orchestrale effettuata dal musicologo Federico Mompellio, per anni docente a Cremona presso quella che allora si chiamava Scuola di Paleografia Musicale (oggi Facoltà di Musicologia dell'Università di Pavia).

 I due brani orchestrali hanno invece dato vita a un dialogo tra passato e presente, tra classico e contemporaneo, che è poi la costante di questa edizione del festival. Il repertorio classico è stato rappresentato dalla trascrizione per orchestra d'archi di uno dei quartetti più belli e famosi di Schubert, La morte e la fanciulla, capolavoro che ha fornito la scintilla al compositore lituano Vidmantas Bartulis per modellare il suo I like F. Schubert, commissione della Lithuanian Chamber Orchestra che ha chiuso il cerchio su un programma che ha fatto riflettere su quanto la modernità nell'arte non sia mai un fatto legato all'anagrafe, bensì alla capacità di scavallare i secoli mantenendo intatta la propria freschezza, identità, potenza espressiva.

 Dal 2013, anno dell'apertura del Museo del Violino, la presenza di Sergej Krylov nelle stagioni musicali è stata pressoché costante, da ciò la decisione di nominarlo artista residente di STRADIVARIfestival, unico a potersi fregiare di questo titolo. Fu lui a esibirsi in occasione della presentazione alla stampa internazionale dell'Auditorium Giovanni Arvedi e da lì in poi il violinista di origine russa ha rinnovato di anno in anno la sua partecipazione con progetti artistici sempre nuovi e originali, talvolta spiazzanti, dal recital per violino solo con un programma da Bach a Berio al duo con l'istrionico pianista turco Fazil Say, per non dire dei tanti concerti con la sua Lithuanian Chamber Orchestra, talvolta appunto nella doppia veste di solista e direttore, come è avvenuto in questo 2026. 

 

Si scoprono episodi inediti, come a quando a 18 anni si perse tra le vie del centro finché la punta del Torrazzo non gli fece da bussola, o come quando in una bottega di liuteria sentì il suono di un Guarneri del Gesù che secondo lui aveva la voce di un angelo, o addirittura la voce di Dio. Queste e molte altre curiosità si possono scoprire sfogliando Io Sergej Krylov, il libro intervista di Roberto Codazzi, edito da Cremonabooks, dedicato al grande violinista.

 

Cittadino onorario di Cremona, in questa intervista Krylov si mette a nudo e svela anche le sue mille passioni, dagli aerei radiocomandati alla barca a vela alle moto di grossa cilindrata.

 

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L'ISOLA

Un atelier di visioni, un'officina di possibilità

di Marco Fornasari,

Responsabile dei servizi educativi - Museo del Violino

 

I servizi educativi rappresentano per i Musei una delle sfide di maggiore interesse. Il superamento della didattica museale non corrisponde ad un esercizio linguistico, quanto ad una rivoluzione di significato: il patrimonio non è più un contenuto veicolato in forma didascalica, ma diviene oggetto di coprogettazione, al servizio di bisogni pedagogici, sviluppando percorsi ed esperienze.

 In questa prospettiva, strategico è il ruolo delle e degli insegnanti, che ne comprendono il potenziale e si propongono come moltiplicatori di conoscenza. Le famiglie stanno divenendo un interlocutore imprescindibile e trainante nella definizione dei percorsi museali, tracciando con le loro scelte mirate e necessarie, itinerari funzionali.

 Il Museo si trasforma da luogo normativo ad ambiente plurale, in cui l’accessibilità è la coabitazione di pensieri, modi di essere e vissuti pregressi, che trovano libertà di lettura in una narrazione senza barriere. Un granello di sabbia dopo l’altro, si è creata un’isola, scossa da venti burrascosi in primavera, più quieta in altre stagioni, in grado sempre di sorprendere: non ci hanno sorpresi cori a bocca chiusa, ma bocche spalancate per la meraviglia generata da un gesto, una parola, un suono. È un’isola antropizzata, sì, ma in cui protagonista è la materia naturale: scienza e artificio duettano senza sosta in un luogo in cui la bellezza sconvolge. Ogni marinaio, o pirata più esperto, ha trovato un’anima nascosta, uno scrigno dei tesori, ma ha lasciato anche una parte di sé, nutrendo di emozioni quest’isola, che diviene sempre più grande, sempre più in grado di essere avvistata da lontano.

 Anche nella Cremona di Stradivari vi era una contrada, detta Isola, nella quale si concentravano le botteghe dei più importanti liutai della storia: tutt’altro che arroccata, era crocevia di artisti e saperi, luogo di scambio e formazione, espressione di vivacità intellettuale.

 Nelle prossime edizioni racconteremo gli arrembaggi ai laboratori, il fiato sospeso nell’ascolto della musica dal vivo come nell’incanto delle sirene, la scoperta delle antiche carte stradivariane, i preziosi strumenti e finalmente, delineato all’orizzonte, uno spazio rinnovato in cui anche le scienze entreranno in gioco: benvenuti ad isoLAB.

 
 
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