Giovedì, 27 gennaio 2022 - ore 17.57

Giovanna Perrotta (Vedo Verde Cremona) risponde ad Andrea Virgilio sulla miope legge lombarda sulla rigenerazione urbana

La recentissima legge lombarda sulla rigenerazione urbana è una legge miope che non farà molto bene alle aree urbane e extraurbane, ma non aiuterà nemmeno il settore edilizio inteso come filiera che realizza le funzioni private ma anche le infrastrutture e i servizi pubblici.

| Scritto da Redazione
Giovanna Perrotta (Vedo Verde Cremona)  risponde ad Andrea Virgilio sulla miope legge lombarda sulla rigenerazione urbana

Giovanna Perrotta (Vedo Verde Cremona)  risponde ad Andrea Virgilio sulla miope legge lombarda sulla rigenerazione urbana

La recentissima legge lombarda sulla rigenerazione urbana è una legge miope che non farà molto bene alle aree urbane e extraurbane, ma non aiuterà nemmeno il settore edilizio inteso come filiera che realizza le funzioni private ma anche le infrastrutture e i servizi pubblici.

Gentilissimo Direttore, con riferimento all'invito lanciato dall'Assessore Andrea Virgilio ad aprire un dibattito sulla recente Legge Regionale sulla rigenerazione urbana come associazione che si occupa di ambiente e territorio, intendiamo dare il nostro contributo.

Si strizza l'occhio a costruttori e intermediari immobiliari ma senza affrontare alcuno dei temi oggi sul tavolo della pianificazione territoriale, come ad esempio le aree dismesse o le aree degradate ed inquinate e le relative bonifiche, su cui non si fa nulla, svuota di senso i PGT, trasforma i Comuni in Ancelle per accompagnare i progetti privati alla meta.

Dietro questa legge non c'è alcun progetto di sviluppo territoriale che non preveda altro consumo di suolo. Eppure, approfittando strutturalmente di un rallentamento della cementificazione lombarda, non certo per virtuosismo ma congiunturale, una delle più vistose d'Europa, si poteva arrivare ad una vera legge sulla rigenerazione urbana che prevedesse risorse per i Comuni più meritevoli in fatto di consumo di suolo. Le aree dismesse che spesso sono anche una minaccia alla salute resteranno come sono cioè abbandonate a se stesse salvo che non ci siano interessi economici formidabili. Aree dismesse da decenni in contesti urbani non necessariamente degradati e che finalmente potrebbero entrare in piani di rigenerazione resteranno al palo in quanto verranno privilegiate aree dove sarà molto più semplice e conveniente costruire qualsiasi cosa venga in mente. Le operazioni di risanamento saranno poi a spese della collettività, in quanto la legge prevede drastiche riduzioni degli oneri di urbanizzazione. In sostanza questa legge, strizzando l'occhio alla finanza e ai costruttori, taglia i fondi che i Comuni avrebbero a disposizione per fare le opere pubbliche cioè le opere che servono al miglioramento qualitativo dello spazio urbano in termine di servizi e infrastrutture. Vale la pena di ricordare che gli oneri di urbanizzazione servono appunto a realizzare infrastrutture e servizi pubblici.

Ma c'è anche di peggio almeno per quanto riguarda un territorio come il nostro ancora fortemente dedicato alle attività primarie come la produzione agricola. In un momento in cui il consumo di suolo era tendenzialmente in diminuzione con il rallentamento del fenomeno dello sprawl, cioè farsi la villetta in giro per le campagne, cosa si inventa? Una norma che non ha nulla a che vedere con la rigenerazione urbana, ma che è solo un regalo alla rendita fondiaria e non certo ai produttori agricoli. Non è una norma che farà bene all'agricoltura anzi, il rischio è che in previsione di futuri benefici, le cascine verranno ulteriormente svuotate dai residui di attività agricola certamente inopportuni se si deve creare un villaggio residenziale o un beauty farm.

Nelle cascine dismesse si potrà fare di tutto, ma veramente di tutto. Chi possiede un rudere in mezzo alla campagna potrà rivendicarne la trasformazione per qualsiasi cosa indipendentemente se esiste la richiesta o meno: una specie di Legge Tremonti post industriale. Poi ci sarà la dichiarazione di Interesse Pubblico da parte del Comune interessato che prevarrà su ogni norma urbanistica e su ogni programmazione territoriale compresi PTCP e Parchi: altro che Governo del territorio.

Con questa norma infausta il paesaggio già molto provato dall'agricoltura intensiva subirà ulteriore sfregio in quanto le cascine tradizionali, opere edilizie che portano con se un inestimabile patrimonio di cultura e tradizione, verranno stravolte grazie ai bonus costruttivi trasformate magari in piccoli “Fidenza Village” in stile Assiro Babilonese.

Ciò detto in termini generali, è doverosa una considerazione di fondo sulla tradizionale opera di recupero del patrimonio rurale che il Comune di Cremona ha avviato da decenni in particolare con il PRG Costantino-Puddu degli anni '80 e proseguito con le successive varianti. Per la prima volta le cascine nel loro contesto territoriale sono state considerate come un patrimonio storico, architettonico e ambientale. Nei piani di edilizia sociale degli anni '80 le cascine sono diventate il fulcro delle destinazioni pubbliche, Cambonino in primis. Con le varianti successive, in particolare la Variante a firma dell'arch. Tintori, le cascine sono state analizzate una ad una con l'indicazione precisa dei tipi di intervento ammissibili. Questi interventi quasi mai prevedevano la demolizione se non per singoli edifici ritenuti particolarmente fatiscenti e tipologicamente non recuperabili. Inoltre le destinazioni consentite erano sempre in linea con il contesto in cui andavano ad insediarsi. Attualmente la normativa sembra molto più lasca e sembra concedere maggiori libertà d'intervento ma crediamo sia sempre improntata a una giusto e spesso inevitabile compromesso tra situazione esistente e possibilità recupero. Per questo motivo riteniamo che le politiche di recupero di questo fondamentale patrimonio vadano mantenute, evitando facili anche se legittimi entusiasmi per una Legge che ha il solo merito, per ora, di strizzare l'occhio ai costruttori e ai proprietari dei fondi agricoli e che, se applicata, porterà ad un territorio e a un paesaggio ulteriormente compromessi e banalizzati e i Comuni a doversi far carico delle opere di infrastruttura.

Cordiali saluti. Giovanna Perrotta (Direttivo Circolo Vedo Verde Cremona )

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Articolo di Andrea Virgilio sulla legge lombarda sulla Rigenerazione urbana

La legge lombarda sulla Rigenerazione urbana è senza dubbio migliorabile, ma per un amministratore locale è prima di tutto una priorità vedere le opportunità senza enfatizzare i limiti della riforma.

Non condivido valutazioni apocalittiche di una legge che andrebbe a generare consumo di suolo, cementificazione, questa è una riforma probabilmente timida, che non scioglie tutti i nodi, che va ora approfondita nel dettaglio, ma che va nella giusta direzione.  Per queste ragioni cercheremo di utilizzare questo nuovo strumento per aprire un confronto con la città, gli ordini professionali, Ance, l’associazionismo  in coerenza con le sue caratteristiche partecipative.

Su questa legge ci sono alcune obiezioni pertinenti, che tuttavia fanno riferimento a contesti diversi dal nostro sud Lombardia, caratterizzati da dinamiche edilizie più aggressive. Diversamente, sul nostro territorio l’attività edilizia risente ancora in modo pesante della crisi di dieci anni fa e quindi il sostegno a misure di recupero di aree già antropizzate resta pur sempre un segnale positivo.

Uno degli aspetti più criticati della norma è rappresentato dalla previsione di un consistente abbattimento degli oneri di urbanizzazione: questa importante novità, di  cui Regione si fa vanto, è in realtà  una misura che graverà interamente sui Comuni. Tuttavia non è una misura da sottovalutare,  a Cremona lo abbiamo fatto a partire da qualche anno, sperimentando agevolazioni destinate a determinate tipologie di attività: eravamo consapevoli che le entrate si sarebbero ridotte,  ma se gli oneri fossero rimasti elevati quelle entrate non le avremmo mai avute. Per il privato, in un piano economico, gli oneri hanno un peso: per questo motivo, riuscire a ridurli significa consentire l’avvio di una attività, con  ricadute positive sul territorio.

Veniamo ora alla questione delle cascine. Esprimo in sintesi la mia opinione: qual è il problema se in una cascina, invece di farla crollare, ci metti dentro una residenza, un’attività di ristorazione, negozi di vicinato? Nel nostro PGT la liberalizzazione delle funzioni nelle cascine, anche con bonus volumetrici, è già realtà. Noi abbiamo scelto di inserire le cascine in un ambito riservato: non più ambito agricolo, ora fanno parte del tessuto urbano consolidato ed è già possibile recuperarle con un PDC convenzionato. Il PDC convenzionato offre anche bonus volumetrici: è possibile tamponare fienili e porticati poiché le cascine non sono più contesti agricoli. Questa flessibilità è frutto di un percorso graduale partito dagli anni 80 e implementato nel corso dei diversi strumenti urbanistici adottati nel tempo.  In questo modo si è garantito il recupero di alcuni siti, salvaguardandoli dal punto di vista morfologico, recuperandoli con una certa dose di flessibilità e senza colate di cemento. Ad oggi, sul nostro territorio, nonostante queste agevolazioni, il recupero delle cascine è limitato poiché risente di un mercato poco generoso per esempio verso questa tipologia di offerta residenziale, sarebbe pertanto necessario un surplus di flessibilità.

 

Uno dei problemi principali sollevati in relazione al provvedimento, riguarda le agevolazioni previste anche per gli edifici rurali – che sono altro dalle cascine – ovvero per i capannoni che avevano una funzione agricola e che potrebbero essere riutilizzati per altre finalità. Il timore avanzato è quello di stimolare un ulteriore consumo di suolo, a causa della possibilità di aumentare le volumetrie e ottenere il cambio di destinazione d’uso. Ritengo che, considerata la presenza di numerosi capannoni produttivi già dismessi e  ben collegati alle principali arterie viabilistiche,  l’investitore interessato propenderà per questa opzione, che rispetto agli edifici rurali, si presenta come già disponibile, in zone appetibili e meno onerosa poiché già dotata dei sottoservizi. In sintesi credo che non sarà facile un tentativo di speculazione edilizia su questa tipologia di edifici, spesso isolata e per queste ragioni poco appetibile.

In generale, credo che tutto sia migliorabile: servirebbero risorse per il recupero di contesti pubblici, sarebbe urgente un sostegno concreto alla sburocratizzazione di alcune procedure, una maggiore attenzione alla fase delicata e pesante delle bonifiche delle aree dismesse, un ulteriore approfondimento sulla questione degli usi temporanei del patrimonio edilizio dismesso.

Ricordo che i PGT degli ultimi anni, a prescindere dal colore politico, hanno sicuramente posto una maggiore attenzione al contrasto al consumo di suolo rispetto a piani regolatori espansivi che, anche a Cremona, hanno generato insediamenti nelle periferie e nei comuni cintura.

Inoltre, in questi anni, ho notato che emerge spesso un approccio inquisitorio verso l’iniziativa privata: al contrario, compito del pubblico è quello di controllare ma anche accompagnare i processi, soprattutto in un territorio come il nostro in cui c’è la necessità non solo di rilanciare i centri storici, ma anche di salvaguardare i contesti rurali, in un’ottica di una loro  rivitalizzazione  per evitare lo svuotamento delle campagne. Anche la stessa partita infrastrutturale ferro e gomma agisce dentro a questa prospettiva.

Cremona 14 novembre 2019

 

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