Martedì, 27 ottobre 2020 - ore 12.57

Il ''salvataggio'' della Grecia del 2010 tra crisi, bailout e troika

| Scritto da Redazione
Il ''salvataggio'' della Grecia del 2010 tra crisi, bailout e troika

Il 2 maggio 2010, il Primo ministro George Papandreou annunciava che la Grecia aveva accettato un prestito di 110 miliardi di euro in tre anni per evitare il default. In cambio, il governo si impegnava ad attuare riforme di austerity sotto il controllo della “troika”: Banca centrale europea, Commissione europea e Fondo monetario internazionale.

Per la Grecia, iniziava un lungo periodo di tutela e riforme strutturali, terminato ufficialmente solo nel 2018. A dieci anni dall’inizio del bailout e a due dalla sua conclusione, la strada della ricostruzione è ancora in salita.

Nell’ottobre 2009, durante una riunione dell’Eurogruppo, il ministro delle Finanze greco George Papaconstantinou rivelò che il deficit per l’anno in corso sarebbe stato più alto di quanto stimato inizialmente. Ad aprile, il governo precedente aveva previsto un deficit del 3,7%; la nuova stima era del 12,5%. Era il primo segnale ufficiale che la crisi economica globale aveva colpito la Grecia in modo molto più serio di quanto fosse trapelato fino a quel momento.

Lo scandalo dei dati era il sintomo di un problema noto. Già nel 2004, la Grecia aveva ripubblicato i dati sul deficit e il debito pubblico, anche in questo caso rivedendo le stime al rialzo. In quell’occasione, l’Eurostat aveva sollevato dubbi sul lavoro e sull’affidabilità dell’ente statistico nazionale, evidenziando che rettifiche così sostanziali – il deficit per il 2004 era passato dall’1,3% al 4,6% – erano “eccezionali”. Già in passato, l’Eurostat aveva richiamato il Servizio statistico nazionale, (allora NSSG, oggi ELSTAT) al rispetto degli standard europei nel calcolo e nella pubblicazione dei dati.

Sei anni dopo, i problemi erano gli stessi. Una relazione dell’Eurostat a inizio del 2010 denunciava un clima di corruzione diffuso, caratterizzato da responsabilità politiche opache e mancanza di dialogo tra le istituzioni. La mancanza d’indipendenza dell’NSSG dal ministero delle Finanze rendeva l’ente statistico inaffidabile e soggetto a pressioni politiche.

Pur ammettendo il problema della corruzione, il governo Papandreou ne attribuiva le responsabilità ai governi precedenti, impegnandosi a riordinare i conti e a garantire l’indipendenza dell’NSSG. Le sue rassicurazioni non bastavano però a calmare le acque. Il deficit greco – che sarebbe stato poi rivisto al 15,4% – preoccupava gli altri Stati dell’Unione.

L’instabilità dell’economia greca rendeva i suoi titoli di debito pubblico più rischiosi: per il governo diventava sempre più difficile trovare creditori disposti a finanziare il suo debito. In parallelo, il credit crunch, ossia la stretta creditizia globale, si ripercuoteva sul sistema bancario e sui debitori pubblici e privati nel Paese, dipendenti dall’accesso al credito a tassi d’interesse bassi. Le difficoltà di ripagare i debiti, sia per cittadini e imprese, sia per il governo, rendevano la Grecia un’economia ad alto rischio sui mercati finanziari. L’annuncio di Papandreou precipitò la situazione: tra ottobre 2009 e aprile 2010, il rendimento dei bond decennali salì da 4,57 a 7,83%, quando l’agenzia di rating Standard & Poor’s degradò l’affidabilità dei titoli di Stato greci a livello junk, spazzatura.

A maggio, i titoli erano ormai così rischiosi che la Grecia fu esclusa dai mercati di credito internazionali. A quel punto, rimanevano solo due strade: il default sul debito e il collasso totale della finanza pubblica o l’intervento delle istituzioni finanziarie internazionali.

Il 2 maggio 2010, dopo settimane di negoziati e reticenze da parte di alcuni Stati membri, il Fondo monetario internazionale e l’UE raggiunsero un accordo con la Grecia. Il Paese avrebbe ricevuto 110 miliardi di euro in tre anni, di cui 80 dall’UE. Tra gli Stati membri, la Germania era il contribuente principale, con ben 22 miliardi. Il prezzo da pagare per il bailout era alto: tagli per 30 miliardi, che avrebbero colpito soprattutto i lavoratori nel settore pubblico, aumento dell’IVA e delle imposte, introduzione di nuove tasse.

A questo primo accordo ne seguirono altri due nel giro di pochi anni. A febbraio 2012, i ministri delle Finanze UE approvarono un secondo pacchetto da 130 miliardi di euro, che comprendeva una ristrutturazione parziale del debito pubblico greco, per evitare il default e raggiungere l’obiettivo di un rapporto debito-PIL al 120% entro il 2020. Il governo si impegnava inoltre ad attuare nuove riforme per contenere la spesa pubblica, privatizzare settori dell’economia, riformare il sistema fiscale, migliorare la competitività e attrarre investimenti esteri.

Le misure portarono a una rapida riduzione del deficit di bilancio annuale (dal 10,3% del PIL nel 2011 al 3,7% tre anni dopo), ma il debito pubblico continuava ad aumentare, fino a toccare il 180% del PIL nel 2014. Ciò era dovuto in parte ai prestiti contratti nell’ambito del piano di salvataggio, ma anche al crollo del prodotto interno lordo che automaticamente produce un aumento del rapporto deficit/PIL e debito/PIL. Le istituzioni internazionali avevano auspicato uno shock economico, seguito da un rapido recupero, ma questa ipotesi non si materializzò dopo i primi due piani di salvataggio, richiedendo un terzo intervento.

Ad agosto 2015, dopo mesi di negoziati complessi che portarono l’economia greca sull’orlo del fallimento, il governo di Alexis Tsipras raggiunse un accordo con i leader dell’Eurozona per un terzo pacchetto di aiuti da 86 miliardi di euro, nell’ambito del Meccanismo europeo di stabilità (MES). La realizzazione delle riforme necessarie a ricevere le tranche di prestiti avvenne sempre sotto il controllo della troika e della Commissione europea. Alla scadenza del terzo pacchetto di assistenza, la Commissione pose la Grecia sotto sorveglianza rafforzata, riconoscendo miglioramenti macroeconomici ma riscontrando la permanenza di vulnerabilità nel settore bancario, nella competitività e nel “contesto imprenditoriale”.

In totale, la Grecia ha ricevuto 243,7 miliardi di euro dagli altri Stati membri, dal Fondo europeo di stabilità finanziaria (nel 2012) e dal Meccanismo europeo di stabilità (2015), più 31,2 miliardi dal FMI.

Economicamente, il salvataggio della Grecia è stato un successo. L’intervento della troika ha infatti evitato il collasso totale del Paese, consentendogli di rimanere nell’UE. Anche se il debito pubblico è ancora molto alto, adesso gran parte è nelle mani di altri Paesi dell’eurozona e non di creditori privati. L’operazione ha però avuto dei costi politici e sociali enormi.

Dal 2009 al 2019, la Grecia ha avuto otto governi e sette Primi ministri. Se si guarda alle successioni politiche, si nota una sovrapposizione non casuale tra i negoziati con la troika e le crisi di governo. Negli ultimi dieci anni, infatti, la vita politica e partitica greca è stata segnata dalla crisi, dal bailout e dal sostegno, o l’opposizione, alla troika. Alcuni governi, come quello di Lucas Papademos (a capo di un governo tecnico che sostituì Papandreou nel 2011), hanno cercato il negoziato con il FMI, per scongiurare a tutti i costi il fallimento delle finanze pubbliche. Altri, come Alexis Tsipras, si sono opposti alla troika e si sono fatti portavoce del volere del popolo greco contro l’austerity imposta dall’alto, per poi ritrovarsi costretti ad accettare comunque le condizioni proposte.

Dal 2000 a oggi, la partecipazione alle elezioni parlamentari è crollata dal 75 al 58%. La fiducia nelle istituzioni pubbliche è bassissima: solo un cittadino su quattro si fida del governo e lo stesso vale per il Parlamento. A contribuire a questo risultato è sicuramente la percezione negativa sulla gestione della crisi. A questa si aggiungono gli enormi costi sociali prodotti in parte dalla stagnazione economica e in parte dagli ingenti tagli alla spesa pubblica, che hanno fortemente ridimensionato i sistemi di protezione sociale e i servizi pubblici.

Dall’analisi dei dati sul reddito e la qualità della vita emerge il quadro di un Paese che solo negli ultimi tempi si è avviato verso un graduale recupero, ma appare vulnerabile a future crisi. Basti guardare al reddito mediano equivalente annuo, che tra il 2010 e il 2019 si è ridotto del 30%: da 11.963 a 8.195 euro.

Nel 2019, il 18% della popolazione era a rischio di povertà o esclusione sociale, anche tenendo conto di sussidi e pensioni. Senza misure di sostegno al reddito, quasi la metà della popolazione greca sarebbe a rischio povertà, e quasi il 90% degli over 65. Le persone di nazionalità straniera, i disoccupati e le famiglie monoparentali sono tra i gruppi a maggior rischio.

Il tasso di disoccupazione, anche se quasi dimezzato dal 2009 a oggi, rimane intorno al 14%, mentre il tasso di disoccupazione giovanile è sopra il 30% dal 2011. Solo nel 2016 il saldo migratorio della Grecia è tornato sopra lo zero, in gran parte a causa dell’aumento dell’immigrazione via terra e via mare attraverso la Turchia. Centinaia di migliaia di persone in età lavorativa, spesso giovani, hanno abbandonato il Paese in cerca di prospettive migliori. Una fuga di cervelli che danneggia le prospettive di ricostruzione economica e sociale nel lungo periodo.





La crisi greca è anche, sotto molti aspetti, una crisi europea.

Innanzitutto, non fu un evento localizzato. Lo scoppio della crisi in Grecia espose anche altri Paesi particolarmente colpiti dalla crisi e con un debito pubblico elevato agli attacchi speculativi, dando inizio alla crisi del debito sovrano in UE. L’Unione europea – e in particolare gli Stati membri più solidi, come la Germania – era di fronte a un dilemma. Di chi era la responsabilità della crisi? Se alcuni governi erano stati irresponsabili nella gestione finanziaria, era ingiusto che i Paesi più “disciplinati” dovessero contribuire al loro salvataggio. D’altro canto, una crisi così grave metteva alla prova la solidarietà a fondamento dell’Unione europea e la sua stessa sopravvivenza.

La scelta di difendere il progetto europeo portò la Germania e gli altri Paesi pro-austerity ad accettare, anche se con esitazione, di contribuire al fondo di salvataggio per la Grecia. Ma la loro enfasi su responsabilità e disciplina ha reso il salvataggio greco un processo sofferto e traumatico per l’economia e la società greca. Le cicatrici del bailout non sono solo economiche e politiche, ma sono anche la storia di un Paese che ancora oggi è il “malato d’Europa”: la lezione da imparare per l’Europa che affronta le crisi di oggi e di domani.

(Giovanna Coi, Lo Spiegone cc by nc nd)

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