Lunedì, 27 gennaio 2020 - ore 14.12

Isis: il rimpatrio dei foreign fighters spaventa l’Europa

Stanno tornando! Anzi hanno già iniziato il loro viaggio di ritorno. Sono i nostri foreign fighters, centinaia di cittadini europei che dal 2011 hanno raggiunto …

| Scritto da Redazione
Isis: il rimpatrio dei foreign fighters spaventa l’Europa

Stanno tornando! Anzi hanno già iniziato il loro viaggio di ritorno. Sono i nostri foreign fighters, centinaia di cittadini europei che dal 2011 hanno raggiunto la Siria e l’Iraq per arruolarsi con le milizie del sedicente Stato islamico.

Dal giorno della sconfitta territoriale dell’autoproclamato Califfato, i governi occidentali ne temono il rientro in patria, un’eventualità difficile da scongiurare visti i documenti e la nazionalità dei ragazzi e delle ragazze in questione, spesso con figli. Si tratta in molti casi di giovani, immigrati di seconda e terza generazione, convertiti repentinamente all’Islam e con scarse conoscenze del Corano e della lingua araba.

Le foreing fighters italiane

Nel 2014 i foreign fighters dell’Isis con passaporto europeo erano già oltre 3500 e a oggi quelli morti si contano a centinaia. Nel 2016, erano il 14% del totale. Un’ottantina di essi aveva il passaporto belga, una trentina danese; un centinaio i tedeschi e gli inglesi, circa 150 i francesi. Sono poche decine gli italiani, soprattutto donne, molte delle quali spose di miliziani dell’Isis.

Che cosa ne è oggi di loro? Sono fresche di stampa le notizie di alcuni foreign fighters europei pentiti che vorrebbero fare ritorno e affrontare un giusto processo in patria. Per l’Italia è il caso di Alice Brignoli, 43 anni, nata vicino a Lecco: ha chiesto di tornare in patria. Con lei, ci sarebbe la padovana Meriem Rehaily, 23 anni e due figli, e la trevigiana Sonya Khediri, partita per la Siria a 17 anni. Entrambe si dicono pentite. La domanda è: come gestire il loro rientro? E, soprattutto, la comunità internazionale permetterà loro di fare ritorno in patria?

La mancanza di una strategia

A livello comunitario non esiste ancora una strategia unanime su come affrontare la questione. Sebbene si registrino partenze già a iniziare dal 2011, è solo nel 2014 che l’Onu (e non gli Stati nazionali) solleva la questione esprimendo con la risoluzione 2178 preoccupazione per l’esodo di occidentali e auspicando un intervento degli Stati membri “con azioni volte alla deradicalizzazione dei giovani nelle città e nei quartieri”.

Per bloccare il flusso dunque servono azioni che intervengano sulle cause della radicalizzazione. L’uso della forza non servirà. Missione compiuta? Nì. Molti Stati dell’Ue hanno infatti deciso di impiegare politiche repressive per fronteggiare l’esodo e tra il 2014 e il 2015 alcuni di questi hanno deciso di vietare i viaggi dei propri cittadini verso la Siria e l’Iraq con misure come la sospensione del passaporto.

La norma ha da subito suscitato dubbi: affinché si possa impedire a qualcuno di viaggiare è necessario che le autorità provino il legame del sospettato con l’organizzazione terroristica. Tra l’altro i dati dimostrano che tale provvedimento non evita che vi sia radicalizzazione. E tanto meno si affronta il tema della deradicalizzazione di chi è già un estremista. Inoltre, che cosa succede se le autorità non rilevano i segni della progressiva radicalizzazione del presunto jihadista?

Erdogan rimpatria i foreign fighters

L’11 novembre – lo  stesso giorno in cui in Italia veniva condannata la foreign fighter Laura Bombonati – la Turchia ha iniziato a rimpatriare i combattenti stranieri dell’Isis detenuti sul proprio territorio. Il primo allontanato da Istanbul è stato uno jihadista statunitense, bloccato in realtà alla frontiera con la Grecia che gli ha negato l’ingresso in Europa.

L’uomo è dunque rimasto in una sorta di limbo: non può né entrare in Grecia né tornare in Turchia. “Non mi interessa se resteranno bloccati, noi continueremo con le espulsioni senza curarci della sorte di queste persone”, ha commentato il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, che con questa sua politica vuole convincere l’Occidente a rivedere la sua posizione nei confronti della Turchia.

In totale sono mille e duecento i foreign fighters in mani turche, due terzi dei quali catturati durante l’ultima incursione militare di Ankara nella regione del Rojava a maggioranza curda in Siria nord orientale. E’ proprio qui che i peshmerga, alleati con buona parte dell’Occidente nella lotta contro il Califfato, hanno catturato centinaia di jihadisti, confinandoli all’interno delle loro carceri.

All’indomani dell’ultima incursione militare turca, la sicurezza di queste prigioni è diventata sempre più precaria. A provarlo è stata anche la fuga di cinque jihadisti dal carcere di Navkur, colpito dai raid turchi rivolti contro la città di Qamishlo. Anche se tali notizie sono state accolte in Europa con una certa sorpresa, erano mesi che le diverse intelligence coinvolte nel conflitto evidenziavano i rischi di fughe. Non a caso, prima di iniziare la ritirata che ha di fatto dato il via libera all’operazione turca, i soldati statunitensi hanno preso in custodia due membri della cosiddetta cellula dei Beatles, ritenuta responsabile anche della decapitazione del giornalista James Foley.

La precaria situazione europea

Privi di una strategia nazionale e comunitaria, oggi l’Europa appare stretta tra due fuochi: da una parte il presidente statunitense Donald Trump e i curdi che minacciano di volersi disfare dei foreign fighters europei imprigionati nelle loro carceri; dall’altra la Turchia che usa i combattenti stranieri come strumento di negoziato politico.

Tutto questo ha spinto l’Europa a doversi fare carico del problema e, a malincuore, a novembre sono iniziati i primi rimpatri. Si tratta di alcuni foreign fighters olandesi e tedeschi. Cosa fare ora di loro? A livello internazionale è arrivata una prima timida proposta firmata dalla Francia: creare un tribunale internazionale ad hoc che li giudichi.

Ma c’è un problema: non tutti coloro che si sono uniti al sedicente Stato islamico possono essere definiti terroristi. Dunque, sebbene sia apprezzabile questo primo sforzo, restano da definire i dettagli. I processi infatti tenderanno a basarsi su testimonianze verbali e versioni dei fatti che difficilmente produrranno delle prove attendibili sulla reale condotta terroristica dell’imputato..

 

 

 

 

fonte buongiornoslovacchia

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