Domenica, 29 maggio 2022 - ore 12.48

L’Eco Il laborpride ai tempi della grande recessione e del jobs act

Evoluzione del significato e dei riti della festa dei lavoratori Premessa: la prendiamo un po’ alla lontana (per di più, anche se solo apparentemente, divagando). Picnic è il titolo del film, tratto dalla piece omonima di William Inge, girato e diretto da Joshua Logan nel 1955. Destinato, aggiungiamo subito, ad un grande successo, nonostante il non eccelso livello del tema conduttore.

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Avrebbe avuto, nel 1956, oltre ad una sfilza di nominations, il Premio Oscar per la scenografia e per il montaggio, e, nel 1957, il Premio Globe per la miglior regia.  Con un così cospicuo palmares di critica, , ovviamente, gli arrise in tutto il mondo anche un gran gettito al “botteghino”.

L’immagine, sormontata dal titolo, può rappresentare, secondo chi scrive, lo stigma del  fil rouge che la piece ed il film volevano (se volevano) veicolare.

A parte la insulsaggine dell’incontenibile romanticheria (senza della quale, lo si dice per inciso, a quei tempi qualsiasi lavoro cinematografico, a meno che non si trattasse di western o di colossal, avrebbe avuto come sbocco l’essai), la trama si gioca tutta nella scintilla  scoccata tra Hal e Madge. Nell’idilliaco ed edificante scenario subliminale della celebrazione del Labor Day.

A beneficio di qualche sparuto nostro giovane lettore, che non avesse avuto la fortuna di visionare la pellicola (visto che non viene più passata neanche di notte e neanche sulle emittenti minori), si rivela, per quanto trascurabile nell’economia della presente riflessione, come andrà a finire. La bella del paese Madge (interpretata da una Kim Novak, che, procacità a parte, dispone di un somatico talmente espressivo da evocare il ferro da stiro), già promessa ad Alan, rampollo del magnate locale, fuggirà con Hal. Uno spiantato capitato occasionalmente al villaggio, appunto, il primo lunedì di settembre.

Una siffatta (per noi, inconsiderata) svolta esistenziale doveva, quasi sicuramente, essere stata suggerita all’autore dall’impulso a zavorrare la trama, più di quanto fosse ab ovo, di quegli eccessi di passionalità all’epoca particolarmente apprezzati. All’insegna del “al cuore non si comanda”, si facevano palpitare platee sterminate di spettatori e straboccare gli incassi delle majors cinematografiche.

La genialità (se di genialità si può parlare) della trama sta, sempre rimanendo aderenti alla linea-guida amorosa, nella sottintesa opzione, non partisan, della conclusione della vicenda.

Condividere l’impulso amoroso alla fuga della procace Madge/Novak con lo spiantato Hal (interpretato da un Holden, talmente maturo da apparire improbabile nel ruolo di universitario, sia pure fuori corso) o condannare il tradimento della promessa fatta all’antipatico rampollo-industriale Alan (che, come si vedrà, pure aveva accolto il fedifrago, ex compagno di college)?

Per quanto adolescente, ancorché molto incline ad una  rapida comprensione delle cose del mondo, l’idea che una starlette,  vincitrice del  concorso di bellezza del Labor day (avrei scoperto cinquant’anni dopo – nel corso della ricerca propedeutica al Socialismo di Patecchio - che anche da noi si costumava eleggere in occasione della festa del dopo-lavoro la Stellina di fabbrica), piantasse in asso il figlio di un padrone, mi intrigava molto. Ma la fuga con uno spiantato avventuriero mi sconcertava: avrei preferito, per dare un senso di classe alla svolta affettivo/esistenziale, che avesse scelto, che so, un componente della commissione interna.

Perché, tornando a bomba, la liaison si svolge durante il Labor Day, una delle festività nazionali federali degli Stati Uniti d'America, che viene celebrata ogni primo lunedì di settembre. Si tratta, per chi non lo sapesse, della variante americana dei festeggiamenti del Labor Day; che, in altre parti del mondo, si tengono, generalmente il primo maggio.

La celebrazione americana differisce da quella europea, oltre che nella data, anche nella mission. Mentre per noi è (era!) occasione di manifestazione dell’orgoglio del lavoro ed, occorrendo, di lotta, nel grande paese oltre-atlantico si è gradualmente ridotta (e la pellicola lo testimonia fedelmente) ad essere un aggiuntivo giorno di riposo. Sia pure trascorso in un conformistico scenario da mulino bianco, che integra pantagrueliche consumazioni di cucurbitacee, sandwich, gelati, concorsi di bellezza, riffe e (come testimonia il film)  giochi un tantino stupidini.

Anche il “nostro” primo maggio non perdeva completamente di vista la festa e concedeva ambiti ludico-popolari (la balera, la corsa ciclistica, la conviviale, qualche bevutina). Ma, era, diciamolo francamente, più ispirato dalle ragioni della testimonianza militante:  cortei, sia pur concentrati nel capoluogo e nei comuni di raccolta; discorsi ufficiali; diffusione stampa sindacale e politica. Con la variante, per il sindacato di ispirazione cristiana, della celebrazione del rito religioso.

Di tutto ciò (come suggerirebbero gli autori del mai tramontato pezzo melodico, Charles Trenet e Léo Chauliac), que reste-t-il de nos amours?

Rapida risposta: il concertone di Piazza San Giovanni.

Che è palesemente un succedaneo dell’ormai impossibile testimonianza di massa correlata al tentativo di captatio benevolentiae delle giovani generazioni, la componente sociale più martoriata dalla questione-lavoro e, quando va di lusso, un evento-“politico” unitario.

L’anno scorso aveva avuto come filo conduttore il motto “La solidarietà fa la differenza. Integrazione, lavoro, sviluppo. Rispettiamo i diritti di tutti, nessuno escluso” e quest’anno “dare valore al lavoro”. Con cui le organizzazione sindacali, spintonate da un’attualità che dovrebbe aguzzare ingegni e percezioni, dimostrano, sia pure tardivamente, di non voler perdere di vista problematiche che, anche dalle loro parti, non sembrano trovare più consensi bulgari.

Tutto qui? Tutto qui!

Il che autorizzerebbe a far assomigliare abbastanza il nostro primo maggio al Labor Day americano.

D’altro lato, le dinamiche del meticciato della globalizzazione hanno da tempo prodotto

l’omologazione dei modelli di organizzazione del lavoro, delle tutele del lavoro e, tendenzialmente, del ruolo dei corpi sociali intermedi .

Che da noi, con una locuzione sociologica retrò, si definiscono ancora Sindacati e mantengono, (solo) nell’ispirazione teorica e nei gesti, una verve ancora di lotta.

D’altro lato, non è indispensabile che l’approdo alla totale irrilevanza integri necessariamente un profondo restyling anche dei profili.

Proviamo, confidando nella generosa disponibilità dei lettori a seguirci in una riflessione molto articolata, a ripercorrere i passaggi attraverso cui si sono sedimentati i cambiamenti dell’ultimo mezzo secolo e dell’ultima decade in particolare. Che hanno condotto l’oggetto della festa, dal suo recepimento nella Carta Costituzionale come primario valore etico (“Lo spirito della Costituzione deve tradursi in caratteri essenziali: la democrazia come sistema politico delle libertà ed il lavoro. La garanzia del posto di lavoro equamente remunerato, come sostanza di una libertà non solo formale “- Piero Calamandrei) alla sua sostanziale derubricazione nella gerarchia sociale e morale: a lavoro negato, malpagato, vilipeso. Che, soprattutto, prende botte una dietro l’altra.

Vediamo cos’è cambiato e cosa ancora sta cambiando.

Con la fase espansiva del secondo dopoguerra sembrò irreversibile la prospettiva della riduzione della forbice della disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza e nella condizione sociale. L’economia fordista dello sviluppo manifatturiero sinergico al consumismo, prevalentemente incardinata, nella fase antecedente ai traguardi scientifici e tecnologici in divenire, nella prestazione della mano d’opera, riconosceva vantaggio al recupero di posizioni tra il merito del lavoro e l’accumulazione dei patrimoni.

Si sarebbe trattato, però, di una parentesi compresa tra l’avvio della fase espansiva del secondo dopoguerra e l’affermazione del ciclo delle reaganomics (definizione/combinato risultante dai suoi massimi teorici politici: Reagan e Tatcher). Tali dottrine, mutuate dal caposcuola ultraliberista Milton Friedman, muovevano da un nucleo (solo, come vedremo più avanti, teorico). Secondo cui l’arricchimento dei già ricchi costituisce di per sé fattore di sviluppo complessivo suscettibile di generare benefici anche per gli ultimi della piramide sociale (la tesi del trickle down). Senza, però, azzardare che la (supposta) distribuzione di nuova e maggiore ricchezza prodotta avrebbe ristretto la forbice delle disuguaglianze.

Infatti, proprio da quegli anni ottanta, la forbice torna ad allargarsi: l’1% della popolazione degli USA introita un quarto della ricchezza.

Ancor più paradossale appare lo scenario successivo, quello della crisi devastante prodotta nel 2008 dall’eccesso di finanziarizzazione “creativa”, di cui quell’1% fu, con l’avidità di fare sempre più soldi con i soldi, il primo responsabile. Sostanzialmente la crisi, provocata dalle banche, sarebbe stata superata con il salvataggio delle banche grazie alle massicce immissioni di moneta drenata dalle risorse pubbliche.

L’economia sarebbe stata rimessa in sesto; ma con conseguenze devastanti sul piano dell’uguaglianza sociale: il 93% dei guadagni della ripresa economica è andato all’1% della popolazione.

Da noi le cose, in attesa di scrollarsi di dosso le conseguenze della versione tardiva del default di inizio del terzo millennio, sarebbero andate diversamente.

Nel ciclo precedente il Paese era stato relativamente in equilibrio; per effetto di una pressione fiscale bassa, di una costante crescita del potere d’acquisto, di un Sud che riceveva più di quel che produceva.

Questo miracolo, in cui apparentemente guadagnavano tutti, si realizzava attraverso la creazione di un immane debito pubblico, che permetteva di sussidiare, attraverso i trasferimenti, il Sud ed, attraverso generosi interessi sui titoli del debito detenuti dalle regioni più ricche, il Nord.

All’inizio degli anni 90 il miracolo andò in frantumi: il debito pubblico, rimasto fino alla fine della prima repubblica sotto il 90% del pil, avrebbe valicato il 100% (sino all’attuale 140%) e, senza l’adesione a Mastricht ed all’euro, l’Italia sarebbe andata in bancarotta.

Entrandovi ha dovuto tirare la cinghia: più tasse, meno debito, trasferimenti al Sud pagati non più dal debito ma dal Nord. Insomma, se non tutto, qualcosa è cambiato.

Per farla breve, milioni di posti di lavoro si sono volatilizzati a causa, tra l’altro, degli effetti di una globalizzazione che ha, sin qui, fatto prevalentemente perno su una competitività da costo del lavoro.

Nello scenario della lira, la politica salariale aveva riflessi immediati sul tasso di inflazione interno, a causa dell’aumento del costo del lavoro. A sua volta l’inflazione interna generava una svalutazione della moneta che si ripercuoteva immediatamente sui tassi d’interesse e, attraverso loro, sulla spesa pubblica (a causa dell’elevato debito statale). Con un effetto, quindi, sulle variabili macroeconomiche. Ora questa situazione è, appunto, cambiata. La variazione del costo del lavoro non incide più sul tasso d’inflazione interna, perché questo è determinato dalla politica monetaria della BCE. Se il costo del lavoro cresce a causa di accordi salariali, l’Italia non ha maggiore inflazione, ma le imprese perdono competitività (con evidenti conseguenze sui livelli di occupazione). Questa nuova situazione ha privato le parti sociali delle prerogative che avevano ai tempi della lira e che le portava ad assumere un ruolo da protagonisti della politica economica. Oggi questo ruolo è fortemente ridimensionato. Come sostiene l’ex direttore di Confindustria Cipolletta; ”Possono portare i lavoratori in piazza, ma hanno perso il potere di interdizione”.

All’orizzonte si delinea un’altra variabile della “competitività”: l’espansione della robotica.

Danilo Taino, lo statics editor (e molto altro) del Corriere della Sera, di recente ha delineato un quadro inquietante delle conseguenze che l’impiego dei robots determinerà sui già tartassati livelli di impiego della mano d’opera nel comparto manifatturiero.

Lo sviluppo dell’automazione in Germania, come stima l’editorialista (di origini cremonesi), manderà, nei prossimi anni, in fumo 18 degli attuali 31 milioni di posti di lavoro. Nelle basse qualificazioni, ma in generale anche  nelle medie.     

Che saranno consegnate ad un  futuro, oggetto di contesa tra i migranti ed i “nativi” (privati di prospettiva occupazionale e non più assistibili da un sempre più insostenibile welfare), di “ddd jobs”; vale a dire di dirty (sporco), dangerous (pericoloso), demeaning (umiliante).

Una lessico screditante mutuato  da una cultura sociale nella quale immaginabilmente il valore del lavoro, formulato dal glamour di una società opulenta (solo per fasce privilegiate) e soprattutto insostenibile nelle prospettive, prescinde dall’etica civile.

Erano lavori, praticati a livelli di massa fino a qualche decennio fa, senza che nessuno se ne vergognasse o se ne lagnasse, a prescindere dalle conseguenze usuranti e da una remunerazione talvolta incongrua.

Erano i lavori che, anche grazie l’azione sindacale di tutela normativa e contrattuale, hanno consentito lo sviluppo economico del Paese ed un diffuso benessere dei ceti meno favoriti.

Come si vede, siamo ad un tornante della storia che può portare ad un punto di non ritorno alle pregresse dinamiche e tendenze, che abbiamo sommariamente analizzato.

Se si converge su ciò, non ci dovrebbe essere dubbio alcuno sull’urgenza di risposte straordinarie. Che postulano sempre più il ritorno alla primogenitura della politica sul potere economico.

Una conclusione questa che potrà anche essere scavallata dalle dottrine di rito conservatore; ma che non può essere minimamente elusa da quelle che, come la sinistra di scuola liberal-riformista, si richiamano al laburismo. A patto che siano capaci di distinguere bene tra la connotazione fondativa ed identitaria (che non può comunque essere l’interclassismo) e la capacità di tradurre sul campo la cultura di governo, implicita nel bagaglio di rappresentanza politica maggioritaria.

E a patto che siano in grado di fornire risposte di respiro strategico, suscettibili di coniugare gli scenari nuovi della globalizzazione, indotta dell’archiviazione della divisione del mondo in blocchi, con il mandato a rappresentare adeguatamente il valore etico del lavoro. A partire dalla garanzia della massima occupazione e dalla riduzione delle disuguaglianze.

Ma, questa sinistra sembra, invece, interessata unicamente a fornire risposte semplicistiche. Che replicando, sul versante radicale e post-comunista, l’esiziale pregiudizio contro la ricchezza (nelle versioni di nascita e di rendita) e contro la proprietà,  la consegnano ad un ineluttabile destino di irrilevanza politica e sociale.

Mentre, sull’opposto versante, un realismo orientato da una supposta cultura di governo (in realtà molto sensibile ai suggerimenti dell’establishment economico-finanziario e da quello delle oligarchie istituzionali che lo rappresentano) non sembra condurre molto oltre uno scambio tacito al ribasso, tra salari bassi e relativamente bassa produttività.

Una sinistra, ultimo ma non ultimo, che non sembra essere interessata, come è successo in altre realtà europee, a trarre impulso e giovamento dal rapporto sinergico (in teoria preferenziale) con corpi sociali intermedi. A loro volta in evidente ritardo di percezione tanto della natura e della profondità dei cambiamenti in atto e già consolidati quanto delle strategie suscettibili di far loro recuperare un ruolo. Sia nelle dinamiche di un avanzato sistema di relazioni industriali sia di adeguata rappresentanza sociale.

Un sindacato moderno e riformista dovrebbe, specie in una situazione cruciale come quella in cui siamo immersi, saper farsi carico, oltre che di una forte rivendicazione e rappresentanza dei diritti (di tutti, ben s’intende), anche di esprimere una cultura e una strategia complessive capaci di coniugare il rispetto di tali diritti con le effettive compatibilità del sistema.

Essere riformisti, come ha detto in termini sacrosanti a Cremona due anni fa la leader della CGIL Susanna Camusso, non significa calare le braghe. Anzi, sotto attacco, il mondo del lavoro deve saper alzare la voce; specialmente per rappresentare, oltre che le singole voci del contrasto, un’opposizione forte e generalizzata al deprezzamento del valore etico ed economico del lavoro.

Di tanto in tanto, però, si ha l’impressione che il Sindacato, continuatore di un’articolazione che, se mai avesse avuto una giustificazione a partire dalla fine degli anni Quaranta, andrebbe lestamente e totalmente archiviata (per fare dell’Italia del lavoro una nazione “normale” e più europea e, quindi, per rafforzare effettivamente la rappresentanza dei lavoratori), non riesca a distaccarsi dalle logiche e dalle dinamiche che ne hanno ispirato oltre mezzo secolo di testimonianza e di lotte.

Giustissimo essere soggetto di rappresentanza del lavoro; limitativo, invece, essere solo “controparte”.

La riorganizzazione in corso dell’economia e dell’apparato produttivo, specie nel suo profilo di accondiscendenza alla finanziarizzazione ed all’utilizzo dei progressi delle tecnologie ed, in particolare, della robotica ai prevalenti scopi della ottimizzazione dei profitti, impone ai lavoratori e a chi li rappresenta (movimento sindacale ed organizzazioni politiche di riferimento) l’ineludibile obbligo di coniugare la difesa dei diritti socio-economici, nella fabbrica e nella società, con una strategia che sia espressione di una lettura aderente alla realtà di una società complessa. Come è diventata quella della rivoluzione tecnologica, che, come abbiamo già considerato, espelle strutturalmente crescenti surplus di mano d’opera e che, soprattutto, cancella il modello fordista, nelle sue luci e nelle sue ombre.

Quella della globalizzazione, che, come se già non bastasse, deprime ulteriormente il potere contrattuale; quella della “liquidazione” delle radici etiche e progressiste del pensiero politico correlato all’uguaglianza, alla giustizia ed all’equità; quella del risucchio delle coscienze nella logica del consumismo e dell’obnubilamento mediatico.

Si può dire che l’arrocco della rappresentanza del lavoro nella ridotta dell’essere sempre e solo controparte e del conformare le sostenibilità solo dietro la lente delle variabili indipendenti sia in linea con una moderna risposta alle logiche del sistema?

L’antagonista comunista, che aveva, in qualche misura pressato, l’Occidente verso l’adozione del capitalismo “sociale”, quando non a  consolidate forme di “cogestione” è morto. Ma il suo competitor, rappresentato del capitalismo sociale e dalla socialdemocrazia, non si può dire che sia in perfetta forma.

Anzi è in affanno rispetto alla determinazione di interpretare le ragioni di un lavoro che è sempre più in grave sofferenza.

Una condizione di sofferenza talmente accentuata da non far prevedere la possibilità ed i tempi di una resilienza. Se si pone mente alle conseguenze di quel vero e proprio dumping che è costituito dall’approdo nel sistema globalizzato di “tigri” e di “emergenti”. Omologati dai mantra della caduta dei più elementari diritti e della massimazione dell’ “efficientamento”; che appartengono sia al profilo autoritario del comunismo (che in ciò non è morto) sia alla sistemazione che il neocomunismo capitalista (andate ed arricchitevi, che vale solo per le nomenclature) ha dato alle proprie dottrine economiche. Poteva il lavoro dell’Occidente uscirne non contaminato?

Una sofferenza che trascina al ribasso il diritto di partecipazione civile al lavoro, le condizioni di sussistenza, l’appartenenza ad un sistema di sicurezza sociale.

Se si acconsentisse, non già alla teorizzazione scientifica dell’ineluttabilità di un sistema produttivo, che, considerando il lavoro un mero fattore del processo manifatturiero, replicasse, sul piano dell’offerta, standards occupazionali correlati, bensì alla pratica conseguenza già in atto ed in espansione, si accetterebbe implicitamente, da un lato, la cancellazione di qualsiasi prerogativa di potere contrattuale in capo al lavoro e, dall’altro, un’inoccupazione strutturale.

Conseguenze: bassi salari generalizzati e contrappuntati da elitari splafonamenti meritocratici dettati esclusivamente da valutazioni della parte datoriale; altrettanta generalizzata “flessibilità” (nell’ovvia lettura della precarietà e del mansionamento ad libitum); collocazione delle conseguenze derivate da una politica salariale funzionale solo alla “competitività” nel carico di un assistenzialismo di pura sussistenza. Per una massa lavoratrice di basso costo e per una fisiologica massa inoccupata (che dovrà pur sopravvivere, sia pure sulla soglia di una povertà sistemica). Per nuove generazioni avviate ad accettare studi dequalificati (ma non per le élites) che hanno come sbocco ridottissime prospettive di lavoro, all’insegna della precarietà, dell’inconsistente remunerazione e della conseguente emarginazione sociale.

Il modello sociale degli Stati Uniti, sostiene Zimmerman, direttore dell’Institue for the Study of Labor, ha sempre responsabilizzato il singolo per i rischi sociali ed economici della sua esistenza. Mentre in quello europeo tali rischi sono prerogativa della comunità. La finanziarizzazione dell’economia ha prevalso sull’economia manifatturiera.

Bongré malgré, se la sinistra sociale e politica vuole tornare ad un ruolo da protagonista, non può che partire dall’elaborazione di un modello che sappia integrare le due “scuole”.

Tenendo, però, realisticamente conto del diffuso sentire che il sedime di processi non efficacemente contrastato ha prodotto nei ceti sociali di riferimento. Che si compendiano così: Uguaglianza, ma non nella povertà; Nessuno rinuncia al lavoro oggi, neanche in cambio di solidarietà, e forse nemmeno dei diritti; la grande maggioranza è disposta a scambiare un po’ di benessere in più con un po’ di democrazia parlamentare in meno.

Per quanto possano risultare sgradevoli ad una sinistra riformista, sarà poco realistico prescinderne. Se si vorrà imboccare un  futuro con equilibri meno asimmetrici, con minori disuguaglianze e instabilità geopolitiche.

Produci consuma e muori! Il moderno pensiero socialista riesce a contrapporre al deficit di uguaglianza sociale qualcosa di più e di diverso dell’identificazione del benessere nella materialità?

Il primato della finanza sull’economia ha generato divaricazioni insopportabili tra ricchi e poveri, tra inclusi ed esclusi. Dobbiamo correggere i nostri modelli e delineare nuovi parametri di qualità. Innovare la produzione per migliorare la vita di tutti. Innovare i modelli sociali tenendo conto della globalizzazione, in chiave di eco-sostenibilità e di distribuzione più equa.

Manca all’attuale sinistra italiana il requisito di costituire punto di riferimento stabile per i ceti socio-economici danneggiati da tale meccanismo.

Una delle risposte alla disuguaglianza interna consiste nel correggere le disparità ricorrendo ad imposte progressive che colpiscono i più ricchi a vantaggio, se ben spese, dei più poveri, oppure nel fornire servizi ai meno abbienti. Il fisco redistributivo però corregge ex-post il divario esistente. E’ però indiscutibile che solo attraverso un preciso progetto politico che ponga in primo piano l’equità non sarà possibile, non una perfetta uguaglianza, bensì una disuguaglianza buona, cioè accettabile.

Tali sono le riflessioni indotte da un  primo maggio, diventato più che giorno di festa giorno di non lavoro. D’altro lato, può essere un giorno di festa se i festeggiati sono prevalentemente portati a chiedersi: “Perderò il lavoro? Ci sarò in futuro un lavoro per me?”

Il 1 maggio sarebbe il giorno più indicato oltre che per festeggiare anche per azzardare un qualche bilancio delle politiche attive del lavoro e, proprio volendo, qualche seria analisi delle tendenze impresse dai profondi cambiamenti in corso.

C’è bisogno di una risposta politica chiara e realistica capace di rielaborare l’analisi ed il progetto nella direzione di un compromesso sostenibile tra interessi economici generali e domande sociali in vista di una rinegoziazione del rapporto tra crescita personale e crescita del sistema.

 

 

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