Giovedì, 19 maggio 2022 - ore 05.09

L’Eco Dossier Area vasta- octies Ancora dentro il tunnel

L’abbrivio di questo ulteriore capitolo del dossier parte da un doveroso rimando ai fatti che hanno generato il confronto. Vale a dire la Legge Delrio, che, sospendendo la vecchia Provincia, ha decretato praticamente la fine dell’ente territoriale intermedio

| Scritto da Redazione
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La Legge Boschi, con cui il Parlamento ha apportato una significativa revisione dell’ordinamento costituzionale, la esclude definitivamente dall’articolazione amministrativa periferica.

In sua vece, ma non con lo stesso rango, viene focalizzata l’Area Vasta. Che assomiglia più ad un’aggregazione consortile che non ad un ente intermedio di raccordo e di rappresentanza territoriale.

Insomma, l’orditura amministrativa della Repubblica prevede il mantenimento dell’unità di base, rappresentata dal Comune, e della Regione, che, per quanto alleggerita delle funzioni concorrenti apportate dalla riforma del Titolo V, conserva la prerogativa legislativa.

Abbiamo ripetutamente sostenuto, pur ribadendo un consenso di massima all’impianto della riforma Boschi, che, per quanto si riferisce ai livelli basici, siamo di fronte ad una visione asimmetrica.  Che, in prospettiva, allargherà le distanze, già cospicue, tra quell’unità amministrativa di base ed i livelli superiori (lo Stato e la Regione).

Ma che già oggi, anche a causa di una certa indeterminatezza di indirizzo progettuale e di un’evidente inadeguatezza delle Regioni nel fronteggiare gli adempimenti attuativi sciaguratamente loro affidati, getta nello smarrimento i livelli che, a vario titolo, se ne stanno occupando.

Nella riaffermazione della contrarietà all’eliminazione di un livello periferico di governo, presente in tutta l’intelaiatura continentale e meritevole, in una visione di profondità storica, del riconoscimento di una discreta prova, abbiamo l’impressione, come abbiamo in precedenza osservato, che più che ad un impulso di verticalizzazione del potere il nebuloso progetto punti prevalentemente (se non addirittura esclusivamente) ad una razionalizzazione/compressione dei centri di spesa periferici.

In effetti, è difficile non rinvenire nella sedimentazione delle prove della vecchia Provincia una vistosa tendenza a generare, più che buoni servizi decentrati e coerente rappresentanza territoriale, anche una sinergia con la tendenza alla sovrapposizione degli interventi. Che, favorita dalla cancellazione dell’attribuzione delle competenze (distinzione tra spese facoltative e spese obbligatorie) e dei controlli, ha contribuito alla formazione di quel magma di spesa e di debito consolidato molto simile alla colossale slavina che ha travolto la sostenibilità del sistema Italia.

Un tempo (e per molto tempo!), la vecchia Provincia si occupò di strade (provinciali), di assistenza psichiatrica, di assistenza agli illegittimi, di igiene e profilassi, di scuole di secondo livello, di caccia e pesca e(parzialmente) di agricoltura.

Con l’avvento delle Regioni vennero ad esse attribuite deleghe “esecutive”.

Ma vennero anche la clonazione di mini Province e la vera e propria usurpazione di funzioni altrui. Remeber, per esemplificare, il “Recitarcantando”, la mostra dei Dinosauri, le sedi territorialmente decentrate, la Polizia Pronvinciale generalista (un tempo unicamente competente per la Caccia e Pesca)?

Si poteva continuare così; insensibili, tra l’altro, al fatto che, nelle more della spending review, il fabbisogno finanziario dei Comuni, che costituisce l’avamposto statale a diretto contatto con la realtà territoriale, veniva falcidiato?

Se la core-mission della Legge Delrio/Boschi era quello di tagliare il filone parassitario in capo alle Province, come realisticamente opporvisi?!

Ma, come si suol dire, ai riformatori è scappata decisamente la mano.

Sarebbe bastato: ridefinire le attribuzioni funzionali, azzerare la mestierizzazione (attraverso lo stesso percorso elettivo e “remunerativo” del decreto Delrio), ridisegnare ambiti territoriali omogenei e sostenibili.

Si è usato, invece, il machete; che ha tagliato un livello di raccordo interistituzionale che, per le caratteristiche del Paese, continueremo a giudicare difficilmente eludibile.

Per di più, ribadiamo ad nauseam, lasciandone i destini al livello più sputtanato, che è la Regione.

La quale ha impiegato poco a farsi riconoscere, anche su questo terreno.

Alle venti istituzioni regionali (comprese le quattro incredibilmente ancora a statuto speciale e la quinta straordinaria ancora incredibilmente sdoppiata in due province autonome somiglianti a qualcosa di più di due regioni ipertrofiche) é stato affidato un mandato fai da te.

Come abbiamo già considerato in precedenti riflessioni, alcune di esse come l’Emilia-Romagna sembrano, al di là dell’impulso a zonizzazioni replicanti una inveterata gerarchia di privilegi, guidate almeno da senso logico. Che comunque esalterà, nell’ambito territoriale, l’incoercibile linea-guida centralistica.

Altre, come il Piemonte, sembrano procedere con virtuosa razionalità ed idee decisamente più chiare.

Altre ancora, come la nostra Lombardia, mostrando di essere ancora totalmente priva di indirizzi di contenuto da attribuire all’Area Vasta, inclinano a far coincidere la ridefinizione di funzioni ed ambiti territoriali a modelli mutuati secondo affinità ideologiche.

Non è chiaramente una questione semantica. Ma se chiami l’Area Vasta lombarda “cantone” va da sé che, a prescindere dall’esistenza dei presupposti, il tuo modello è la Confederazione Elvetica.  Allora dillo! E comincia a stabilire se i due modelli, in termini di ipotetico fabbisogno finanziario e di compatibilità ordinamentale, sono, almeno teoricamente, sovrapponibili.

Altrimenti, ed è il caso in ispecie, è solo uno spottone. Che crea smarrimenti e lacerazioni. Soprattutto, per le entità territoriali che inevitabilmente saranno smembrate ed accorpate. Come la nostra.

Smembrate ed accorpate per fare che? Per continuare a rappresentare le vocazioni dei territori in termini di riequilibrio e di sviluppo? Per ottimizzare l’organizzazione dei servizi e dell’infrastrutturazione viaria? Per consegnare ad indirizzi più integrati la programmazione urbanistica in una visione più vasta?

Ditecelo! Per favore, ditelo. Ai corpi sociali intermedi (organizzazioni sindacali ed associazioni categoriali) che da almeno un decennio sono alle prese con problemi che dovreste sapere. Al popolo degli amministratori comunali, chiamato a performances inenarrabili, per far quadrare conti impossibili e per evitare (nell’ineludibile compito) di buttare l’acqua sporca dei precedenti livelli ipertrofici (della spesa) ed il classico bambino (rappresentato dai servizi, taluni irrinunciabili, se non a costo dell’imbarbarimento sociale).

Dopo averne parlato benissimo, abbiamo, però, anche il dovere di richiamare la “sentinella” del territorio a non farsi prendere dal sopravvento causato da atteggiamenti iper-conservatori ed attendistici.

Pubblichiamo qui due (ulteriori) contributi di Virginio Venturelli, che nonostante abbia inopinatamente rinunciato a ruoli elettivi, continua a dispensare, sull’argomento, analisi e proposte sensate.

In uno dei due, l’ex Sindaco di Madignano affronta la questione dei “piccoli Comuni” in un’ottica che non condividiamo appieno.

Noi, infatti, pensiamo che sia assolutamente prioritaria la necessità di aggregare municipalità che, per massa critica di popolazione ed uniformità di vocazione e di entità territoriale, siano in grado di ottimizzare il rapporto spesa/servizi e, soprattutto, di costituire valido contrappeso politico/istituzionale ai nuovi contesti contraddistinti dalla tendenza alla verticalizzazione dei poteri istituzionali.

Nel secondo intervento Virginio Venturelli si occupa della “questione cremasca”.

Vale a dire della criticità in cui il comprensorio del Serio è stato posto dagli inconsiderati in-puts di “riforme” francamente raffazzonate come quella di cui parliamo.

Il “cremasco” è sempre stato, senza tema di smentita, un comprensorio, favorito dall’ omogeneità e da una diffusa vocazione a misurarsi con l’intraprendenza all’innovazione  in chiave di sviluppo .

Un territorio virtuoso, bisognerebbe concludere! Che il ridisegno dell’ordinamento periferico dovrebbe favorire. E non penalizzare, come sta avvenendo. Se è vero, come vero è, che del “cantone” il cremasco finirà di divenire una vittima eccellente.

Per le assurdità che abbiamo ampiamente analizzato e, diciamolo realisticamente, per l’inadeguatezza del ceto politico-amministrativo “di vertice”.

Che le ha già provate tutte: l’Area Vasta ma limitata all’area omogenea; con l’area metropolitana; con Lodi; con Lodi-Treviglio; con Brescia. Ultimo ma non ultimo: con Bergamo. Mah… Come si dice al mio paese: se va, lire due!

Ma i problemi del cremasco sono, poco più poco meno, quelli del resto della provincia. Che corre il rischio di essere annessa, per di più nella logica di fissazione dell’epicentro della Area Vasta del Po spostato sempre più lontano dall’epicentro metropolitano, in un agglomerato sempre più appesantito dalla marginalizzazione dei processi espansivi e dalla penalizzazione nella destinazione delle risorse correnti e degli investimenti strutturali.

Auguri!

e.v.

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Il Cremasco nell’area vasta di Bergamo. Perché no ?

Dopo aver passato settimane a polemizzare sui varchi elettroni, finalmente i Sindaci del Cremasco stanno concentrando le loro attenzioni sul tema delle nuove vaste aree, che  sostituiranno le attuali Province,  dopo il referendum confermativo ( ? ) previsto in autunno.

Il dibattito registra posizioni articolate tra i soggetti sociali, economici ed amministrativi alla  guida  del  territorio cremonese, senza  finora alcuna analisi approfondita e coordinata dei possibili scenari futuri.

L’indicazione della Regione di far coincidere la futura area vasta con l’assetto del recente riordino della sanità lombarda, che ha messo insieme le province di Mantova e di Cremona, non soddisfa per nulla la maggioranza dei Comuni cremaschi, mentre  sostanzialmente  vede favorevoli quelli cremonesi e casalaschi. 

Le reazioni fotografano, ancora una volta, un territorio scarsamente coeso e tutt’altro che  in sintonia sugli obiettivi principali.

Appellarsi per l’ennesima alla unità del territorio provinciale , non basta più di fronte alle oggettive ragioni oggettive che differenziano e distinguono gli ambiti del Cremasco, del Cremonese e del Casalasco.

Realisticamente è tempo di  prendere atto che l’accorpamento amministrativo Mantova Cremona, non ha i presupposti per mantenere fermi i confini della nostra provincia e quindi occorrono  delle soluzioni diverse, ove le aspirazione degli uni e degli altri possano essere soddisfatte al meglio.

La cornice più opportuna e razionale ove approfondire le alternative  possibili, non può che essere quella già individuata dai Presidenti delle Province di Bergamo, Brescia, Mantova e Cremona, sottoscrittori di un  protocollo  sulla gestione unitaria di diversi servizi a favore dei cittadini e delle imprese.

Ignorare questo atto preliminare per inseguire delle teoriche varianti con Lodi, Pavia, Piacenza,  Parma ( quindi  addirittura sovra regionali ) mi pare francamente un  disconoscimento immotivato di quanto stipulato.

Dopo l’accordo tecnico siglato tra le amministrazioni di  Brescia, Bergamo, Mantova e Cremona, mi pare infatti del tutto coerente provare a definire,  con gli stessi Enti,  anche una nuova configurazione  politica amministrativa  sulla base del contesto esistente,  delle reti viarie e dei trasporti, delle caratteristiche geomorfologiche dei territori, della concentrazione delle attività produttive, della ricettività turistica, della presenza di poli universitari, della istituzione statali in loco, degli ambiti omogenei ottimali eroganti servizi pubblici fondamentali, nonché della storia e dell’identità culturali di ciascuno.

La dimensione di questo contesto è tale da poter sicuramente recepire e dare risposte adeguate alle svariate zone omogenee o Comuni presenti in ognuna delle  province coinvolte, in attesa di assetti diversi dagli attuali.

Perché non dovremmo provarci ?

All’appuntamento i soggetti amministrativi, sociali ed economici del Cremasco, del Cremonese e del Casalasco, dovrebbero arrivarci dopo essersi confrontati in una “assemblea comune” senza tatticismi e reticenze, dopo aver valutato insieme i punti di forza e le criticità  di ogni  ipotesi, analogamente a quanto fatto nel Lodigiano.  

Nel quadro sopra delineato, francamente mi stupisce che il Cremasco verifichi ed approfondisca seriamente la propria futura collocazione nell’area vasta di Bergamo, ove ottenere  il riconoscimento del proprio comprensorio unito a quello trevigliese, di  “zona omogenea” 

A sostegno di questa  indicazione ci sono svariatissimi motivi  tra cui : la condivisione di importanti tratti stradali come La BREBEMI, la Rivoltana, la Bergamina, il collegamento ferroviario Cremona-Treviglio, la presenza di realtà ed insediamenti produttivi fortemente attrattivi per i lavoratori locali, , la frequentazione reciproca dei presidi sanitari, la gestione dei parchi  Adda e Serio.

Più che inseguire soluzioni meramente efficientistiche, nelle quali incideremmo per nulla, ( leggi il Cremasco nella metropoli di Milano )  personalmente ritengo  preferibili intese con chi ha caratteristiche simili al nostro territorio, vive le nostre relazioni e la nostra qualità della vita.

Sommare, ad una riforma costituzionale che distrugge le autonomie locali più vicine ai cittadini, ed annulla la storia locale di molte comunità, anche i nostri azzardi,  sarebbe veramente  da irresponsabili.             

 Virginio Venturelli

Aprile 2016

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Siamo sicuri che i piccoli comuni siano un costo ?

Non possiamo permetterci ottomila comuni. Costano troppo.

Questo il tormentone del riformismo aziendalista  che  mira  a spazzare via i municipi, dopo aver cancellato le province.

L’Italia, dicono i “riformatori” oggi al governo, non può più permettersi la situazione esistente, mentre chissà perchè in Germania i comuni  sono circa undicimila ed in Francia trentaseimila, di dimensioni molto più piccole.

Dopo aver convinto tutti sulla necessità di cancellare le province, questo è il nuovo tormentone  che  viene  lanciato  affinchè  l’opinione  pubblica si convinca della opportunità di  sopprimere  anche i piccoli comuni.

Due pessimi e propagandistici provvedimenti che nascondono l’incapacità di attaccare le inefficienze degli apparati a servizio della politica nazionale e regionale.

Se i piccoli comuni sono un problema  per la spesa dello Stato,  è assai strano che  ha supporto  di tale tesi  non  vengano  resi  pubblici i “costi standard” previsti  nella  gestione  degli Enti Locali. 

Che fine hanno fatto  i  dati reperiti  in tutta Italia, negli anni scorsi, allo scopo di riorganizzare  la spesa  dei  comuni e la fissazione delle  soglie di virtuosità per tutte le Amministrazioni?

Perchè sopprimere delle realtà istituzionali storiche, quando i Comuni  sono in grado  di  mantenersi sui livelli di spesa prestabiliti,  quando,  ancora, efficacemente  sanno  efficientare  l’erogazione dei propri  servizi, nel pieno della loro autonomia ?

Piccoli, grandi o medi, ciò che deve valere per tutti è che in proporzione al numero di abitanti, nessun comune  deve  spendere più  della somma  ritenuta dallo Stato, congrua. 

Se venissero pubblicati i risultati  dell’indagine  appena  richiamata, sono certo che leggeremmo risultati sorprendenti; per cui  meglio  nascondere i costi standard  dal dibattito sostituendoli con nuovi  studi, ricerche, grafici commissionati ad hoc volti a dimostrare  che solo dalle fusioni dei comuni passano  i  risparmi  ed il futuro della nostra nazione.

A sostegno di questa ottica, si approvano leggi che prevedono la cancellazione  dei  comuni sotto i cinquemila  abitanti, disposizioni che promettono soldi per qualche anno, come specchietti per le allodole,  ai comuni che si fondono, bandi  che  assegnano  punteggi privilegiati nei finanziamenti regionali ai comuni che si sono fusi, normative che  disconoscono i pareri contrari alle fusioni da parte  delle comunità.

In buona sostanza, il Governo oggi mira obbligatoriamente i piccoli comuni a fondersi, punto e basta, a differenza di quanto previsto  dalla nostra  Costituzione  che giustamente  lascia alle comunità la libertà  e la facoltà di  farlo  in  base a valutazioni  specifiche locali  e comunque dopo un referendum popolare.

Quella a cui assistiamo quindi è una vera e propria aggressione nei confronti dei piccoli comuni, sia sul piano politico che giuridico e amministrativo.

La realtà è che non esiste alcun problema di costi, ma semplicemente il desiderio di imporre un modello di governo che allontana  sempre più  la politica e le istituzioni dai cittadini.

Anzichè rafforzare il ruolo dei Comuni si smantella la loro presenza, si riduce la partecipazione  ed  il controllo dei cittadini sul territorio in cui liberamente hanno deciso di vivere.

Checchè ne dica l’Anci, sempre più allineata agli indirizzi di chi governa, per la razionalizzazione, la valorizzazione ed il  coordinamento  dei  territori,  non servono affatto le fusioni dei piccoli comuni, ma con convinzione e determinazione, basterebbe  usare gli strumenti già in essere  per l’aggregazione  dei servizi, per l’attuazione delle convenzioni e soprattutto per il funzionamento delle Unioni dei Comuni.

Anche su questo versante, possible che le opzioni  citate  siano già da considerare obsolete, quando non ancora completamente adottate a causa delle continue proroghe legislative sulla obbligatorietà dell’associazione dei servizi ?

Virginio Venturelli

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