Lunedì, 27 giugno 2022 - ore 10.50

Libro di Agostino Spataro.. La nostra madre lingua

IL PRESENTE SENZA IL PASSATO E’ COME UN ALBERO SENZA RADICI Da una premessa necessaria

| Scritto da Redazione
Libro di Agostino Spataro..  La nostra madre lingua

Il nuovo libro di Agostino Spataro..  La nostra madre lingua

IL PRESENTE SENZA IL PASSATO E’ COME UN ALBERO SENZA RADICI  Da una premessa necessaria

1. Questo libro vuole essere un contributo, non esaustivo, per ten­tare di ritrovare e riproporre taluni filoni della parlata locale di Ioppolo Giancaxio ossia della nostra lingua madre.

Ho cercato - a mio modo e con i mezzi possibili - di approntare un compendio ricavato da quanto derivato dal mio personale ricordo e dalle conoscenze trasmesseci dai nostri anziani.

Non so se lo sforzo sia valso la pena, tuttavia sono contento poiché durante il lavoro ho visto riaffiorare dalle profondità della memoria parole e frasi ormai de­suete, quasi fossero andate in “prescrizione”.

Le ho viste arrivare, una dopo l’altra, come perline di vetro fuoruscite da un mondo sepolto sotto uno strato importante del mio vissuto che, evidentemente, ancora resiste all’onda omologante della globalizzazione.

Si è delineato così un microcosmo fatto di parole, di detti, di proverbi, di modi di dire, di motti, ecc, segnato dalla sintesi feconda e dalla metafora felice, talvolta anche impietosa, tipici della parlata ioppolese ossia di un patrimo­nio culturale e morale genuino che ritroviamo, talvolta cristallizzato, in quanti emigrarono fino agli anni ’60 del secolo trascorso che sono i più autentici depositari della parlata ioppolese. Oggi, per sentire parlare giancascisi bisogna andare a Montreal, a New York, a Seraing, in Venezuela, in Germania, ecc.

2... La questione della lingua, delle lingue si ripropone alla luce della globalizzazione neoliberista che, per sua natura e interessi, tende ad annullare le identità nazionali e locali, per creare un mercato unico mondiale supportato da una lingua unica (l’inglese) che dovrebbe regolare i rapporti fra produttori e  consumatori.

La lingua è la sintesi espressiva della cultura di un po­polo grande o di una piccolissima comunità come quella di Ioppolo Gian­caxio; è anche un riflesso della loro civiltà e moralità che, certo, non vanno mitizzate, ma analizzate con spirito critico per evidenziarne le virtù e anche i punti di contraddizione, di passività, di rassegnazione e, perfino, di gretto maschilismo.

Un esempio: la lingua siciliana parlata presenta un neo che forse riflette una condizione storica e morale dello spirito pubblico isolano: pratica­mente il futuro non vi è contemplato. La qualcosa fa insorgere interrogativi e polemiche tutt’ora irrisolti.[1]

La lingua è, dunque, uno strumento del potere il quale, per affermarsi e dominare, deve combattere, annichilire, sloggiare le altre lingue. Oggi si assiste a  una sorta di guerra fra le lingue nella quale le vincenti marginaliz­zano, annullano le perdenti e diventano veicolo di un colonialismo cultu­rale che intacca, distrugge le identità, le diversità e punta dritto all’omologazione.

Oramai, fra i tanti diritti negati e/o minacciati bisogna metterci anche quelli alla sovranità e all’identità nazionali: i popoli stanno per essere ridotti a una massa indi­stinta di consumatori dipendenti dal “mercato unico” delle multinazionali.

Le lingue, le sane tradizioni popolari, le istituzioni democratiche e sociali, qual è la famiglia naturale, sono i fattori della nuova resistenza contro il neocolonialismo culturale.

 3... Perciò dobbiamo salvaguardare, difendere, con le unghia e con i denti, le nostre buone tradizioni, le storie dei popoli e dei singoli individui cui at­tingere, innovandole, per costruire una nuova socialità, un futuro diverso da quello che ci è stato assegnato e imposto.

Ovviamente, salvando i frutti sani del progresso benefico compiuto dall’umanità nel corso degli ultimi secoli che – sappiamo - ha comportato anche la morte delle lingue più obsolete.

Per essere chiari, nessuno vuol reclamare fallaci eternità, ma rispetto e memoria per quelle lingue antiche da cui si sono originate le moderne. Troppe lingue? Ogni popolo ha diritto alla sua. È preferibile una nuova Babilonia al livellamento, all’omologazione!

D’altra parte, il siciliano, pur con tutte le varianti d’area, perfino municipali, non è un dialetto, ma una vera e propria lingua riconosciuta dall’Unesco come lingua regionale derivata dal latino e arricchita dai contributi ap­portati dalle diverse dominazioni straniere. A partire dai greci, romani, arabi, normanni e spagnoli in particolare.[2]

Pertanto, nei limiti del possibile, bisognerà ridare dignità e memoria a ogni lingua, a ogni parlata come quella di Ioppolo che - per sua buona ventura - rientra nell’area della “parlata girgentana” descritta da Luigi Pirandello nella sua tesi di laurea presso l’università di Bonn. Un’area ristretta che si snoda fra Favara e Porto Empedocle, Realmonte e Siculiana, girando verso est fino ad Aragona e Comitini, passando per Raffadali, S. Elisabetta, Iop­polo e culminando nella città capoluogo. La nostra trascrizione si basa sulla effettiva parlata locale, tralasciando le annose controversie relative alle origini e alle pratiche della lingua siciliana.

Come già scritto, non ho titoli né voglia di entrare in tale vischioso groviglio filologico. A noi - ci metto anche gli amministratori comunali che, lodevolmente, hanno patrocinato la pubblicazione- interessa che di questa nostra parlata restino una traccia, una testimonianza scritta. In attesa di tempi migliori. “Verba volant scripta manent” assicura il latino e “carta scritta leggiri si voli” aggiunge il siciliano. Per cui c’è da sperare che qualcuno leggerà le seguenti note. In forza di tale auspicio ho pensato di dedicare il libro ai bambini di oggi e di domani.

 

Agostino Spataro

Ioppolo Giancaxio, dicembre 2021

 

 

[1] “Nel nostro dialetto il futuro non esiste, già proprio così siamo privi del tempo futuro. Per cui dovendo dire per esempio “Domani andrò al mare” in siciliano diremo Dumani vaiu a mari ovvero domani vado al mare, tutto viene trasformato nel tempo del presente. Se ne crucciava Leonardo Sciascia affermando che era impossibile non essere pessimisti in una terra in cui non esiste futuro riferendosi a questo singolare caso linguistico. È come se per noi siciliani sia impossibile pianificare e fare progetti a lungo termine, ancorati come si è ad un passato immutabile per forza di cose e ad un eterno presente.” Saro Giammanco, “Sicilia d’Oro” in Teletermini del 14/11/2019

[2] “Certo è che il siciliano non deriva dall’italiano, ma da una serie di dialetti usati in Sicilia nella sua millenaria storia. Come l’italiano infatti deriva direttamente dal latino parlato e come ormai assodato rappresenta la prima lingua letteraria italiana nella Sicilia del XIII secolo nell’ambito della Scuola siciliana che presso la corte di Federico II di Svevia ebbe il suo massimo fulgore. L’Unesco riconosce il siciliano come lingua regionale tanto che gli è stato assegnato un codice per classificarlo in un elenco di altri idiomi a rischio scomparsa...” Ibidem

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