Lunedì, 18 novembre 2019 - ore 05.14

Non-vittoria dei rigoristi a Lisbona di Renzo Balmelli

Il Portogallo verso un governo di minoranza, con il rischio di ritorno alle urne

| Scritto da Redazione
Non-vittoria dei rigoristi a Lisbona di Renzo Balmelli

SOGNO. Nell'aprile 1974, col cuore c'eravamo tutti nella "Casa portuguesa" della splendida Amalia Rodrigues, quando l'incruenta Rivoluzione dei garofani mandò per sempre nel ripostiglio della storia la lunga e soffocante dittatura di Salazar. Quei "cravos" – i garofani appunto – che nelle strade di Lisbona una fioraia offrì ai soldati infilandoli nelle canne dei fucili divennero il simbolo della svolta, ma anche delle speranze in un avvenire diverso e migliore. A quarantuno anni da quel glorioso evento, il Portogallo, l'anello più fragile dell'UE dopo la Grecia, risucchiato dalla crisi soffre e si accinge ad affrontare un periodo difficile. Dalle recenti elezioni senza vincitori assoluti è uscita una situazione complicata da gestire, tanto che già aleggia lo spettro di un imminente ritorno alle urne. A sua volta l'astensione da primato è stata un palese segnale di sfiducia lanciato ai rigoristi: i portoghesi sono stufi di tirare la cinghia dopo le misure di austerità che hanno lasciato in ginocchio il Paese e minacciano di fare appassire del tutto il bel sogno del garofano in pugno.

INCIDENTE. Nel caos medio orientale si va profilando un nuovo motivo di preoccupazione ancora più insidioso dei precedenti che non mancherà di coinvolgere anche l'Italia per la sua posizione sul Mediterraneo. Bombardare o no i santuari dell'Isis, modificando radicalmente le regole d'ingaggio, sarà infatti la prima grana internazionale con la quale si dovrà confrontare il governo Renzi. Uno stacco strategico di tale portata significherebbe, infatti, entrare in guerra, proprio nel momento in cui la ragione consiglia di stare alla larga da una zona tanto incontrollabile, quanto pericolosa. Malauguratamente quando si è parte di una coalizione piaccia o non piaccia si hanno doveri ai quali è difficile sottrarsi. Roma dovrebbe caso mai insistere nella direzione che le è più congeniale e fare in modo che il tintinnio delle sciabole non diventi la prosecuzione della diplomazia con altri mezzi. Difatti con l'escalation della tensione tra Washington e Mosca in una regione piena di insidie l'ipotesi di un incidente tra due superpotenze nucleari diventa possibile in ogni momento, con costi a dir poco altissimi.

CIAO. S'ode a destra uno squillo di tromba, ma è un suono stridulo. Da quelle parti non appena il discorso cade sulla Resistenza non sono rari i sintomi di una forma incontenibile di pruriginosa orticaria ideologica. Al punto da scagliare strali intrisi di bile contro "Bella ciao" che ovviamente dà fastidio in quanto fondata su presupposti diversi: un'altra storia, un'altra cultura, un altro stile. Qualcuno si è addirittura spinto oltre l'anelito revisionista per proporre, in margine ai funerali di Piero Ingrao, l'abolizione del popolare canto antifascista intonato durante la cerimonia, in quanto – ipse dixit – "è un ferro vecchio che rompe i c..." . Ohibò! Ma la ragione di tanta animosità è però da ricercare altrove, nel fatto che la popolare canzone, come voce di un popolo che esprime se stesso, è la voce della libertà che solleva troppe domande scomode sul passato che si vorrebbe cancellare dalla memoria.

BEFFA. Al di là degli aspetti tecnici, che gli ingegneri in un modo o nell'altro riusciranno a risolvere, quel "pasticciaccio" del gruppo automobilistico Volkswagen è qualcosa che per dimensioni, ricadute e implicazioni etiche non sarà tanto semplice da riassorbire. Se il trucco planetario delle emissioni taroccate ha scalfito pesantemente la reputazione del marchio, non meno devastante agli occhi dell'opinione pubblica e delle maestranze è, oltre al danno, la beffa della buonuscita di 60 milioni di euro riconosciuta all'ex numero uno di VW. Qui, in effetti, i casi sono due: o l'alto dirigente sapeva e quindi era complice dello scandalo oppure, se invece non sapeva, era l'uomo più sbagliato al posto più sbagliato. Dal che appare in modo evidente che resta ancora molto da fare anche nei luoghi ritenuti al di sopra di ogni sospetto per contenere le degenerazioni del sistema capitalista.

CONFRONTO. Tanto frastuono come dopo il clamoroso coming out di monsignor Charamsa non si era più avvertito nelle felpate stanze vaticane dai tempi in cui l'iconoclasta diplomatico francese Roger Peyrefitte, gay dichiarato e grande narratore mancato, diede alle stampe "Le chiavi di San Pietro" che scandalizzò l'Europa per i suoi espliciti contenuti. Erano i primi anni Cinquanta, quando certe cose anche solo a bisbigliarle potevano costare la scomunica. Occorreva stendere un velo di calcolato oblio sul diabolico volume per scongiurarne il sulfureo influsso. Oggi, con i turbamenti sentimentali del prelato polacco esternati in mondovisione e arrivati come un fulmine a ciel sereno a scompaginare l'ordine del giorno dell'importante Sinodo sulla famiglia, la risonanza mediatica dell'evento ha raggiunto una tale ampiezza da non lasciare alla Chiesa altra scelta se non quella di affrontare a viso aperto un confronto teologicamente drammatico.

COLOSSO. Imperterrito Berlusconi illude i suoi fans dichiarando che non scenderà dal palco fino a quando non sarà riuscito a tornare per vincere ancora. Come finiranno i suoi tentativi di rinascita politica lo sa solo lui, ma intanto, in attesa di reinventarsi un ruolo che non ha più, mette a segno un colpo mediatico con l'imponente operazione che consente alla sua famiglia di controllare più di un terzo del mercato dei libri venduti in Italia. In seguito alla cessione di RCS libri a Mondadori, il gruppo si ritaglia una posizione di quasi monopolio in questo delicato settore tra le giustificate apprensioni degli autori, preoccupati per la nascita di un colosso legato a precisi interessi. In che misura il padre del famigerato editto bulgaro riuscirà a condizionare le scelte e gli orientamenti di questa "concentrazione" è una domanda che non può essere elusa. Ma con i nomi prestigiosi e di alto valore che compongono lo straordinario panorama librario dell'Italia, ingerenze di quel tipo sono destinate a naufragare per cui è assai poco probabile che le case editrici perdano impronta e autonomia nonostante il vento che muta.

 Fonte: L'AVVENIRE DEI LAVORATORI La più antica testata della sinistra italiana, www.avvenirelavoratori.eu

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