Domenica, 05 aprile 2020 - ore 22.54

Otto settembre 1943, tra storia e testimonianze di Giorgino Carnevali

L’otto di settembre dell’anno 1943: l’armistizio, la resa incondizionata. E’ Storia quella, e autentica, quella che viene solitamente scritta su libri, quella che spesso ci raccapriccia, ci indigna, ci ferisce.

| Scritto da Redazione
Otto settembre 1943, tra storia e testimonianze di Giorgino Carnevali Otto settembre 1943, tra storia e testimonianze di Giorgino Carnevali Otto settembre 1943, tra storia e testimonianze di Giorgino Carnevali

Eccomi Direttore, ed allora CIAO!!! E’ un presentarsi ben augurante e confidenziale il ”mio” sai, per di più scritto a tutto tondo. Ma lasciamo almeno per stavolta in disparte i convenevoli, va là!...piuttosto veniamo ai fatti, alle memorie, agli avvenimenti che ancor oggi ci inquietano e ci provocano. L’otto di settembre dell’anno 1943: l’armistizio, la resa incondizionata. E’ Storia quella, e autentica, quella che viene solitamente scritta su libri, quella che spesso ci raccapriccia, ci indigna, ci ferisce. Infine ci “prende”, ci fa riflettere, e tutta la vita. Per cui mi garba, amico mio, per il tramite delle solite personali,  inconfondibili e accurate ricerche certosine, farne memoria, e farne “come si deve”, ecco, appunto! 

I FATTI

Roma, ore 12,00. Il Re riceve l’ambasciatore tedesco Rudolf Rahn al quale riafferma la lealtà italiano sostenendo che il maresciallo Pietro Badoglio è “un vecchio onorato soldato alle cui assicurazioni bisogna prestare fede”. Poi, conclude: “Dica al Fuhrer che l’Italia non capitolerà mai. E’ legata alla Germania per la vita e per la morte”.

Ore 16,30 il generale Eisenhower annuncia che l’Italia ha firmato l’armistizio.

Alle 19,42 Badoglio legge alla radio questo proclama:

“Il governo italiano, riconosciuta l’impossibilità di continuare l’impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in campo delle forze alleate angloamericane. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza”.

La notizia della firma dell’armistizio provoca il caos in tutto il paese. I tedeschi si impadroniscono delle zone chiave della penisola e si assicurano il controllo delle industrie e delle vie di comunicazione. Quella notizia che apriva la speranza alla pace dopo anni di guerra, portò successivamente alla guerra civile, alla lotta di Liberazione dai nazifascisti che durerà ancora per altri 20 lunghi mesi. Con enormi sofferenze da parte della popolazione civile che pagò a caro prezzo l’occupazione tedesca e dei loro alleati repubblichini. Dopo la lettura del proclama nelle grandi città si ebbero reazioni contrastanti da parte dei Prefetti e dei Comandi militati:

Roma, il capo della polizia Carmine Senise invia una circolare ai prefetti ed ai questori invitandoli a prendere contatto con le autorità tedesche per proteggere le installazioni militari germaniche e di evitare disordini.

Milano, il generale Ruggiero accetta la proposta dei partiti antifascisti di armare una Guardia nazionale in funzione antitedesca.

Torino, il generale Adami Rossi rifiuta la proposta dei partiti antifascisti e dei sindacati di distribuire armi alla popolazione per resistere ai tedeschi.

Roma, durante la notte il generale Giacomo Carboni consegna a Longo e Trombadori 3 autocarri carichi di armi.

Cremona, IL POPOLO CREMONESE SI RIBELLA L’8 SETTEMBRE 1943 ALLA OCCUPAZIONE NAZISTA - SOLO IN QUEL GIORNO E NELLA SOLA CITTA’ 14

MILITARI E 15 CIVILI PERDONO LA VITA, UN MIGLIAIO DI GIOVANI CREMONESI NELLE SETTIMANE SUCCESSIVE DICONO “NO” ALLA CARTOLINA “ROSA”, DISERTANO L’ESERCITO DI SALO’, RAGGIUNGONO LE MONTAGNE DI LOMBARDIA, PIEMONTE, EMILIA, LIGURIA, TRENTINO, E DIVENTANO PARTIGIANI, MENTRE ALTRI SONO NELLE FORMAZIONI ESTERE O PRIGIONIERI NEI CAMPI NAZISTI CON UN “NO“ DECISO AD OGNI COLLABORAZIONE. NASCE UNA NUOVA UNITA’ DI LOTTA, LA PRIMA FORMA DI “RESISTENZA”.

LE TESTIMONIANZE.

GRAZIANO ZAPPI, nativo della frazione di Bubano in comune di Mordano, provincia di Bologna, partigiano nella 36.a Brigata Garibaldi e nella 7″ Brigata GAP racconta: “Poi venne l’8 settembre. Anche a Bubano si formò il fascio repubblichino, e qualche tedesco cominciò a passare in motocicletta per rifornirsi di polli, uova e salami nelle case dei contadini. Io avevo 16 anni. Oramai capivo gli sfoghi antifascisti di mio padre e dei suoi amici. Seguivo anch’io in casa le trasmissioni di radio Mosca o di radio Londra e discutevo coi ragazzi della mia età della guerra di Stalingrado « dove i fascisti le avevano prese come si meritavano », della libertà, della giustizia, di un mondo futuro dove « non ci sarebbero più stati sfruttati e sfruttatori e dove tutti avrebbero potuto studiare ». Naturalmente gli anziani non ci prendevano sul serio. Allora noi decidemmo di passare ad « azioni autonome ». Sorse un piccolo gruppo antifascista: c’ero io, studente, un operaio della « Cogne », un garzone di sartoria (Dante Cassani), un giovane di famiglia aristocratica ed il cappellano. Tenevamo le nostre riunioni segrete. L’operaio ed il sarto si dissero comunisti, il giovane nobile si proclamò liberale, io mi definii « socialcomunista », ed il cappellano restò semplicemente un « sacerdote antifascista ». Il cappellano scriveva a macchina volantini antifascisti, il giovane nobile procurava la farina per fare la colla e noi andavamo di sera ad attaccarli ai muri del paese o delle borgate vicine. E tutto ciò, non senza dissensi ed accese discussioni politiche. Il liberale difendeva Badoglio e noi lo attaccavamo assieme al « suo re ». Il cappellano voleva persuaderci dell’esistenza di Dio, e noi non volevamo che menzionasse Cristo nei volantini che dovevamo affiggere.

Ma nell’azione eravamo uniti. La gente leggeva e commentava nelle osterie e durante il lavoro i nostri messaggi di lotta. I « repubblichini » erano in allarme. La « cellula » comunista era sorpresa da quell’attività che si svolgeva all’insaputa di tutti”.

RENATO NALDONI, lui originario degli appennini bolognesi, purosangue emilian-romagnolo, partigiano nella 36.a Brigata Garibaldi, anche lui così lucidamente ricorda e racconta: “La sera dell’8 settembre 1943, insieme a una decina di giovani di Palazzuolo sul Senio, andai a Casoia, e, con la collaborazione di nostri amici del paese, entrai nella sede del municipio e prelevai tutte le armi dei bersaglieri che i fascisti avevano rastrellato. Portammo le armi a Palazzuolo, le nascondemmo in un essicatoio fuori del paese e poi, pochi giorni dopo, le portammo a monte Falterona dove c’era l’8.a brigata Garibaldi. Il giorno dopo i carabinieri ci cercarono, riuscirono a prendere alcuni dei nostri e li mandarono a Firenze, in prigione, dove furono torturati e rilasciati solo dopo due mesi di carcere. Io riuscii a fuggire in tempo e, insieme a due contadini di Piedimonte, andai sul Carzolano armato di una doppietta”.

CONCLUSIONI.

Dopo queste prolungate testimonianze, gioiose e drammatiche insieme, propongo una seria riflessione. Episodi, momenti convulsivi, ricordi vivi di chi ancora può e vuole testimoniare, memorie mai cancellate, appassionanti ma lucide al tempo stesso. Racconti che ancora ci permettono di mantenere inalterata la memoria di quei tragici avvenimenti, di quelle vergognose vicende  attraverso le testimonianze autentiche di chi toccò “con mano” un periodo oscuro della nostra Storia passata. Entrare nella coscienza della Storia, scolpirla nella nostra…di coscienza quella Storia,  affinché il "passato non ritorni". Le voci di quei “giovani eroi” d’allora rimangono impresse nei nostri cuori e spesso provocano ed inquietano ancora i nostri animi. Oggi più che mai è necessario “fare memoria” di quei giorni tremendi del lontano ’43-45, allorquando una intera  generazione ebbe il coraggio di portare il Paese su itinerari diversi, per ricuperare ragioni di speranza. Al finire, amico mio, oltre al ben augurante CIAO di introduzione, permettimi di aggiungere una nota di “forte e prorompente tonalità”: sollecitare a dovere i tanti uomini ancora di buona volontà affinchè abbiano ad inchinarsi riverenti, in preghiera e in riflessioni  sincere, davanti al sacrificio di chi comprese il significato di quelle “ORE DELLA STORIA”, davvero le ”ORE DELLA VERITA’”. Ed assieme a quei tanti uomini di buona volontà sforziamoci di trovare uno ”spazio” alla quotidianità da dedicare alle commemorazioni di MARTEDI 8 SETTEMBRE. Appuntamento al Campo Santo cittadino (ore 10,00), successivamente in cortile Federico II (ore 11,30). Sarà un motivo per “contarci”, un atto dovuto ai quei tanti giovani che pagarono con la loro stessa vita per la tanta sospirata libertà del nostro amato Paese. Non mi rimane perciò che un doveroso  commiato ed un a rivederci presto. Grazie per lo spazio che sempre mi riservi sul tuo bel “giornale on-line”. Ti giunga gradito un sincero ma solenne  W L’ITALIA; non se ne può fare a meno…a prescindere!

Giorgino  Carnevali (Cremona) 

Dato a Cremona presso la frazione Cava dei signori Tigozzi, il 5 settembre, Commemorazione dell’8 settembre 1943, dell’anno 2015, tredicesimo del mio “dedicato” giornalistico.

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