Non una formale ricorrenza istituzionale, ma un visionario laboratorio sonoro: sono il rigore della memoria e la freschezza del futuro gli assi cardinali della serata cameristica che, ieri sera, in Auditorium Giovanni Arvedi del Museo del Violino, ha inaugurato la tournée italiana, in occasione del 160° anniversario delle relazioni diplomatiche tra Italia e Giappone, dei giovani talenti selezionati da Sasakawa Music Foundation.
Il fulcro estetico del concerto risiede nella temporanea restituzione a Cremona di nove storici capolavori di liuteria classica: otto di Antonio Stradivari, dal violino “Alumnus Amati” del 1666, primo strumento conosciuto del Maestro, al “Muntz”, completato a 92 anni, e un celebre Giuseppe Guarneri del Gesù, appartenuto a Eugène Ysaÿe.
“Dopo essere apparsi sui palcoscenici di tutto il mondo - esordisce Yohei Sasakawa, Honorary Chair della Fondazione - stasera questi strumenti tornano a Cremona, per un concerto che rappresenta un autentico “ritorno a casa”. Sasakawa Music Foundation è custode di venti Stradivari, conservati come preziose opere d’arte, ma non solo. Crediamo, infatti, che gli strumenti musicali di altissima qualità rivelino appieno il proprio valore quando consentono ai musicisti di esprimere le proprie massime potenzialità artistiche e quando, allo stesso tempo, arricchiscono le vite di chi, come noi stasera, ha l’opportunità di ascoltarli. Per questo motivo, dopo un’attenta selezione da parte di un comitato di esperti, affidiamo gratuitamente questi strumenti eccezionali a musicisti di talento provenienti da tutto il mondo”.
“È motivo di orgoglio – sottolinea Andrea Virgilio nella duplice veste di sindaco e presidente del Museo - accogliere a Cremona lo Stradivari Gala 2026, una serata che offre alla musica il compito, straordinario e universale, di raccontare ancora una volta il legame tra i nostri due Paesi. La musica è, da sempre, uno dei linguaggi più efficaci del dialogo fra i popoli. Nel rapporto tra Italia e Giappone essa rappresenta un terreno privilegiato di incontro, fondato sulla conoscenza, sul rispetto e sulla reciproca ammirazione. Questa sera, attraverso il suono di strumenti di straordinario valore, questa relazione si traduce in un’esperienza concreta e condivisa. La scelta di Cremona assume, in questo contesto, un significato particolare. La nostra città è la patria dei grandi maestri della liuteria e ancora oggi custodisce e rinnova un saper fare riconosciuto dall’UNESCO come patrimonio culturale immateriale”.
L’apertura del Goldmund Quartet illumina l’Allegro dall’Op. 106 di DvoÅÂÂák con irismo nitido e privo di sentimentalismi, esaltando la densità strutturale della scrittura del compositore boemo. La transizione verso il Novecento si compie con il “Quartetto per quattro violini” di Grażyna Bacewicz, affidato a Benjamin Beilman, Rino Yoshimoto, Timothy Chooi e Reiko Watanabe: privati dei registri gravi, i quattro interpreti restituiscono una tessitura geometrica aerea e perfettamente ordinata.
L’esecuzione del “Rondo alla zingarese” di Brahms richiede un equilibrio quasi paradossale tra rigore formale e abbandono dionisiaco. Roberto Arosio, Timothy Chooi, Chritoph Vandory e Raphael Paratore, pur mantenendo la chiara intelligibilità della scrittura, sanno trasmutare la pagina in una baluginante vertigine. Parimenti, l’ambiguità espressiva dei “Cinque pezzi” di ŠostakoviÄÂÂ vive, grazie ai fratelli Timothy e Nikki Chooi e al pianismo raffinato di Arosio, in un perfetto equilibrio tra malinconia cinematografica e brio ironico, quasi raggelato, che caratterizza, soprattutto, la “Polka” finale.
Nel brillante e teatrale “Le Carnaval de Venise”, di Charles Dancla, i violinisti Watanabe, Yoshimoto, Beilman e Nikki Chooi dialogano con l’arguzia e la complicità consumata di attori della Commedia dell’Arte. I successivi “Duetti” di Bartók sono, invece, miniature essenziali, prive di pianoforte, che diventano il banco di prova ideale per confrontare la qualità timbrica degli strumenti storici. I solisti si alternano a coppie esplorando le spigolosità ritmiche e l'esotismo ipnotico del folklore balcanico. Il trascinante congedo è affidato a "Frolicsome Finale" dalla “Simple Symphony” di Britten, che riunisce gli interpreti sul palco in un trionfo di energia e colori strumentali cangianti.