Mercoledì, 23 ottobre 2019 - ore 13.03

Pianeta Migranti. Dopo i 368 morti di Lampedusa 2013, tutto come prima.

Secondo l’Unhcr e l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni delle Nazioni Unite, (OIM), dal 2014 più di 18.000 persone hanno perso la vita nel Mediterraneo.

| Scritto da Redazione
Pianeta Migranti. Dopo i 368 morti di Lampedusa 2013, tutto come prima. Pianeta Migranti. Dopo i 368 morti di Lampedusa 2013, tutto come prima. Pianeta Migranti. Dopo i 368 morti di Lampedusa 2013, tutto come prima.

Pianeta Migranti. Dopo i 368 morti di Lampedusa 2013, tutto come prima.

Secondo l’Unhcr e l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni delle Nazioni Unite, (OIM), dal 2014 più di 18.000 persone hanno perso la vita nel Mediterraneo.

Più di mille quest’anno. È il sesto anno di fila che questa “triste pietra miliare” è stata raggiunta, hanno dichiarato il 1 ottobre le Nazioni Unite. Non c’è in Europa la volontà politica di salvare i migranti naufraghi.

Un anno dopo il naufragio del 3 ottobre 2013 a Lampedusa, il governo italiano, sull’onda dell’emozione, ha lanciato l’operazione Mare Nostrum per salvare le persone che dalla Libia, attraverso il Canale di Sicilia, arrivavano in territorio italiano e maltese. Ma nel 2014, Mare Nostrum, che aveva salvato 91.000 migranti, recuperato 499 corpi e arrestato 718 scafisti, viene sospesa. L’operazione si arresta perché gli Stati membri d’Europa non accettano di finanziarla. Arrivano anche numerose critiche da parte dei paesi europei, in particolare del Regno Unito che definisce Mare Nostrum un “pull factor”, ossia, un incentivo per i migranti a mettersi sui barconi. Nel vuoto temporaneo di soccorsi nel Mediterraneo, diventano operative le ong.

Nel 2015 Mare Nostrum viene sostituita dall’operazione Triton gestita da Frontex, l’agenzia europea di controllo delle frontiere; ma la priorità di Triton non sono i salvataggi, bensì il pattugliamento delle frontiere esterne dell’Europa e per di più, in uno spazio di mare assai più limitato rispetto a quello di Mare Nostrum. Ciò rappresenta un passo indietro rispetto ai salvataggi e comporta un forte incremento dei costi dell’operazione per i sofisticati sistemi di controllo delle frontiere, occasione di grande business per le imprese specializzate nel settore.

Dopo il fallimento di Triton, nel 2015, l’Unione Europea lancia una nuova operazione militare nel Mediterraneo centrale (fino a marzo 2019) condotta dall’Italia, detta operazione ‘SOPHIA’ allo scopo di contrastare il traffico di esseri umani. La missione svolge compiti di intelligence, addestra anche la Guardia Costiera libica per i salvataggi nella sua area SAR e per riportare i migranti in Libia.

SOPHIA però, viene messa in crisi, oltre che dalla Germania che si ritira dall’operazione, anche dalla destra italiana di Salvini che vuole il blocco dei salvataggi e la chiusura dei porti ai migranti come deterrente alle partenze, ai naufragi e agli scafisti. Per le persone che dalla Libia continuano a mettersi in mare, diminuiscono le possibilità di essere salvate. Diminuisce il numero degli sbarchi ma in proporzione, aumentano i morti in mare e i riportati nei lager in Libia dove subiscono violenze di ogni genere. Se nel 2018 moriva in mare 1 migrante su 29, nel 2019, è morto 1 migrante su 6. La politica dei porti chiusi e del divieto alle ong di salvare vite in mare ha portato a queste conseguenze.

L’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, UNHCR, da anni chiede ripetutamente agli Stati membri dell’Unione Europea di riattivare le operazioni di ricerca e salvataggio e di riconoscere il ruolo cruciale delle navi dei gruppi di aiuto nel salvare vite umane in mare. “La tragedia del Mediterraneo non può continuare”, ha dichiarato ancora in un recente comunicato Charlie Yaxley, portavoce dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, riportato da Reuters.Ma l’Europa continua a restare sorda e cieca.

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