Giovedì, 12 dicembre 2019 - ore 18.03

Riflessioni sulla giustizia | Miriam Ballerini

La parola Giustizia significa: virtù, principio etico per il quale si giudica rettamente e si dà a ciascuno ciò che gli è dovuto.

| Scritto da Redazione
Riflessioni sulla giustizia | Miriam Ballerini

Riflessioni sulla giustizia | Miriam Ballerini

La parola Giustizia significa: virtù, principio etico per il quale si giudica rettamente e si dà a ciascuno ciò che gli è dovuto.

È una componente essenziale del nostro vivere civile, è quanto auspicheremmo qualora dovesse succedere, a noi o ai nostri cari, di trovarci nella condizione di venire giudicati. Perché, non mi stancherò mai di dirlo, tutti noi possiamo sbagliare; tutti noi siamo in grado di fare del male agli altri.

Perché questa premessa? Spesso, in tv, viene data la parola a genitori o parenti della vittima. È ovvio, è umano che coloro che hanno subito un forte lutto per mano di un altro, provino un dolore talmente forte da andare al di là di ogni comprensione.

È pertanto normale che questi esternino la loro rabbia: l'impotenza, il desiderio di una qualsivoglia vendetta.

Meno giustificabile è che si permetta loro di intervenire sulle sentenze o sul sistema di detenzione del colpevole.

Hanno dato, che ne so, venti anni all'imputato? Sono pochi! Come se cento anni di prigione potessero fare qualche differenza.

Dopo tre anni al colpevole vengono consentiti dei permessi premi? O addirittura di uscire a lavorare? Orrore! La vittima non potrà mai più lavorare, respirare, fare; perché loro dovrebbero?

La nostra società è rimasta a uno stato d'incapacità di giudizio e di lungimiranza che, sempre più spesso, salta fuori dai discorsi quotidiani.

Ci si veste, si vive in case, si guida … ma, paradossalmente, il nostro sentire è rimasto quello espresso nei tempi storici più bui. Un sentire, consentitemelo, di pensare “mafioso”: tu mi uccidi un figlio, io uccido il tuo.

La nostra costituzione consente il recupero del prigioniero. Questo significa che la persona viene presa in custodia, le viene sottratta la libertà e, nel periodo di detenzione deciso da un giudice, deve avere la possibilità di comprendere il proprio errore; di redimersi e, auspicabilmente per la società, lavorare affinché, una volta uscita dal carcere, sia una persona migliore di quando c'è entrata.

Vi stupirebbe comprendere che, laddove è in vigore la pena di morte, quando il detenuto viene ucciso, nemmeno allora la famiglia prova sollievo, perché la persona persa rimane tale.

Se la smettessimo di permettere alla nostra parte più atavica e bieca di esprimersi, scopriremmo che, invece, l'aver ridato nuova vita a qualcuno è più appagante che avergli solo fatto del male, dandogli in questo modo, un salvacondotto per il suo comportamento. Perché così facendo gli si dimostra che è giusto fare del male al prossimo.

Molte famiglie che hanno subito gravissimi lutti hanno avuto la forza e l'intelligenza di comprendere e di uscire da questo circolo vizioso. Mi vengono in mente Paolucci, padre di una della giovani vittime di Chiatti, il mostro di Foligno. Papà Castagna, della strage di Erba. La figlia di Aldo Moro, Agnese. Manuel Bortuzzo, finito sulla sedia a rotelle per uno sbaglio di persona; lui stesso ha detto di aver compreso che i suoi feritori sono persone alle quali è mancato qualcosa.

A loro è mancato qualcosa, a noi, invece, non deve mancare il senso di giustizia, che non vuol dire non punire, vuol dire non indulgere nella vendetta.

© Miriam Ballerini

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