Lunedì, 27 settembre 2021 - ore 05.37

Amendola al ''Corriere della sera'': ''sull’Afghanistan la Ue aspetta le scelte di altri. Esercito e politica estera devono diventare comuni''

Amendola al ''Corriere della sera'': ''sull’Afghanistan la Ue aspetta le scelte di altri. Esercito e politica estera devono diventare comuni''

| Scritto da Redazione
Amendola al ''Corriere della sera'': ''sull’Afghanistan la Ue aspetta le scelte di altri. Esercito e politica estera devono diventare comuni''

 "L'Europa non può più stare a guardare aspettando le scelte degli altri. Si pone un tema di autonomia strategica e di visione delle nostre priorità". È quanto dichiara il Sottosegretario agli Affari Europei, Vincenzo Amendola, in un'intervista a Federico Fubini pubblicata sul Corriere della Sera.

Ne riportiamo di seguito la versione intgrale.

“D. Il G7 di martedì ha confermato che l’America di Joe Biden non ascolta nessuno, neanche gli alleati più stretti. Che lezioni deve trarre l’Europa dalla crisi afghana?

R. Gli Stati Uniti avevano deciso di ritirarsi con l’amministrazione precedente e Biden ha confermato quell’accordo. Sono scelte in cui l’Europa è comprimaria, il cui risultato è un ritiro precipitoso, senza condizioni. Ed è la conferma di una tendenza che viene da lontano.

D. Che intende dire?

R. Che siamo tutti felici della ritrovata collaborazione fra Stati Uniti e Unione europea con il presidente Biden, ma lui è almeno il terzo presidente americano di seguito a scegliere i propri impegni geopolitici in base a priorità strettamente nazionali. Non lo fa certo sulla base di ambizioni comuni agli alleati occidentali. Con Biden un’agenda comune esiste, però le sue scelte nascono in America e per l’America.

D. Ci si può ancora fidare degli Stati Uniti come garanti della sicurezza europea?

R. L’Europa non può più stare a guardare aspettando le scelte degli altri. Si pone un tema di autonomia strategica e di visione delle nostre priorità.

D. Quali sono le priorità?

R. Quel che emerge in queste ore è paradossale: noi europei guardiamo alla politica estera solo attraverso il filtro dell’immigrazione. Lo abbiamo fatto rispetto alla Siria, lo facciamo sempre con le crisi africane, lo stiamo facendo riguardo all’Afghanistan. Sembra che un problema geopolitico si imponga alla nostra attenzione solo se implica — o temiamo — l’arrivo di rifugiati ai nostri confini.

D. Quello dei flussi di migranti non è un problema molto concreto?

R. Lo è. Il tema dei rifugiati è sempre sensibile e sono fiero che l’Europa accolga chi fugge dalla guerra o dalle persecuzioni. Ma se vediamo le crisi internazionali solo attraverso questa lente, scordiamoci di diventare dei protagonisti sulla scena internazionale anche lontanamente paragonabili alla Cina o agli Stati Uniti. La nostra è la reazione di chi vuole essere un attore globale, ma non lo è.

D. Mostrare paura non invita i regimi confinanti a ricattarci con i flussi migratori? Lo fa Turchia, lo fa Bielorussia...

R. L’Unione europea non ha una politica estera, questo è il dramma. Nasciamo sui valori della pace e della sicurezza, ma da vent’anni ci siamo chiusi dentro i nostri confini. L’immigrazione diventa il solo elemento che ci fa reagire ai fenomeni globali. Abbiamo assistito all’immenso massacro in Siria, sul nostro mare, senza fare niente. Poi ci siamo allarmati per l’arrivo di una piccola parte dei sette milioni di rifugiati in fuga da quel Paese. Oggi discutiamo del muro alzato dalla Lituania al confine bielorusso o dalla Grecia al confine turco: una visione esclusivamente difensiva, tipica di chi è impotente in politica estera. Siamo afoni, impauriti. Dobbiamo scrollarci di dosso questa paura.

D. Dei fallimenti della politica estera europea di solito si dà la colpa ai veti dell’Ungheria o della Slovenia. È così o è solo un alibi?

R. Prima c’era la contrarietà di Londra, poi per mesi abbiamo accettato di non fare neanche una dichiarazione su Hong Kong perché a Budapest non erano d’accordo. Ma a questo punto gli alibi sono saltati. Ha ragione il commissario Ue Paolo Gentiloni: i Trattati europei offrono già oggi alternative al vincolo dell’unanimità. È possibile fare una politica estera europea senza dover subire i veti da chi non ci sta.

D. Lei cosa propone?

R. Mi pare che l’Italia mostri la reazione giusta, con il lavoro di Mario Draghi alla presidenza del G20. Dobbiamo andare oltre le dichiarazioni vuote: è il momento di aprire gli occhi e cambiare passo, spingendo su una politica estera e di sicurezza comuni con chi ci sta. Un esercito comune europeo non è più rinviabile.

D. Un esercito europeo per esportare la democrazia con le armi?

R. No, ma l’idea di sovranità deve includere anche la protezione dei cittadini. Anche un esercito aiuta a contare fuori dai propri confini, a sostegno di un’azione diplomatica e di sicurezza. L’alternativa è aspettare che i fenomeni globali ci entrino in casa.

D. Non trova che tutti i Paesi europei in Afghanistan siano stati colti alla sprovvista, con migliaia di persone ancora da evacuare?

R. Che ci fosse un accordo lo sapevamo da quando Mike Pompeo, il segretario di Stato di Donald Trump, si era fatto fotografare con il leader talebano Abdul Ghani Baradar. Credo ci sia stato un problema di modalità del ritiro, precipitoso e senza condizioni. D’altra parte in quel quadrante il grosso della nostra sicurezza dipende dalla difesa americana”. (aise) 

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