Lunedì, 17 giugno 2019 - ore 04.32

Cgil La sfida dello sviluppo sostenibile di Riccardo Sanna

La Cgil presenta la sua Piattaforma integrata, costruita in un percorso di condivisione con categorie e strutture territoriali, che si pone l’obiettivo di tenere insieme tutela dell’ambiente, legalità e creazione del lavoro nell’azione contrattuale

| Scritto da Redazione
Cgil La sfida dello sviluppo sostenibile di Riccardo Sanna

Cgil La sfida dello sviluppo sostenibile di Riccardo Sanna

La Cgil presenta la sua Piattaforma integrata, costruita in un percorso di condivisione con categorie e strutture territoriali, che si pone l’obiettivo di tenere insieme tutela dell’ambiente, legalità e creazione del lavoro nell’azione contrattuale

Le sfide ambientali rappresentano per le istituzioni come per le organizzazioni sociali una sfida, non solo ineludibile, ma anche imperdibile. Tra le macro-tendenze che attraversano il volto attuale della globalizzazione e tracciano già i lineamenti del futuro ci sono senz’altro i cambiamenti climatici, che assieme all’innovazione tecnologica, alle grandi migrazioni e al rallentamento demografico, incideranno profondamente nei modelli di vita, nell’economia e inevitabilmente nel lavoro, rischiando di generare ulteriori squilibri macroeconomici, a partire dall’acuirsi delle disuguaglianze e della disoccupazione (qui il testo della piattaforma della Cgil).

Non è solo una questione etica. Proprio le arretratezze e le potenzialità ancora inespresse dall’economia verde possono modellare lo sviluppo globale nella direzione di una nuova sostenibilità, non solo ambientale, ma anche economica e sociale. Le opportunità di crescita, di lavoro, di investimento per le economie industrializzate sono innumerevoli, tanto per quelle avanzate che per quelle di recente sviluppo. Tali possibilità, però, sono direttamente correlate alla capacità di governare il processo – attraverso l'intervento pubblico e le relazioni industriali – per assicurare una “giusta transizione”.

Sebbene gli obiettivi ambientali siano stati contrapposti troppo spesso al lavoro, la Cgil resta convinta che una sintesi non solo sia possibile, ma necessaria per tutelare l’ambiente dove viviamo e la salute di lavoratori e cittadini. D’altra parte, gli impegni internazionali dopo l’Accordo di Parigi 2015 (Cop21) e gli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Onu (SDGs), così come i vari target delle Agende europee dal 2020 al 2050, nei prossimi anni determineranno scelte profonde per il nostro Paese.

A titolo esemplificativo, la nuova strategia europea sull’economia circolare, con cui si stabilisce il riciclo totale degli imballaggi in plastica entro il 2030, il bando delle microplastiche nei cosmetici e misure per ridurre oggetti in plastica mono-uso (come le stoviglie). In sintesi, la Commissione europea dichiara guerra alla plastica con una strategia – una nuova direttiva sulle strutture portuali e uno strumento per monitorare gli avanzamenti nell’economia circolare – con lo scopo di ridurre i 25 milioni di tonnellate l’anno di rifiuti da plastica prodotti in Europa, aumentando il ricorso al riciclo e al riuso, che oggi è solo al 30% del totale.

La green economy in Italia è una realtà consistente, in cui si possono ascrivere il 42% delle imprese, 5 mila solo nella gestione dei rifiuti. Tuttavia, la sola spinta spontanea del mercato non basta a indirizzare investimenti, innovazione e sviluppo verso la creazione di lavoro e la sostenibilità. Per questo la Cgil ha costruito in un percorso di condivisione avviato un anno fa con le proprie categorie e le strutture territoriali una Piattaforma integrata per lo sviluppo sostenibile (che verrà presentata pubblicamente oggi, 27 marzo, assieme a istituzioni, associazioni e scienziati).

L’idea non è di lanciare una nuova vertenza “parallela” alle altre più tradizionali, bensì di integrare la piattaforma nelle altre vertenze, in una prospettiva multilivello, che ponga i temi dell'ambiente, del territorio, del clima negli schemi di conflitto o concertazione quotidiani dell’azione sindacale, dai confronti con governo e istituzioni, ai tavoli per i rinnovi dei ccnl, piuttosto che degli accordi aziendali, nei contratti di filiera, di sito, di distretto e di bacino. Certo, l'epicentro della discussione resta il territorio e l’azione confederale, in cui esercitare una rappresentanza più estesa e una contrattazione territoriale per lo sviluppo, dinnanzi a Regioni e Comuni, all’insegna dei beni comuni e dell'innovazione diffusa. Esattamente nello spirito del Piano del lavoro.

Non solo. La Cgil rilancia una vertenza anche per rafforzare il dialogo sociale – primo fondamento della sostenibilità – e, perciò, il confronto con Cisl e Uil e le alleanze con la società civile (Asvis, Coalizione per il clima, Stati generali per la green economy ecc.) al fine di promuovere a ogni livello la partecipazione democratica delle comunità nella definizione dei bisogni collettivi, delle priorità e degli stessi obiettivi. Abbiamo, allora, individuato tre direttrici “elementari”: aria, acqua e terra, quali terreni sui quali coniugare la nostra azione contrattuale, le esigenze di tutela ambientale e la promozione dello sviluppo sostenibile.

Non occorre ricordare la siccità e, al tempo stesso, l’intensità degli eventi atmosferici del 2017 per evidenziare le debolezze strutturali del sistema idrico italiano. L’Istat, in occasione della Giornata mondiale dell’acqua, registra che a causa della crisi idrica, nei quattro principali bacini idrografici italiani (Po, Adige, Arno e Tevere) le portate medie annue hanno registrato una riduzione media complessiva del 40% rispetto alla media del trentennio 1981-2010; il maggior deficit di precipitazioni nella seconda metà dell’anno con uno stato sempre estremamente secco. Ecco perché occorre intraprendere azioni per migliorare la qualità dell’acqua, ridurre in modo rilevante le perdite delle reti idriche, promuovere un uso razionale dell’acqua, raggiungere uno stato ambientale buono per tutti i corpi idrici, potenziare e adeguare gli acquedotti, le reti, gli impianti di depurazione e fognari.

In questo ambito, la contrattazione dovrà anche promuovere l’utilizzo sicuro delle acque reflue, la realizzazione di piccoli invalsi per la raccolta delle acque e l’interconnessione degli impianti idrici, la messa in sicurezza del territorio dal rischio idrogeologico e il contrasto al fenomeno dell’erosione delle coste, la valorizzazione dell’economia del mare e la mobilità fluviale.

La seconda direttrice contrattuale deve essere volta a migliorare la qualità dell’aria, decarbonizzare tutti i settori dell’economia e per le città sostenibili, a partire dallo sviluppo di energie rinnovabili, efficienza energetica e mobilità sostenibile e con la graduale riduzione delle produzioni industriali altamente emissive e degli inceneritori.

Senza dimenticare il terzo dei nostri terreni di intervento: vogliamo sviluppare la contrattazione per la riqualificazione del territorio, contro l’abbandono delle zone interne e montane, contro il consumo del suolo e l’abusivismo, per la bioedilizia, contro la deforestazione e per la chiusura di tutte le discariche, sviluppando raccolta differenziata, recupero e riuso delle materie. La contrattazione dovrà svilupparsi anche per la tutela della biodiversità, per l’agricoltura e il turismo sostenibile.

Non possiamo dimenticare che l’ambiente urbano rappresenta nello schema economico un grande motore di cambiamento. Le aree urbanizzate, e in particolare i grandi centri urbani, contribuiscono significativamente alle problematiche del cambiamento climatico e del sovrasfruttamento delle risorse, costituendo un punto cardine per la sostenibilità.

Nelle città sono integrati i principali fattori di sostenibilità ambientale: uso del territorio e consumo del suolo, mobilità sostenibile, consumo di acqua ed energia, qualità dell’aria, rifiuti, fattori inquinanti (inquinamento acustico, elettromagnetico, polveri sottili, gas serra). Parliamo dunque di città verdi per identificare quel modello sostenibile che investe la mobilità, la gestione dei rifiuti, i modelli edilizi.

Qui la contrattazione deve promuovere lo sviluppo di una pianificazione urbana che consenta di prevenire i rischi e i danni dei cambiamenti climatici, coniugandosi con la conservazione e il recupero dell’edilizia esistente, attraverso pratiche di rigenerazione urbana tali da risolvere i problemi legati al degrado, con soluzioni in grado di individuare e sviluppare politiche di sostenibilità in cui trovino equilibrio gli interessi sociali, ambientali ed economici.

A corollario, va rafforzato il legame tra ambiente e legalità. In generale, il mancato rispetto delle regole costituisce un freno allo sviluppo economico di un territorio e dell'intero Paese, consolidando un’economia illegale e “parallela” con forti profili di compenetrazione con l’economia legale, il cui peso è consistente e vale oltre il 10% del Pil.

La sfida che abbiamo di fronte è riconquistare quel “controllo sociale del territorio” che le mafie esercitano, unendo le forze e ridisegnando un nuovo patto fra istituzioni e rappresentanze della società civile e del mondo del lavoro, in particolare in due filiere nelle quali è strettamente connesso il legame tra legalità e tutela del territorio: il fenomeno dello smaltimento dei rifiuti industriali e urbani e il ciclo del cemento.

Dal punto di vista finanziario, una nuova regolazione – via leggi o contratti – può determinare, generare, programmare, progettare, attrarre e moltiplicare nuovi investimenti. Sul versante della spesa pubblica, lo sviluppo sostenibile e l’azione per il clima hanno un impatto positivo sulla crescita della produttività e del Pil, eliminano una serie di esternalità negative: spese sanitarie, di bonifica, di ricostruzione ecc. Si stima che in Europa i costi dell’inquinamento atmosferico si attestino fra il 2 e il 6% del Pil comunitario.

La crisi globale, peraltro, ha portato alla luce molte evidenze empiriche, raccolte anche dalle principali istituzioni internazionali (Fmi, Ocse, Bce), sugli effetti recessivi dell’austerità e, alla stessa stregua, sulla capacità degli investimenti pubblici di creare nuova domanda e nuovi lavori, soprattutto in settori ad alta intensità tecnologica e di conoscenza, per i quali ogni euro investito ne porterebbe tre. Di recente, poi, sono state elaborate numerose statistiche su green economy e green jobs, evidenziandone potenzialità strategiche e portata competitiva. Secondo i dati Eurostat, l’economia verde è cresciuta negli ultimi anni: nell’Unione europea i green jobs sono aumentati in 15 anni del 49% rispetto all’occupazione nell’economia tradizionale, che è aumentata solo del 6%. La sola bioeconomia, ovvero l’economia basata sull'utilizzo di risorse rinnovabili, in Europa vale più di 2 mila miliardi di euro e dà impiego a 22 milioni di persone.

Riccardo Sanna è capo area Politiche di sviluppo della Cgil nazionale

Fonte : rassegna sindacale

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