Sabato, 16 ottobre 2021 - ore 00.56

Congresso PD La mia scelta per Andrea Orlando di Vittore Soldo

Alla luce di quanto successo negli scorsi mesi e dell’imminente passaggio congressuale che attraverserà il Partito Democratico, mi sento di esprimere, nelle righe che seguono, quella che sarà la mia scelta di campo in merito al prossimo segretario del PD.

| Scritto da Redazione
Congresso PD La mia scelta per Andrea Orlando di Vittore Soldo

Premetto di essermi sentito in sintonia con l’azione del Governo guidato dal segretario del mio partito. Dalla legge sui reati ambientali, sino alle unioni civili passando per la legge sul “dopo di noi”, credo che il riformismo di cui questo paese ha estremo bisogno, sia stato ben interpretato. Ma questo non è ancora sufficiente. Non basta.

Ho sostenuto apertamente la riforma costituzionale cercando di diffonderne le importanti e benefiche conseguenze sul nostro sistema ma è proprio durante la campagna a sostegno della riforma che ho avvertito l’aprirsi di una profonda spaccatura tra le istituzioni ed il paese, e quindi tra un partito, il mio, ed una buona parte del suo popolo: è responsabilità soprattutto nostra se una riforma così importante non sia stata capita. Ci sarebbe dovuto essere un passaggio condiviso per assumersi la responsabilità delle conseguenze, il ritorno al proporzionale e la crisi che si è innescata.

Penso quindi che la riforma costituzionale abbia rappresentato un momento molto importante per la democrazia italiana ma che sia mancato il percorso perché questo cambiamento venisse capito sino in fondo ed il percorso doveva essere tracciato dalla classe dirigente di chi aveva proposto la riforma stessa, soprattutto in un momento in cui la percezione diffusa è che il Paese stenti a rialzarsi: serviva molta più cautela e preparazione che non ci sono stati.

Siamo partiti per rottamare i privilegi e la gerontocrazia ed una delle poche cose che abbiamo rischiato di rottamare è stato il Partito Democratico, uno dei pochi strumenti grazie ai quali poter riuscire a costruire un pensiero condiviso e un’intelligenza collettiva e pienamente riformista.

E’ il caso quindi di iniziare a considerare che la rottamazione non è stato un principio sufficiente per innescare quel “cambiamento” di cui la nostra società ha ancora bisogno: il riformismo italiano di cui abbiamo un bisogno atavico per uscire dalle secche della crisi, deve essere sostenuto da una base sociale più larga e deve necessariamente coinvolgere e influenzare anche altre culture e compagini politiche e tutti i corpi intermedi.

Abbiamo bisogno di un riformismo inclusivo e largo e non esclusivo, elitario: questo lo fa la destra.

Di certo, stando al governo, non abbiamo ancora rottamato le rendite di posizione e i baronati: è utile quindi fermarsi e riflettere su quanto successo e cosa ci aspetta.

Io credo che la richiesta che con più forza è stata posta alla Politica e alla quale non è stata data una risposta compiuta, sia stata la richiesta di equità. Questo si sarebbe dovuto tradurre nella ricerca di un modo per ridistribuire la ricchezza facendo però in modo che la ricchezza, se costruita con sacrificio e talento, non dovesse più essere considerata un disvalore.

Sarebbe servito quindi uno strumento per ridurre il senso di precarietà diffusa che caratterizza tutte le generazioni e soprattutto quelle di coloro che si affacciano al mondo del lavoro e che non vedono un futuro.

Credo quindi che sarebbe dovuto essere il Lavoro, l’elemento grazie al quale ridurre il senso di precarietà. Purtroppo non è stato così: nemmeno qui siamo stati in grado di spiegare bene la nostra riforma e non abbiamo nemmeno concluso il processo di cambiamento messo in atto.

Credo quindi che serva ritrovare quei luoghi e quei momenti che ci avrebbero permesso di elaborare proposte più compiutamente condivise e largamente sostenute perché costruite dal basso. Credo quindi serva, soprattutto per il Partito Democratico, riprendere ad elaborare, tutti insieme, un modello di società e un nuovo modello di Paese: grazie ad una profonda elaborazione sull’articolazione di come dovrà essere il mondo del lavoro di domani potremo ricostruire un pensiero sul tipo di famiglia e quindi sul tipo di società che immaginiamo di voler lasciare alle prossime generazioni.

Per questo serve ancora un partito che contribuisca a coinvolgere i propri militanti e che faccia crescere una classe dirigente diffusa e rigorosa: un solo uomo forte al comando non può sopravvivere a sé stesso, ormai l’abbiamo capito. Inoltre il partito inteso come comitato elettorale non basta ancora a risolvere le complessità di un contesto come il nostro.

Serve quindi un segretario che non sottovaluti la complessità in cui siamo immersi e la sappia governare. Serve una nuova classe dirigente che sappia guardare sotto il pelo dell’acqua e non si spaventi delle sue profondità.

Solo un partito grande, forte perché plurale che valorizza le diversità interne e ancora radicato sul territorio può tenere testa ai grandi cambiamenti a cui siamo sottoposti e candidarsi a governarne gli effetti e ad anticiparne le conseguenze.

Solo un partito che "tiene insieme" le varie declinazioni del riformismo democratico, dell'ambientalismo responsabile, della socialdemocrazia, della tradizione liberal democratica e della tradizione dei cristiano sociali, può contribuire a risolvere la crisi di pensiero, politica e culturale che stiamo affrontando.

Solo un segretario che sappia tenere insieme questa articolazione può contribuire efficacemente a tenere insieme un paese.

Non possiamo ancora permetterci di derubricare l'interlocuzione con i corpi sociali e le rappresentanze dei mondi economici e produttivi: la disintermediazione non può essere ancora applicata “tout court”, dal mercato dell'editoria a quello della musica, tanto meno alla politica.

Nonostante si stia attraversando una grande crisi dei corpi intermedi per come li abbiamo sempre conosciuti non siamo ancora in grado di derubricarli affidandoci ciecamente alla disintermediazione.

Serve inoltre il rilancio di un europeismo che sappia superare e andare oltre alla sola unione monetaria.

Mi trovo profondamente d’accordo con Maurizio Martina quando dice che il centrosinistra “tiene”, solo se il PD “regge”. Non concordo però con la declinazione che ha dato Maurizio, con la soluzione che propone.

Non possiamo più far finta di essere in un contesto “maggioritario”: siamo ricaduti in un sistema iper-proporzionale ed in un contesto simile io credo che Renzi possa continuare ad essere un buon candidato Premier ma non il segretario del Partito che più di tutti, a sinistra, ha la responsabilità e l’onere di tenere insieme la sua base sociale e i partiti che la rappresentano.

Scelgo quindi di seguire l’idea di comunità e di partito che si sostanzia nella candidatura di Andrea Orlando, dove lo schema delle alleanze di governo è chiaro e lineare e si allarga alle forze di centrosinistra esistenti. Anche a quelle forze nate per gemmazione dal PD in quello che è stato un processo di lacerazione che non è stato governato.

Chiedo quindi a tutti coloro che hanno sostenuto la “mozione Civati” nello scorso congresso, ai corpi sociali e anche a chi ha deciso di fermarsi un giro perché non si riconosce nel PD di oggi, di tornare in campo per sostenere l’idea di un centrosinistra largo e aperto, l’idea di Andrea Orlando.

Vittore Soldo Segretaria Regionale del Partito Democratico Lombardo

Delega alle Politiche del Lavoro, alla Sostenibilità e ai Beni Comuni

 

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