Martedì, 19 ottobre 2021 - ore 07.51

Germania, le prime elezioni senza Angela Merkel

Germania, le prime elezioni senza Angela Merkel

| Scritto da Redazione
Germania, le prime elezioni senza Angela Merkel

L’unica certezza è che nessuno vincerà con un margine ampio, almeno non così largo da poter imporre al volo il nome del prossimo cancelliere. La Germania dovrà di nuovo, obbligatoriamente, passare attraverso la strettoia delle coalizioni, più o meno fantasiose, più o meno stabili, per disegnare il proprio futuro. Esattamente come ha fatto per sedici anni di fila Angela Merkel (come Helmut Kohl, più di Konrad Adenauer), con i suoi contratti di “große Koalition”, magari dolorosi (non c’è accordo che non comporti qualche concessione) e non privi di momenti di crisi, ma che in cambio hanno garantito alla Germania (e in più occasioni all’Europa) una fondamentale solidità. Ora però la Merkel lascia la scena politica (e c’è già chi sogna per lei un futuro da presidente dell’Ue). Lei che come pochi altri ha saputo incarnare il ruolo del “leader liquido”: pragmatica, certo, e ostinata, ma anche capace di farsi acqua, all’occorrenza, per evitare di andare a sbattere sugli scogli. Maestra del compromesso, del tono pacato, del dietro le quinte. Una decina d’anni fa, intervenendo in un talk show, si definì così: «A volte sono liberale, a volte sono conservatore, a volte sono cristiano-sociale». Una “fluidità” politica che per sedici anni ha tolto fiato e spazio ai suoi avversari. Il passo indietro di “Mutti” è la fine di un’era. E, come sempre accade quando un leader di questo calibro si fa da parte, l’incognita maggiore è proprio nel nome del futuro leader, nel peso politico che riuscirà a conquistarsi, nella sua capacità di tenuta e di visione.

Domenica 26 settembre il voto federale, dalle 8 alle 18, nei 299 distretti elettorali. Che dovrà stabilire a chi spetterà dettare l’agenda, quale partito sarà avanti almeno di quell’incollatura che gli consentirà di guidare le trattative. Sulle schede troveranno spazio 47 partiti, ma soltanto 6 sembrano in grado di superare la soglia di sbarramento del 5% per l’accesso al Bundestag, il Parlamento federale tedesco. I sondaggi, al momento, danno una griglia abbastanza netta: in testa c’è la Spd (centrosinistra, che torna protagonista dopo un decennio trascorso nelle retrovie, quasi in letargo) con il 25%, seguita dalla Cdu (il partito di Angela Merkel, centrodestra, assieme al “gemello” bavarese, la Csu) al 22% e dai Verdi, che con il loro 16% sono divenuti ormai ben più che un ago della bilancia, ma il terzo “piatto” con cui fare i conti, indispensabile sostegno del futuro esecutivo, comunque vada a finire alle urne. A seguire il Partito Liberale FDP e l’estrema destra populista di Alternative für Deutschland (AfD), entrambi accreditati di un risultato attorno all’11%. A chiudere Die Linke, sinistra, con il 6%.

Il crollo di Laschet, l’ascesa di Scholz

Sondaggi alla mano, è obbligatorio partire da Olaf Scholz, leader del Partito Socialdemocratico (Spd), a oggi il candidato cancelliere che appare più credibile, anche grazie al suo ruolo di ministro delle Finanze uscente e vicepremier nell’ultimo governo Merkel (che resterà in carica fin quando la complessa partita della successione non sarà ultimata). Eppure soltanto pochi mesi fa la situazione era completamente opposta, con i socialdemocratici a galleggiare attorno al 15% e la Cdu ferma al 30%. Poi però è cambiato il vento, complice anche la fragilità (per alcuni l’inadeguatezza) del candidato dei Cristiano-Democratici, Armin Laschet, che proprio non riesce a scaldare il cuore degli elettori. E che, tra imperdonabili gaffe e balbettii, vede sempre più allontanarsi l’obiettivo di succedere alla Merkel. Olaf Scholz ha puntato tutto sulla solidità e sull’affidabilità, più centrista che di sinistra, proprio per drenare consensi dal bacino dei delusi della Cdu (soprattutto donne e anziani, secondo le rilevazioni più recenti) e per convincere anche i più scettici che soltanto lui, e non certo Laschet, è in grado di garantire una sorta di “continuità” con il governo Merkel, anche se sotto diverse insegne. Le parole d’ordine del programma dell’Spd sono clima, lavoro e maggiore giustizia sociale. Scholz si sta muovendo con equilibrio e con fluidità. Il “delfino di Mutti” potrebbe essere lui.

Una strategia che sta pagando, in termini di consensi. Ma che potrebbe essere minata dagli ultimi sviluppi di cronaca: lunedì scorso Scholz è stato interrogato dalla commissione finanze del Bundestag nell’ambito di un’indagine su un caso sospetto di riciclaggio di denaro. In realtà il sospetto ricade su alcuni dipendenti della “Financial Intelligence Unit” (FIU) tedesca che non avrebbero avvisato tempestivamente segnalazioni di attività sospette riscontrate da alcune banche, che a loro volta sospettavano movimenti finalizzati al terrorismo e al traffico di droga. La FIU è soggetta alla supervisione del Ministero federale delle finanze: quindi responsabilità del ministro, Olaf Scholz. Ne era al corrente? Un’accusa abbastanza aleatoria, ma sufficiente a scatenare i suoi competitor, a partire da Armin Laschet, che si è lanciato in aspre critiche per screditare l’operato di Scholz da ministro, e accusandolo di “fallimento nella lotta al riciclaggio”. Il capo dell’Spd, Norbert Walter-Borjans, ne ha immediatamente preso le difese: «E’ scandaloso come la Cdu e il signor Laschet abbiano tentato di enfatizzare l’indagine», lasciando intendere che possa trattarsi in realtà di un complotto (il pubblico ministero è un esponente della Cdu). Mentre aumentano i timori di “interferenze esterne” sulle elezioni. Il portavoce del ministero degli Affari Esteri ha denunciato che “gli account di alcuni di membri del nostro parlamento sono stati presi di mira da hacker, probabilmente russi”. Probabilmente al servizio del “GRU”, l’agenzia di intelligence militare di Mosca. «Il governo tedesco – ha puntualizzato – lavorerà anche con i nostri partner per una risposta europea comune».

Si accenderà il “semaforo”?

Comunque sia, a poche ore dal voto, Olaf Scholz resta il favorito alla carica di cancelliere, anche se con un margine (tre punti) che nelle ultime ore si sta riducendo, nonostante abbia vinto in scioltezza gli ultimi dibattiti televisivi. Ma con il sostegno di chi? A capo di quale coalizione? Di certo non si riproporrà il ticket Spd-Cdu di merkeliana memoria: entrambi i partiti hanno chiaramente dichiarato che tra loro non c’è più spazio per accordi (quanto accaduto con l’indagine sulla Financial Intelligence Unit ne è una riprova) e che le alleanze saranno tra schieramenti più “affini”. Una sintonia che c’è senz’altro con i Verdi di Annalena Baerbock, una leader giovane che avrebbe potuto anche ambire a qualcosa più del ruolo del “terzo comodo” (senza i Verdi sarà difficile formare un qualsiasi esecutivo) se non fosse inciampata in un paio di pubbliche accuse (di plagio, per aver copiato alcuni brani del suo libro, e per aver “gonfiato” il suo curriculum) che ne hanno rallentato la corsa. Ma i Verdi hanno dalla loro parte i temi: il clima, la difesa dell’ambiente, la transizione ecologica, la de-carbonizzazione, tutti argomenti che saranno centrali nelle agende dei governi, non soltanto in Germania, nei prossimi decenni. Scholz, nel suo programma, ha proposto un aumento del salario minimo e nuove tasse per la fascia della popolazione a più alto reddito, denaro che andrebbe a finanziare progetti di transizione ambientale. Miele per i Verdi, e anche per la sinistra Die Linke.  Il governo uscente ha già impegnato la Germania a diventare neutrale rispetto ai gas serra entro il 2045: Verdi e Sinistra vogliono però raggiungere lo stesso obiettivo prima, eliminando le centrali a carbone entro il 2030, otto anni prima di quanto attualmente previsto. Die Linke vorrebbe inoltre vietare i voli a corto raggio inferiori a 500 chilometri e spostare su rotaia gran parte dell’attuale traffico aereo tedesco. E se l’alleanza “rosso-rosso-verde (Spd-Die Linke-Verdi) non fosse numericamente sufficiente, ecco spuntare la “stampella” dei liberali, che darebbe vita alla coalizione “semaforo” (all’Fpd è associato il colore giallo), anche se tra centrosinistra e liberali ci sono profonde distanze su alcuni temi chiave, a partire dalle tasse. Per dire delle differenze di vedute sull’argomento: i liberali puntano a raggiungere la neutralità climatica entro il 2050, mentre l’estrema destra rifiuta addirittura le evidenze scientifiche sui cambiamenti climatici causati dall’uomo, e coerentemente non ha presentato una politica climatica (ma chiede il ritiro dall’accordo di Parigi sulla protezione del clima).

Qualora invece la Cdu dovesse riuscire a sopravanzare la Spd (una rimonta che appare oggi ardua, ma non impossibile) potrebbe prender vita la coalizione “Giamaica”, formata dalla Cdu (che in Germania identificano con il colore nero), dai Verdi e dal giallo dei Liberali. Anche se la verde Baerbock ha già pubblicamente dichiarato: «Penso che per l’Unione Cristiano-Democratica sia tempo di andare all’opposizione». E c’è già chi presenta l’eventualità come “un massacro” che potrebbe aprire la strada, all’interno della Cdu, a una feroce resa dei conti. Con il futuro di Armin Laschet che, se domenica non accadrà un miracolo, appare sempre più in bilico, sempre più buio.

(Andrea Gaiardoni, Il Bo Live/UniPD cc by nc nd)

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