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Gran Bretagna Il nuovo Labour che guarda a sinistra

| Scritto da Redazione
Gran Bretagna Il nuovo Labour che guarda a sinistra

Si chiama Blue Labour, il progetto di rinnovamento che si rifà al nocciolo dei valori originari: lavoro e tradizione coniugata con l'innovazione. L'ideologo Glasman: "Non bollatela come un'operazione nostalgia" DI DANIELA BINELLO
di Daniela Binello
 
Com’era bella la mia fabbrica. Dai finestrini del vagone affollato di pendolari, la skyline di ciminiere annunciava che eravamo arrivati in città e dovevamo camminare di filato per non fare tardi al primo turno. La fabbrica era la soluzione, o almeno una prospettiva su cui lavorare per costruire, pezzo su pezzo, il nostro futuro. Erano i bei tempi andati di quando, lottando come leoni, perché il sapere operaio non era ancora stato ammutolito, dal cuore della fabbrica si costruiva tutt’attorno la società. Tutto questo, naturalmente, avveniva prima che il lavoro diventasse flessibile.

Parlare oggi di Blue Labour, ovvero del progetto di rinnovamento del Labour, teorizzato nel 2009 dal politologo Maurice Glasman, ma divenuto un vero pensatoio solo dopo che alla guida del partito è salito Ed Miliband, fa venire voglia di riesumare lo stereotipo del passato delle grandi industrie manifatturiere. Alla Terza Via di Anthony Giddens degli anni '90 del secolo scorso non ha portato bene la seconda Guerra del Golfo. O, forse, quella filosofia, che si era presa una cotta per il mercato, anche senza le bugie della guerra e i dossier taroccati per Blair, faceva acqua da molte parti e sarebbe fallita comunque. Fatto sta che è meglio non parlare di Quarta Via per il Blue Labour. Non si sa mai.

È per tornare sulla buona strada che nasce il Blue Labour, l’argomento del giorno che sta mettendo a confronto i punti di vista dei laburisti, sul Guardian e alla Bbc, alla Fabian Society e nei corridoi paludati di Westminster. Che cos’è questa tendenza a colorare il nome del partito laburista? Innanzitutto, occorre osservare che anche i nuovi conservatori di Cameron hanno utilizzato una tavolozza per lanciare la loro proposta di Big Society, peraltro molto suggestiva, che si è aggiudicata il rosso con il progetto Red Tory. A Lord Glasman e ai suoi "compagni di viaggio", fra cui spiccano Jon Cruddas e James Purnell, deve perciò essere sembrato più consono il blu (analogamente ai democratici americani).

Però, a un’analisi più attenta, e scendendo nelle pieghe della lingua inglese, appare chiaro che "blue" è il marchio della nostalgia per qualcosa che appartiene al passato, a quell’età gloriosa del Labour, dall’epoca della sua fondazione, nel 1900, fino al 1945. E di cosa avere nostalgia, se non del fatto di tornare a vincere le elezioni, nel 2015, con il forte sostegno della base dei lavoratori e della middle class? Non è affatto d’accordo però Glasman quando la chiamata alle armi proposta dal Blue Labour viene definita operazione nostalgia: "Il blue non dev’essere inteso come una politica di ristrettezza mentale, né di nostalgia – spiega in un’intervista a The Observer il cattedratico della London Metropolitan University –. È invece una politica di rinnovamento del Labour che si rifà ai valori originari del suo paradosso: la tradizione e l’innovazione al tempo stesso. È sempre stata propria del Labour la peculiarità quella di far convivere una politica radicale e una politica conservatrice con la "c" minuscola, ma fortemente innovativa e tradizionalista".

Fino a quando il New Labour (come rinnovato nel 1994) era riuscito a portare a buon segno molti obiettivi, utilizzando le maggiori imposte sul reddito per reimpiegarle nella scuola, nella sanità, nei servizi sociali e per le pensioni, la middle class britannica lo aveva appoggiato. Ma con la recessione, che ha provocato una contrazione salariale a fronte di un numero crescente di nuovi migranti che, accettando retribuzioni a basso costo, si sono dedicati a lavori manuali e persino al doppio lavoro, gli elettori del Labour hanno fatto sentire tutto il loro risentimento, facendo venire a mancare, nel Regno Unito, come nel resto dell’Europa, il loro appoggio ai partiti riformisti. Il Blue Labour, invece, è nettamente favorevole a tornare a reindustrializzare il Regno Unito, rafforzando i sindacati e riportando l’interesse del paese sul lavoro e i lavoratori.


Ma c’è un ma. Dal 2008 il Blue Labour raccoglie un malumore crescente anche nei confronti degli immigrati, e sostiene quindi l’esigenza di applicare regole molto più severe sul controllo dell’immigrazione. "E non si tratta di una reazione in difesa della working class bianca", precisa Glasman. Per ricostruire comunità forti, commentano al Labour, bisogna rinvigorire il patriottismo, anche quello latente nelle persone che l’hanno perso, e ciò comporta la necessità di spingere al massimo sulla leva dell’orgoglio di essere cittadini sul proprio suolo natio, ma anche orgogliosi della prospettiva di diventarlo, se si è stranieri. È perciò qualcosa di molto somigliante al tradizionale nazionalismo in salsa british: fede, patria e solidarietà.

Alla prima obiezione, naturale ma banale di questi tempi, e cioè se il Blue Labour sia una specie di rinnovamento del partito di destra o di sinistra, il suo guru replica: "Vogliamo risvegliare la solidarietà e l’associazionismo democratico – risponde Glasman –, tenendo a bada gli eccessi del capitalismo, e combinando patriottismo, internazionalismo, sicurezza e armonia sociale". La differenza con la Big Society di Cameron consiste nel fatto che i nuovi conservatori demonizzano lo Stato, mentre Glasman punta l’indice contro il capitalismo e il suo earthquake (terremoto), come l’aveva definito Gordon Brown, che però non ha trovato la forza per riuscire a ricreare l’alchimia nel partito. Resta il fatto, però, che il "blue" riconduce mentalmente al passato – nonostante Glasman lo neghi –, e fa fare un salto in moviola per recuperare gli ideali perduti per strada, come la centralità del lavoro.

Senza disturbare troppo Marx ("il sistema capitalistico è caratterizzato dai rapporti di produzione"), sarebbe difficile negare, però, che è il lavoro, o la sua assenza, che continua a costituire il discrimine per la collocazione sociale di donne e uomini, che pesa terribilmente sulla vita degli individui, che unisce o separa le comunità e, in certi casi, anche lo sviluppo delle loro civiltà. La reindustrializzazione del Regno Unito, proposta dal banco di prova del Blue Labour per tornare a fare comunità, si rifà all’idea della fabbrica come luogo etico-sociale e di confronto politico-sindacale, rintracciando molti punti di ispirazione nel modello renano, dove il local va fortissimo, senza per questo trascurare di curare gli interessi globali comuni a tutti.

"Se il Labour si è opposto alla privatizzazione delle foreste – aggiunge Glasman – è perché abbiamo maturato la convinzione che non si possa mercificare tutto, perché le foreste sono un bene di tutta la comunità e non possono rappresentare un’opportunità solo per l’industria del legno. Il Blue Labour vuole opporre una resistenza democratica al dominio del capitale sulle cose e sugli esseri viventi, e vuole cambiare le regole dei mercati finanziari a favore della solidarietà mutualistica".

È in questi raffronti che si denota il contrasto fra gli orientamenti del New Labour e quelli del Blue Labour. Intanto, il leader laburista, Ed Miliband, recentemente convolato alle nozze di rito civile con Justine Thornton, da cui ha avuto due figli, prima di partire per una breve luna di miele, ha scritto la prefazione dell’e-book del Blue Labour (l’e-book si può scaricare in formato pdf da www.soundings.org.uk), elogiando pubblicamente il suo amico Lord Glasman in un discorso alla Fabian Society. E per concretizzare l’idea di riportare il Labour tra la gente, semaforo verde per le policy suggestions, la consultazione online è aperta a tutti, tesserati e non, fino al 24 giugno 2011

fonte: http://www.rassegna.it/articoli/2011/06/15/75261/il-nuovo-labour-che-guarda-a-sinistra

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