Lunedì, 18 novembre 2019 - ore 07.47

Gussola Concorso Eridanos ad Agostino Melega assegnato il premio ‘Giancarla Assandri’

La giuria ha inoltre assegnato il premio “ Giancarla Assandri” ad Agostino Melega, in considerazione della sua preziosa opera di salvaguardia della cultura e del dialetto cremonese; nell’occasione Melega ha dialogato con Gaimpietro Tenca, poeta e cultore del dialetto locale.

| Scritto da Redazione
Gussola Concorso Eridanos  ad Agostino Melega assegnato il premio  ‘Giancarla Assandri’

Gussola Concorso Eridanos  ad Agostino Melega assegnato il premio  ‘Giancarla Assandri’

La giuria ha inoltre assegnato il premio “ Giancarla Assandri” ad Agostino Melega, in considerazione della sua preziosa opera di salvaguardia della cultura e del dialetto cremonese; nell’occasione Melega ha dialogato con Gaimpietro Tenca, poeta e cultore del dialetto locale.

L’intervento  di Agostino Melega al Concorso Eridanos-Arci di Gussola, di sabato 15 settembre, sul significato profondo che ha la salvaguardia e la valorizzazione del dialetto, o meglio di tutte le lingue native. Nel ringraziare la Commissione Giudicatrice del Concorso “Eridanos”, per il premio onorifico dedicato Giancarla Assandri che mi è stato conferito, un pensiero immediato mi porta a rendere omaggio ad una strofa del poeta siciliano Ignazio Buttitta; strofa concepita al pari di un inno di sollecitazione e di richiamo verso tutti coloro che intendono promuovere e realizzare manifestazioni di valorizzazione, dignità e rispetto verso tutte le cosiddette lingue native:

LINGUA E DIALETTU

(…)

Un populu

diventa poviru e servu,

quannu ci arrubano a lingua

adduttata di patri:

è persu pi sempri.

(…)

LINGUA E DIALETTO. Un popolo/ diventa povero e servo,/ quando gli rubano la lingua/ ereditata dai padri:/ è perduto per sempre. 

LÌINGUA E DIALÈT. En pòpol el divèenta puarèt in càna e servitùur,/ quàant i ghe ròba la lìingua/ reditàada  da i pàader:/ per sèemper ‘l è pèers  (e a guadagnàaghe ne gh’è vèers ).

   Questo segnale accorato è ormai entrato a far parte del bagaglio culturale di quanti si sono posti il ruolo e si sono dati l’impegno di proporsi come bandiere identitarie del mosaico linguistico che ricopre, con le sue infinite tessere, l’intero mondo.

   Dice il detto che lo stesso mondo è bello perché è vario. Ed è proprio così che stanno le cose.

   Il mondo è bello per la sua differenziata natura, per i suoi boschi e le sue foreste, per la varietà di tanti alberi e di tanti fiori, per le infinite erbe dei dossi, crinali e capezzagne, per le  molteplici sue specie di animali selvatici e domestici, per le migliaia di varietà ittiche nei mari, nei laghi, nei fiumi. Senza parlare poi degli uccelli, dalle grandi o minuscole ali, di queste creature mediatrici  fra terra e cielo.

  Pensare di voler dare, come per magia o per assurdità, uno stesso colore, una stessa forma, una stessa impronta, uno stesso nome a tutto il meraviglioso impianto del Creato, sarebbe come volerne ridurre, schiacciare e spegnere l’intera sua anima.  Sarebbe come voler espellere il quadro polimorfico che ne regge le fila e portarlo ad un’unica generica dimensione. Ma la verità è che quest’anima, questo quadro  non possono che essere concepiti e coniugati al plurale, nel rispetto delle tante modalità di vita che ne reggono da sempre il percorso dell’esistenza.  

  Da una mancanza di differenze formali e cromatiche, anziché lo splendore dei colori dell’iride, avremmo un insieme che rimanderebbe inevitabilmente al grigio, allo sfumato, per non dire al nero funerario dell’indifferenziato.

   Se è così il discorso per la natura, per gli animali e per il mondo, altrettanto lo è per le lingue e i dialetti. Sarebbe come voler trasformare gli stili architettonici che sono stati creati lungo i millenni, in un unico ed uniforme panorama edile standardizzato, diafano ed amorfo.  

   Com’è pensabile il solo tentativo di voler sradicare le radici storiche, culturali, religiose, linguistiche di un popolo? Com’è pensabile guardare indifferenti lo spegnimento di una fiammella che strettamente è tenuta in vita dalla proiezione attuale di una catena interminabile di gente che è venuta molto prima di noi, e che fra le tante altre cose ci ha donato pure il suo patrimonio linguistico, il suo idioma di casa, di famiglia, di lavoro, di gioco, d’amore.

   Anche i poeti del dialetto delle nostre terre sono ben persuasi del compito che spetta al loro fondamentale ruolo di cantori della vita.  Ossia il ruolo di lanciare e tracciare, attraverso le loro pagine scritte, dei segnali precisi per una presa di coscienza collettiva del pericolo che un grande patrimonio non materiale, quello del linguaggio delle origini, possa estinguersi, lasciando gettare, in questi tempi di globalizzazione coatta, nel cestino dell’oblio tutto il fascino e tutta la storia di un parlare che affonda le proprie radici nella storia dei primi popoli che trasformarono le terre incolte fra il Po, l’Adda e l’Oglio, in un giardino, in un vero e proprio Eden.

    Della resistenza culturale e della conservazione dei caratteri specifici della lingua locale, è profondamente convinta la schiera dei cantori del dialetto, dei poeti e prosatori del lessico familiare cremonese, casalasco e cremasco.

   Richiamo quanto ha scritto, ad esempio,  il poeta Giacinto Zanetti nel dialetto di Bagnara, borgo alla periferia di Cremona. 

  La sua composizione, intitolata “La piàanta de’l dialèt”, si pone come un accorato appello alla comunità dei parlanti:

 

LA PIÀANTA DE’L DIALÈT

Fùm mìia móorer la piàanta de’l dialèt

perché la gh’à dèenter el parlàa d’i nòoster véc…

Paròoli fòorti, paròoli smòorti o delicàadi

che li cüünta la vìta de mìla giurnàadi,

paròoli cercàadi de dèenter, sö ‘l fùunt,

che li cüünta el vìiver de’l mùunt…

Paròoli pèersi in de’l vèent

che pàar fìna li dìga pö nièent,

e invéci li te pòorta el rumùur

de n’àava che vùla sö ‘n fiùur…

 

  Preoccupato della condizione della lingua di casa e di borgo, è pure il nostro Giampietro Tenca, abitante a Gussola, e nativo di Motta San Fermo, una delle frazioni di Casalmaggiore. Giampietro, con la lirica intitolata “Dialèt”, appunto scrive:

 

DIALÈT

Ma té, Dialèt, indùa stèt?”

“Me stu in ‘na cà vècia,

cm i védar an pu rót

e l’édera in sla fàcia

ch’la sbürla insö j arböt.

Dal temp ch’al và sludrà

a cünti i tanti bòt,

gh’hu sempar l’ös custá

par chi ‘m ven a catá.

Fiurés in sal me pra

paròli e mòdu ad dì

dal temp mai scumantì.

Se prìma in prucisión

i gneva a la me cà,

adès ven an quaidón,

al càta an fiùr e’l và.

Hu més in mèša ‘n lébar

fiùr sëch… Fursi, pöl das

chi böta amò in sì làbar,

magari d’an ragàs…”

 

   L’esigenza della salvezza dei vari dialetti è profondamente sentita anche dalla poetessa Franca Piazzi Zellioli di Cremona, la quale però ritiene che tale possibilità di salvaguardia sia ormai appartenente alle illusioni, al novero degli intenti quasi impossibili. Tant’è vero che, questo fervente desiderio a difesa del dialetto, l’ha portata a chiedere un aiuto persino al buon Dio.

 

URASIÒON

Signùur,

Té… che te gh’èet dàt i culùur

püsèe bèi a i fiùur, in d’i pràat,

Té…che te gh’éet dàt la vùus

a j ušelìin ciciarìin, in de’l céel,

ricòordete de nuàalter, to fióoi,

che parlùm chél dialèt

che ‘l gh’à ‘l culùur d’i fiùur

e ‘l saùur de la nòostra tèra

e che cercùm de vulàa cun le àale

de la nòostra fantašia

per fàa en pòo de puešia.

 

    In questo frangente non posso certo dimenticare quanto ha scritto pure Renzo Bodana, col quale ho collaborato per vent’anni alla redazione della pagina sul dialetto del settimanale “Mondo Padano”.

 

DIALÈT

Dialèt, te séet la lìngua d’i me sìit;

cun té gh’ùm cuminciàat a vèerer j ùc a’l mùunt.

Dialèt, te gh’èet fàt parlàa i me šèent;

dialèt, chèl ch’i m’à dìt ‘l ò sèen in mèent.

Dialèt, cun té prìm càti el Signùur.

Dialèt, cun té faròo ‘l üütim cridàa.

 

   Nel novero degli appelli storici, mi è gradito qui ricordare soprattutto il primo fra di essi, apparso il 31 dicembre 1961 sul quotidiano “La Provincia”, attraverso un articolo intitolato “Salviamo il nostro dialetto”, scritto dal prof. Gianfranco Taglietti.

   In quel pubblico intervento, in quell’accorato appello, i Cremonesi amanti del vernacolo venivano chiamati a portare il contributo delle loro competenze e delle loro energie al fine di non lasciare morire un patrimonio di lingua e di cultura degno della più viva attenzione e del più meritato rispetto, nel ricordo riconoscente di tutte le generazioni passate che ce lo hanno trasmesso e donato.

    A questo appello, qualche mese dopo, nel 1962, seguirono la costituzione del Comitato promotore di studi e ricerche di dialettologia, storia e folklore cremonese, presieduto dal prof. Angelo Monteverdi, presidente dell’Accademia dei Lincei, nonché prese l’avvio la pubblicazione mensile di una pagina dedicata al dialetto sullo stesso quotidiano di Cremona, “La Provincia”.

   Con la costituzione del Comitato e con la pubblicazione della “Pagina del dialetto”, prese il via una stagione indimenticabile, nella quale, per la prima volta, numerosi compositori saggiarono le proprie capacità letterarie. S’avviò anche la strada dei concorsi sul dialetto su tutto il territorio provinciale. Nacquero pure gruppi organizzati  per la salvaguardia del vernacolo in varie località della provincia, come ad esempio “El Zàch”, l’associazione tuttora operativa avente sede al Cambonino Vecchio, la cascina museo posta nei pressi della strada Castelleonese, alle porte di Cremona.

   Ebbene oggi, a 57 anni dall’appello del prof. Taglietti, cosa si può dire e ripetere con tutta la consapevolezza dei limiti storici propri della nostra cosiddetta “società fluida”, stigmatizzata con tali parole dal filosofo Zygmunt Bauman?

   Non possiamo che osare d’affermare, in piena consapevolezza, che senza l’idioma natio, senza la parlata con la quale una terra, un’area geografica, una città, un borgo di campagna si sono dati via via nel tempo quale libera e condivisa scelta, si finisce, senza quella bussola,  nel deserto dell’indistinto. La mancanza, la perdita del veicolo espressivo autoctono, dello strumento verbale delle proprie precise origini, della propria particolare modalità interpretativa della vita; tale perdita porta al disorientamento della propria genuina anima, del proprio distintivo essere.

  Senza quell’idioma di casa, di famiglia, di borgo, di quartiere, d’oratorio, di gioco,  senza quel dire, senza quella caratterizzazione verbale della propria natura  sensoriale ed intellettiva in termini di veicolo di comunicazione e relazione interpersonale autoctona; senza tutto questo, quella terra, quella città o quel borgo sono destinati all’abiura di sé stessi; sono posti sulla china del perdersi per sempre, come avvolti in un affastellarsi linguistico avulso dal sé profondo della persona; inghiottiti da una babele parolaia generica, propedeutica a diventare soprattutto “serva” del mondialismo anonimo, come attesta il poeta palermitano Ignazio Buttitta.

   Il pericolo di questo scivolamento verso il nulla, verso un miserevole appiattimento linguistico, è avvertito anche dalla poesia vernacola cremonese.

   Un esempio di tale consapevolezza, di tale allarme, ci viene offerto dalla voce di un uomo che molto ha dato alla vita del proprio paese natio, vale a dire Serafino Corada di Castelleone, che ha palesato, nella composizione che vedremo, l’intenzione di lanciare un forte grido di preoccupazione e d’amore verso la propria comunità di parlanti. Ma il suo amaro appello si può estendere a tutti i borghi d’Italia, d’Europa e del mondo.

 

NISÖÖN GH’À PIETÀ

Vurarès scrìif na lètera

d’amùur a’l me paées,

a le so dùne, a i so fiùi,

a le so stràade, a le so céeše,

a le so campàane

che le me ricòorda ròbe luntàane

le püsèe bèle e püsèe càare

de i me vìint àn.

 

Vurarèse dìighe che töte i cambiamèent

che gh’à purtàat el prugrès

i m’à fàt mùur en pòo töte i dé,

ma el cùulp püsèe gròs

‘l è chèl de sèent pö gnàan en fiulèt

a parlàa en de’l nòst bèl dialèt.

Gh’ò giràat per le stràade,

per le piàse, per i cantòon,

gh’ò scultàat a le finèestre de le cà,

gh’ò enfìna pregàat,

per sentìin alméeno vön;

nigùt, gnàan el föm.

 

Vùl pròpia dìi

che le radìis  piantàade de i nòst véc

j è pròpe secàade!

Gh’è restàat la piàanta cu’i bròch nüüt

che i vàarda el céel… e i crìida…

Nisöön gh’à pietà de chi mùur.

 

En sö i bašéi de la céeša, nùma mé,

céerche, céerche… le ròbe mòorte.

 

   Non volendo terminare questo mio intervento di saluto e di perorazione attraverso note  amare, desidero affidarmi allora ad una particolarità che ho colto nelle mie ricerche sul dialetto nel suo rapporto con la gastronomia locale tradizionale; altro segno distintivo, questo, non solo  fra zona e zona  o fra paese e paese, ma anche fra famiglia e famiglia.

Prendiamo ad esempio la “torta di marzapane”, servita sulle tavole dei buongustai padani per secoli.  Non a caso l’abbiamo ritrovata citata anche da Pietro Zaffanella sul libro “Casalbellotto nella storia”, ed inserita fra le tradizioni gastronomiche di questo paese, posto al confine fra la provincia di Cremona e quella di Mantova. Quando però ci si ferma solo sul nome di questa torta o di altre, chiamate con lo stesso nome in aree diverse, si corre spesso il rischio di supporre d’avere di fronte identiche creazioni dolciarie. Ma non sempre è così. La tradizione popolare tende infatti a viaggiare sui binari del distinguo, della differenziazione e non su quelli dell’omologazione, a partire dalla specificità del territorio per finire, come dicevamo, a quella delle singole famiglie.   Come dire che l’antropologo e il glottologo avvertono, fra i cibi e “i parlari”, il venire a galla d’un ancestrale richiamo alle antichissime strutture culturali familiari.

    Lo spirito identitario che anima le comunità locali e le dimensioni casalinghe, oltre a modificare gli accenti e le sfumature del dialetto, ha creato infatti varianti anche nel linguaggio materiale gastronomico.    

   E’ un sotteso richiamo alle antiche radici “claniche”, quasi un ancoraggio istintivo, una difesa inconscia per non essere confusi con altri. E’ un’esigenza sentita ancor più forte oggi di fronte alla lenta e inesorabile globalizzazione, resa ancor più drammatica dall’esplosione comunicativa dei social media, ridondanti di anonimato fallace. Grazie per l’attenzione. Ho finito.

ERIDANOS – 15 Settembre 2018, ore 21 – Gussola

 

 

 

 

 

 

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