Ho provato enorme piacere vedere, in questi giorni, i numerosi e significativi omaggi resi a Pietro Ingrao, grande dirigente della sinistra italiana (comunista non pentito), in occasione del suo centesimo compleanno. Vedo, in essi, il giusto riconoscimento del ruolo importante, particolarmente significativo, che egli occupa nella storia politica ed istituzionale del nostro paese. Un uomo che – con il suo modo di vivere, di interpretare la Politica – ha saputo connotarla nei più elevati livelli. Ma debbo dire che – oltre questa considerazione più generale – mi hanno fatto piacere le sottolineature, venute da più parti, delle qualità di un dirigente che ha rappresentato un riferimento fondamentale nella prima fase della mia esperienza politica. Rimasi particolarmente impressionato allorché – nella fase preparatoria della Conferenza nazionale di organizzazione del PCI, tenutasi a Napoli nel 1964 – ebbi modo di leggere un suo saggio apparso su “Critica marxista”. Mi colpì quella sua analisi che – evidenziando gli aspetti negativi e degenerativi del sistema capitalistico – lo induceva a chiedere che il PCI si impegnasse a mettere in campo l’idea di un nuovo modello di sviluppo. A tale analisi associava l’esigenza che il partito si rapportasse in modo più costruttivo e collaborativo con i movimenti reali che si stavano sviluppando nella società. Temi ed analisi che Ingrao ripropose in un appassionato intervento nel corso della Conferenza, accolto da un interminabile applauso da parte dei delegati (secondo soltanto, forse, a quello tributato a Togliatti). Anch’io fui entusiasta per quell’intervento, che proiettava nella vita del PCI un “pensiero lungo”. Ed ancor più entusiasta fui allorché gli organizzatori della Conferenza comunicarono alla delegazione cremonese – di cui facevo parte – che la sera stessa saremmo andati a Resina (comune del territorio napoletano), assieme ad Ingrao, per un incontro con i militanti di quella sezione. Fu l’occasione che mi diede modo di apprezzare – oltre le sue riconosciute qualità politiche – la grande umanità nel rapportarsi ai drammatici problemi che quella comunità viveva quotidianamente, evidenziati con toni perfino esasperati da tanti interventi nel corso dell’incontro. Successivamente – nel 1966, in occasione dell’undicesimo Congresso nazionale del PCI (quello del confronto, anche aspro, fra Amendola ed Ingrao) – mi collocai a sostegno delle posizioni ingraiane. Furono sconfitte ed io – nella Federazione comunista cremonese – fui partecipe di quella sconfitta. Non ebbi mai modo, però, di pentirmi per avere assunto quella posizione, anche se in tempi successivi venni a trovarmi più in consonanza con le posizioni di Enrico Berlinguer. In quel Congresso, Ingrao rivendicò che il “dubbio” potesse avere diritto di cittadinanza nel partito. Quella sua rivendicazione incontrò l’intransigente opposizione della quasi totalità del gruppo dirigente nazionale, ma – in realtà – aprì la porta ad un modo di dibattere innovativo e – pur vigendo il centralismo democratico – si accentuò il peso dell’aggettivo rispetto al sostantivo, concorrendo fortemente a limitare quegli elementi di arroganza e di boria di partito che, non poche volte, avevano albergato nella pratica degli organi dirigenti, nazionali e periferici. Mi pare francamente incredibile, oggi, che – a distanza di tanti anni da quando Ingrao condusse quella battaglia politica nel partito – ricompaiano sulla scena politica italiana i tratti dell’arroganza invece che quelli dei confronti basati su analisi più puntuali dei fenomeni sociali ed economici che sempre più connotano la vita italiana. Perciò, ancor più che festeggiare (giustamente) Ingrao, andrebbe compreso meglio ed imitato nella sua interpretazione (alta) della Politica. Tanti auguri, Pietro, da un vecchio militante della sinistra, comunista italiano non pentito.
EVELINO ABENI (Cremona)



